Un intero reparto dei carabinieri, una ventina di uomini (compresi quelli della Scientifica) piovuti tutti non si sa bene da dove, che si infilano in una villetta di un placido paesino friulano, frugano per bene dappertutto e alla fine se ne vanno, portandosi via diverso materiale, senza dire una parola e senza dare spiegazioni. L’ultimo capitolo della saga infinita della Uno Bianca si è consumato nei giorni scorsi a Colle di Arba, un paese in provincia di Pordenone, e ha lasciato molti perplessi, non solo i vicini di casa che hanno assistito alla scena. Anche se la casa non era una qualsiasi: ci abitava Pietro Gugliotta, uno dei poliziotti che faceva parte della banda criminale. Un gregario, per la verità, secondo le carte processuali. Si è impiccato proprio in quell’abitazione nel mese di gennaio, il giorno 8. Aveva 65 anni. La sua morte è spuntata fuori, a freddo, dopo quattro mesi. Fu arrestato nel novembre ’94 nella casa dei suoceri a Marano, Napoli. I magistrati e gli inquirenti lo hanno considerato una figura collaterale, un “fiancheggiatore” più precisamente, nel linguaggio delle indagini e dei tribunali. Nelle vicende del gruppo di criminali che ha sparso dietro di sé una scia di 24 morti ammazzati, oltre ad un centinaio di feriti, non ha mai ucciso. Era un poliziotto della Questura di Bologna, operatore radio presso la centrale operativa. Nelle ricostruzioni dell’epoca fu in qualche modo trascinato nell’avventura criminale per l’influsso “carismatico” di Roberto Savi, il “corto”, che lo prese in simpatia facendolo entrare nel gruppo di fuoco al quale diede soprattutto un supporto logistico ed evidentemente di copertura.
Una nuova vita in Friuli

In tribunale, durante il processo, la sua responsabilità fu esaminata per la presenza, nel 1990, nel commando che fece un violento assalto all’ufficio postale di Via Emilia Levante, a Bologna, causando una cinquantina di feriti. Ma dovette rispondere anche del ferimento di Driss Akesbi, uno dei diversi agguati a cittadini stranieri che Gugliotta fece, secondo le ricostruzioni delle indagini, per superare una specie di “battesimo del fuoco” richiesto per entrare nella banda. Fu assolto da entrambe le accuse e, dopo aver scontato 14 anni nel carcere bolognese della Dozza (la condanna iniziale fu a 28, poi derubricata a 18), nel 2008, si è trasferito in Friuli Venezia Giulia con la seconda moglie, lavorando in una cooperativa impegnata nel reinserimento degli ex detenuti. Gugliotta si sarebbe suicidato lo scorso 8 gennaio, ma nemmeno il sindaco del paese pare fosse al corrente della sua presenza nel Comune. “Mi sono anzi sorpreso che nessuno avesse pensato di informarmi come responsabile locale della pubblica sicurezza, considerati i suoi trascorsi”, ha dichiarato il primo cittadino, Franco Miracolino Lai. A quanto pare, l’ex poliziotto ormai pensionato conduceva una vita riservata e ad Alba probabilmente nessuno aveva mai nemmeno sospettato chi fosse quel signore che è spuntato dal nulla e, soprattutto, sopravvissuto al suo passato.
Coincidenze e rivelazioni
Per una strana coincidenza, la notizia della perquisizione dei carabinieri nella sua abitazione è arrivata pochi giorni dopo l’intervista a Roberto Savi andata in onda nel programma “Belve”. Tra le poche parole concesse dall’ex capo della banda a Francesca Fagnani, la rivelazione che le loro imprese criminali avessero la copertura di non meglio precisati “apparati”, così efficienti e invasivi da garantire loro impunità per sette anni. E che lui e gli altri componenti avessero svolto anche il ruolo di manovalanza criminale per quelli che si è immaginato, da quello che ha detto lui stesso, fossero proprio i servizi segreti. Anche Gugliotta, durante il periodo trascorso in carcere, aveva accennato ai legami tra la banda e gli apparati di sicurezza dello Stato, aggiungendo peraltro che i componenti della banda erano più dei sei che alla fine sono stati arrestati e processati. Anche per questo, la Procura di Bologna, che pare abbia disposto la perquisizione nella sua abitazione avrebbe voluto sentirlo, insieme a tutti gli altri membri della banda che dovranno comparire negli uffici giudiziari emiliani: oltre ai tre fratelli Savi, Roberto, Fabio e Alberto, anche Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Gli accertamenti e la perquisizione nella villetta di Gugliotta sono avvenuti all’insaputa dei magistrati di Pordenone, in teoria competenti per territorio. Il procuratore Pietro Montrone si è limitato a dire che “si tratta di un’attività delegata da altre procure di cui non abbiamo notizia”. Il magistrato ha anche escluso anomalie nel decesso di Gugliotta che sarebbe avvenuto “senza intervento di terzi”, anche se evidentemente i dubbi ci sono e sarà molto difficile trovare prove del contrario, come è sempre successo in casi analoghi. Vuole vederci comunque chiaro la Procura di Bologna che esaminerà i documenti legati alla morte di Gugliotta, acquisendo le carte a disposizione e sentendo tra gli altri il medico legale che ha constatato il decesso e la moglie.
Due fascicoli aperti a Bologna

