Oltre quaranta associazioni ambientaliste e animaliste di dieci Paesi, tra Unione europea e Paesi extra-UE, hanno lanciato un nuovo appello contro il declassamento del lupo e contro la prospettiva di un ritorno più ampio alla caccia. La mobilitazione segue la recente decisione dell’Unione di declassare la specie da «strettamente protetta» a «protetta», passaggio che consente agli Stati membri di autorizzare abbattimenti controllati. Le associazioni chiedono una «moratoria totale sulle uccisioni del lupo nell’UE» e denunciano quella che definiscono una «manovra anti-scientifica» promossa dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, spinta secondo loro da interessi privati non dichiarati e da un episodio personale – l’uccisione del suo pony – che avrebbe influenzato la svolta politica.
Secondo le associazioni firmatarie, tra cui in Italia figurano Enpa, LAV, LAC, Salviamo l’Orso, Animalisti italiani, Oipa e GreenImpact, il declassamento del lupo rappresenta una svolta grave nella politica ambientale dell’Unione. Il provvedimento contestato, che ha ottenuto il timbro definitivo dall’Europarlamento nel maggio 2025, ha trasferito il lupo (Canis lupus) dall’allegato IV della direttiva Habitat – che vieta qualsiasi forma di cattura o uccisione intenzionale – all’allegato V, che ne limita la gestione lasciando ai singoli governi la facoltà di autorizzare abbattimenti per prevenire danni al bestiame o gestire le popolazioni. Un dietrofront che secondo le ONG non ha basi scientifiche solide. A loro avviso, infatti, il rapporto del 2023 commissionato dalla Commissione a una società di consulenza con sede a Bruxelles – la N2K Group EEIG – sarebbe viziato da conflitti di interesse e mancanza di trasparenza. «Né la Commissione né gli Stati membri hanno mai raccolto i dati più elementari: la reale portata della mortalità dei lupi in Europa. Quanti lupi muoiono ogni anno nell’UE? Nessuno lo sa», scrivono le associazioni, sottolineando che già oggi decine di migliaia di esemplari vengono uccisi illegalmente da bracconaggio, avvelenamenti e incidenti stradali, senza che vengano inseriti nei conteggi ufficiali.
Le ONG contestano inoltre la narrativa secondo cui l’aumento degli abbattimenti sarebbe una risposta necessaria ai danni causati dagli attacchi al bestiame. Le perdite dovute alla predazione del lupo, affermano, sono contenute e corrispondono soltanto allo 0,06-0,07 per cento della popolazione totale di ovini e caprini nell’UE. Un dato che, a loro giudizio, smentisce la rappresentazione di un’emergenza diffusa. Anche l’Agenzia europea dell’ambiente, ricordano, rileva che due terzi delle specie protette dalla direttiva Habitat hanno uno stato di conservazione scarso o pessimo, mentre la letteratura scientifica indica che il lupo europeo non ha ancora raggiunto uno stato di conservazione favorevole. Le associazioni ricordano inoltre come esistano misure preventive efficaci – recinzioni elettrificate, cani da pastore e ricoveri notturni – spesso non utilizzate o non richieste dagli allevatori nonostante i fondi europei disponibili.
In Italia, nel frattempo, il Parlamento ha approvato definitivamente la legge europea che contiene il recepimento del declassamento dello status di protezione del lupo, con il governo che potrà ora adottare un decreto che sancirà il passaggio del lupo da specie “rigorosamente protetta” a semplicemente “protetta”. L’Italia ha scelto il recepimento immediato, risultando tra i primi Paesi a farlo. Se fino ad oggi ogni singolo abbattimento richiedeva una deroga specifica, con la nuova normativa le uccisioni potranno invece avvenire nell’ambito di piani di gestione regionali, eseguiti da personale specializzato. Le singole regioni potranno quindi approvare dei “piani di prelievo”, attraverso i quali decidere un numero di abbattimenti. Non si tratta di un via libera totale alla caccia: la specie rimane protetta e un documento tecnico dell’ISPRA ha già fissato un tetto massimo di 160 esemplari da abbattere sulla popolazione nazionale, stimata in circa 3.500 individui. Tuttavia si tratta chiaramente di una netta inversione di tendenza rispetto ai piani di ripopolamento che erano attivi fino a pochi anni fa.




