Trentadue anni dopo, gli stessi occhi senza luce, lo stesso ghigno a labbra socchiuse. Roberto Savi, il “corto”, è ancora quel sovrintendente di polizia che i colleghi della Questura di Bologna hanno arrestato il 21 novembre 1994, dopo averlo prelevato dal suo ufficio. Il capo della banda, la feroce banda della Uno Bianca, che sibilò solo tre parole mentre gli mettevano le manette ai polsi: «Potevo ammazzarvi tutti». Ha fatto molto discutere la sua intervista con Francesca Fagnani, per il programma Belve. Tre quarti d’ora faccia a faccia col simbolo del commando che per sette anni ha insanguinato due regioni, spargendo dietro di sè 24 morti ammazzati, oltre 100 feriti, 103 azioni criminali e un’epopea di terrore. Terrore vero. Non si direbbe, a vederlo adesso. Le sopracciglia e i capelli, ormai radi, imbiancati. Quel modo un po’ impacciato di arrampicarsi sullo sgabello – nella banda lo prendevano in giro la sua statura non da gigante – e una camicia stazzonata come i pantaloni, la divisa del carcere di Bollate dove sono entrate le telecamere e da dove lui non uscirà mai, per la condanna all’ergastolo che sconta come Fabio e Alberto, i fratelli che hanno condiviso con lui le rapine, i raid, le sparatorie e gli omicidi a sangue freddo. Una lunga teoria di non so e non ricordo, la sua. Molti silenzi, ma la stessa arroganza di quei tempi lontani, ma ancora vicini per la loro pesante emotività: «La percezione che ha la gente di me? E’ un problema loro, non mio». Ha negato quasi tutto, perfino di essere stato il leader del gruppo di fuoco che per anni ha trasformato la Via Emilia in un Far-West.
La banalità del male

«Ci servivano dei soldi e abbiamo deciso di prenderli da chi li aveva»: ha sintetizzato così la genesi di un’avventura balorda precipitata col tempo a impresa criminale e quel che è peggio, grave macchia per le istituzioni. Ha raccontato le prime rapine ai caselli dell’autostrada come fossero prelievi da un bancomat, «gli mettevano davanti una pistola». La lista della spesa, per così dire, racconta di assalti a 22 banche, 18 caselli autostradali, 20 pompe di benzina, 15 supermercati (nove Coop), 9 uffici postali, una tabaccheria e un’armeria. Roberto Savi, la prima volta che ha parlato in pubblico dopo 32 anni di carcere, non si è pentito di nulla, non ha dato una spiegazione o un motivo per tutto il sangue e la violenza sparsi che non fosse la banalità del male, «non so dirlo, non so perché, era così». Non ha trovato una giustificazione al fatto di non aver mai avuto un dubbio, un ripensamento. Di aver continuato imperterrito fino alla fine a sparare e uccidere. Ha raccontato che si sentivano «abbastanza al sicuro» perché qualcuno li copriva. Non solo la divisa che indossavano: Alberto, il più giovane della famiglia Savi, faceva parte del gruppo di inquirenti che in Romagna indagava sulle rapine ai caselli che lui stesso aveva compiuto con Roberto e Fabio. Nell’intervista a Belve, il “corto” ha fatto capire che dietro di loro, intorno a loro, c’erano uomini o uffici che impedivano agli investigatori e agli inquirenti di trovarli. Ci hanno messo tanto tempo a farlo, forse troppo, lo ha fatto capire con l’ironia amara di chi l’ha fatta franca oltre ogni ragionevole dubbio.
Una rete misteriosa

Ma questo, che molti hanno letto come una notizia bomba e che pare abbia spinto i magistrati di Bologna a convocarlo per approfondire, non è proprio una novità. Anzi, è una notizia vecchia. Roberto Savi disse le stesse cose durante il processo celebrato a Pesaro alla banda. Precisamente, nell’udienza del 21 giugno 1995 aveva parlato di una «rete investigativa» che li aveva contattati e che compiva «rapine simulate» il cui scopo non era, appunto, quello di arraffare soldi. Una rete fatta di «personaggi non delinquenti, che avrebbero garantito la copertura». Insieme a questa fantomatica rete, ha parlato (udienza del 22 giugno) di «rapinatori professionisti che venivano da fuori, questi che rapinavano le Coop», ai quali quelli della Uno Bianca affittavano le armi per le imprese.
L’idea che dietro e intorno alla banda ci fosse un secondo o un terzo livello era già affiorata da tempo ed era molto palpabile, nonostante per la versione ufficiale fossero solo dei malviventi in cerca di un bottino. Così li descrisse Daniele Paci, il magistrato di Rimini che ha guidato le indagini concluse con l’arresto dei Savi e dei loro soci: «Feroci banditi con una vena razzista, ma senza una regia». Tre fratelli figli di un padre che li ha allevati nel culto delle armi, l’unico rimpianto di Roberto Savi è di essere cresciuto in mezzo a mitra e pistole, ipse dixit, e che con due colleghi poliziotti balordi come loro hanno fatto tutto da soli: «Dietro la Uno Bianca c’è solo la targa, i fanali e il paraurti» raccontò suo fratello Fabio a Franca Leosini in un’intervista del 2007.