Le indagini rientrano nell’ambito delle due inchieste aperte tra il 2022 e il 2024 sotto alle Due Torri in relazione ai fatti di sangue di cui si è resa protagonista la banda della “Uno Bianca”. In particolare, un filone attualmente in corso riguarda l’uccisione dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu a Castelmaggiore, alle porte del capoluogo, nel 1988 e il ruolo che avrebbe svolto un altro appartenente all’Arma, Domenico Macauda, nel depistare le indagini sul doppio omicidio. Nell’intervista a “Belve”, Roberto Savi ha negato qualsiasi rapporto con Macauda, affermando di non averlo mai conosciuto. L’altra inchiesta che stanno seguendo i magistrati bolognesi Andrea De Feis e Lucia Russo, i sostituti che lavorano sotto alla guida del procuratore capo Paolo Guido, riguarda la strage al Pilastro del 4 gennaio 1991, quando sotto ai colpi dei killer caddero i carabinieri di pattuglia Mauro Mitilini, Otello Stefanini e Andrea Moneta. E l’assalto all’armeria di Via Volturno a Bologna, il 2 maggio di quello stesso anno, quando furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo. Davanti alle telecamere, Roberto Savi ha dichiarato che in quel negozio c’era uno strano “andirivieni” di persone e cose, che “non andava bene”, e che l’obiettivo suo e del fratello Fabio, presenti all’azione, era proprio quello di colpire Capolungo, che evidentemente nelle sue ricostruzioni aveva un ruolo come appartenente ai servizi.
Un’altra apparizione in tv

Alberto Capolungo, il figlio della vittima, ha commentato con dure parole le dichiarazioni di Savi, pronunciate secondo lui per screditare la figura del padre e confondere le acque sulle vicende. I magistrati di Bologna avevano in programma di sentire Gugliotta prima dell’apparizione in tv di Roberto Savi, e una seconda intervista che sarebbe in programma il 24 maggio su Rete 4 al fratello Fabio ha messo in allarme i familiari delle vittime, che in queste apparizioni televisive degli ex poliziotti criminali vedono un’operazione mediatica che getta discredito e cerca magari di ottenere qualche sconto di pena, con pentimenti tardivi. L’obiettivo delle due inchieste aperte, attualmente senza nominativi iscritti nel registro degli indagati ma con l’ipotesi del concorso, mira appunto a verificare ed accertare l’esistenza e le responsabilità di eventuali persone che abbiano affiancato e collaborato come complici alla banda. Per questo, insieme al Ris di Parma, così come al Ros e alla Digos, verranno passate al setaccio tracce, reperti, foto e riprese video dell’epoca, con le nuove tecnologie a disposizione degli inquirenti, compresa l’intelligenza artificiale. Si cercano anche eventuali “sponde” dei fratelli Savi all’interno delle forze dell’ordine, in primis per quello che riguarda il massacro del Pilastro. Così come sono analizzate le migliaia di pagine di atti e documenti, con la convocazione di testimoni che già all’epoca furono sentiti e verbalizzati. Un’opera titanica, a distanza di 30 anni, per riaprire e fare luce sugli armadi della paura che furono chiusi, forse troppo in fretta, dopo l’arresto e la condanna dei fratelli Savi e dei loro compagni di imprese criminali.