In sede processuale, Roberto Savi ha poi fatto marcia indietro, rimangiandosi tutto, ma nell’intervista a Belve, tra le poche smozzicate parole che ha pronunciato, ci sono quelle dettate dalla rabbia per essere stato tradito dal fuoco amico. «Infame»: ha detto proprio così parlando del fratello Fabio con cui condivide il carcere, ma con cui non ha rapporti da quei tempi perché lo considera evidentemente colpevole della sua cattura. «È stato più fesso di quello che sembra», ha tagliato corto. Colpevole, Fabio, di aver spifferato tutte le imprese della banda, i luoghi, i fatti, alla fidanzata dell’epoca, Eva Mikula, in compagnia della quale fu arrestato mentre fuggiva verso il Brennero, facilitando quindi il compito di chi gli dava la caccia. «Mi sento una testimone e una sopravvissuta», ha commentato la donna che a suo tempo aveva rivendicato il merito di aver fatto catturare i malviventi. E che, interpretando le allusioni sentite nell’intervista, può forse sentirsi davvero una miracolata.
Manovali del crimine
Molto più interessante, e forse la vera notizia, quello che Roberto Savi ha detto a proposito del fatto – certo da verificare, come tutto – che la banda veniva contattata da fantomatici “apparati» per fare certi lavori. La notizia, o meglio l’ipotesi che esce dalla puntata di Belve non è tanto che la Uno Bianca avesse dei santi protettori, ma dei mandanti e dei datori di lavoro. Ossia non tanto che avesse coperture che gli garantivano impunità e tranquillità, ma che venisse utilizzata come manodopera per imprese criminali, le più varie. Come nel caso dell’assalto all’armeria di Via Volturno, a Bologna, il 2 maggio 1991. Ufficialmente una rapina per portare via due pistole Beretta, ma come ha detto Roberto Savi «in casa non avevamo altro che pistole e armi». Il vero motivo, secondo questa versione di Roberto Savi, fu quello di eliminare Pietro Capolungo, ex carabiniere che per un paio d’ore al giorno lavorava nel negozio gestito da Licia Ansaloni, anche lei freddata nell’operazione. «Fu necessario uccidere Capolungo. Lo conoscevamo e stava facendo qualcosa che non andava, in quell’armeria c’erano intrallazzi di persone e cose. Lui era un ex dei servizi segreti dell’Arma e volevano farlo fuori. Delle volte venivamo chiamati da degli uffici particolari per fare quel lavoro lì».
La Banda della Uno Bianca utilizzata come manodopera criminale, un po’ quello che si è detto e scritto per quelli della Magliana. Il punto di contatto sarebbero «gli apparati» che Roberto Savi non riesce o non vuole identificare meglio. Ma dovrebbe o avrebbe dovuto essere più semplice, per gli inquirenti che hanno scavato su queste vicende, accertare se davvero, come Savi ha raccontato a Belve, si recasse a Roma con frequenza quasi settimanale per alcuni giorni, incontrando dalle parti di Piazza Venezia qualcuno che lui ha genericamente definito «dei servizi». Un filo diretto tra la Banda e certi uffici dello Stato, quelli che qualcuno definisce deviati ma che in realtà – se fossero provate le loro responsabilità – hanno svolto il loro compito in modo molto lineare, anche se evidentemente eversivo e oscuro. Alberto Capolungo, figlio di Pietro vittima dei fratelli Savi (l’assalto all’armeria fu portato da Fabio e Roberto che fece da palo fuori, e per questo fu poi riconosciuto tramite un identikit), è presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca. Ha commentato con sdegno le parole di Roberto Savi: «Se Savi ha cose simili da dire ha sbagliato palcoscenico. Ci sono i magistrati che hanno ancora indagini in corso per dire cose che non ha mai detto nei processi. È assolutamente falso che mio padre facesse parte dei servizi segreti, ha sempre svolto lavoro d’ufficio. Savi sembra dire cose che ha letto sui giornali più che novità interessanti. Mi ha fatto un’impressione pessima, è un’operazione spiacevole, disgustosa e sospetta».
Ma proprio l’avvocato dell’Associazione, Alessandro Gamberini, già noto per essere anche uno dei legali dei familiari delle vittime della strage di Ustica (e parte civile al processo per la morte di Federico Aldrovandi, tra le altre cose), alla presentazione dell’esposto nel maggio 2023 in Procura della Repubblica di Bologna per chiedere la riapertura delle indagini sulla Uno Bianca, disse che «L’esposto ripercorre i delitti della Uno bianca inserendoli nella strategia della tensione. Dietro non c’era finalità di lucro, ma quella di spargere panico nella popolazione» e che Roberto Savi disponeva di informazioni dalle quali si evinceva i suoi rapporti e legami coi servizi segreti.
Da Ustica alla strage di Bologna

Come per esempio la circostanza, vera o millantata, di sapere dove un Mirage francese coinvolto nella strage di Ustica si fosse liberato di un serbatoio supplementare. L’esposto dei familiari delle vittime ha prodotto l’apertura di due fascicoli presso la procura bolognese. Il primo riguarda l’uccisione di due carabinieri a Castel Maggiore, Umberto Erriu e Cataldo Stasi, trucidati dalla banda alle porte di Bologna: l’inchiesta riguarda soprattutto il ruolo del carabiniere Domenica Macauda condannato in primo grado per depistaggio delle indagini, ma che Roberto Savi afferma di non conoscere. L’altra inchiesta aperta due anni fa riguarda la strage del Pilastro e quella all’armeria di Via Volturno, analizzando impronte digitali rinvenute ma mai identificate. Il legame tra i servizi e la Uno Bianca affiorerebbe anche in una vicenda che riguarda la strage alla stazione di Bologna e le trame nere ad essa collegata. In particolare, quelle che riconducono a Sergio Picciafuoco, un neofascista che era presente il 2 agosto 1980 in stazione e che fu tra i 200 feriti dallo scoppio della bomba, si fece medicare esibendo una carta d’identità falsa (era latitante per furti e truffe) che gli aveva fornito un falsario dei servizi, come appurato dalle successive indagini. Fu processato per la strage e condannato in primo grado come possibile esecutore, assolto in appello ma poi il suo ruolo è tornato in ballo nelle motivazioni del processo conclusosi con la condanna di Paolo Bellini nel 2023, con prove a carico raccolte in 1.704 pagine. Il 6 novembre 1990, ad Ancona, viene avvicinato da una macchina bianca con tre persone a bordo che si qualificano come poliziotti in borghese col compito di portarlo in Questura. Si fermano invece in periferia, lo accusano di essere dei NAR e lo «picchiano violentemente». Il 30 gennaio 1996, in Questura, Picciafuoco riconosce nella foto di Roberto Savi, tra altri sospettati, uno dei tre uomini che lo hanno percosso. Evidentemente in polizia c’era qualcuno che qualche dubbio in più sui Savi ce l’aveva, a prescindere dal processo e dalle condanne.
Tre epoche (in una) di sangue e soldi sporchi

L’epopea insanguinata della Uno Bianca (in realtà solo in 17 azioni criminali su 103 è stata usata quella vettura ormai iconica) dovrebbe essere spezzettata in almeno tre parti. Uno spezzatino di periodi in cui la violenza, gli omicidi e gli assalti si sono diversificati, evidentemente per scopi diversi. Nella prima fase, dal 1987 al 1990, la banda si è dedicata a rapine e assalti a caselli autostradali, supermercati e uffici postali. Nel secondo periodo le strade percorse dalla banda si tingono decisamente di rosso. Tra ottobre 1990 e agosto 1991, in dieci mesi, vengono compiuti 14 dei 23 omicidi attribuiti alla banda. Sotto ai colpi delle armi automatiche cadono passanti, testimoni, braccianti extracomunitari, persone di un campo nomadi, i carabinieri di pattuglia al Pilastro. Evidentemente una fase in cui i bottini in denaro non erano la priorità, perché a fronte del bottino da un miliardo e 928 milioni frutto di sette anni di crimini (22 milioni al mese), in questo periodo la banda incassa 44.800.000 lire. Poco o nulla rispetto a quello che finisce in cassa nell’ultimo periodo, precedente agli arresti, quando gli assalti alle banche in cui parevano essersi specializzati i Savi ha portato nelle casse 1.410.891.041, circa 40 milioni al mese. Secondo Roberto Savi, nelle perquisizioni fatte a casa sua dopo l’arresto, oltre ad un santabarbara di armi ed esplosivi, mancano all’appello diverse centinaia di milioni di lire: «Ne hanno trovati 200, ma erano circa 500. Hanno fatto una spesina». Bugia o verità, resta il viaggio fatto in Ungheria a fine 1991 da Roberto e Fabio Savi per comprare barba e baffi posticci da utilizzare nelle rapine in banca, in realtà a quanto pare per avviare un florido traffico di armi con l’est Europa tra Kalashnikov, munizioni ed esplosivi. Così come i frequenti viaggi in Africa raccontati dal “corto” in persona, a Belve, per comprare diamanti con cui evidentemente riciclare la montagna di soldi piovuta nelle tasche di tre fratelli e dei loro compari, poliziotti infedeli e come ha raccontato il loro capo, pedine di qualche oscuro traffico all’ombra dello Stato e della democrazia.



