Soluzioni locali per problemi globali: riscrivere le regole della moda dalle comunità

Le soluzioni ai grandi problemi, molto spesso, non arrivano dall’alto, ma dal basso. O comunque dal piccolo, dal territorio e dall’esperienza vissuta. Aspettare che grandi strategie per far fronte ai temi scottanti dell’industria della moda e del tessile piovano magicamente e in maniera coordinata dai piani alti è quasi utopia. La notizia confortante è che non tutti stanno con le mani in mano speranzosi che qualcosa accada, ma c’è chi si adopera, nel suo spazio, con le sue conoscenze e capacità, per informare e rimodellare i quadri di riferimento globali per la sostenibilità. E sono proprio questi esempi virtuosi che dovrebbero fungere da ispirazione per elaborare, in seguito, strategie su ampia scala.

In tutto il mondo, individui e comunità hanno sviluppato sistemi adattati localmente per produrre o riciclare materiali, rigenerare il territorio e preservare il patrimonio culturale.  Nelle comunità agricole di piccola scala dell’Odisha e del Madhya Pradesh, ad esempio, il cotone biologico non rappresenta soltanto una coltura, ma un patrimonio tramandato nel tempo, fatto di rituali, pratiche tradizionali e cura della terra. Grazie al sostegno dell’Organic Cotton Accelerator e a un migliore accesso al mercato, questa tradizione sta trovando nuova forza all’interno delle filiere contemporanee. È qui che Annapurna Maji comincia la sua giornata nei campi: coltivatrice di cotone biologico e membro del consiglio di un’organizzazione di produttori agricoli, Annapurna incarna il ruolo di leadership che molte donne stanno assumendo nelle campagne indiane. Per lei, come per molte altre, l’agricoltura è anche un atto di trasmissione culturale e di valorizzazione del sapere tradizionale. In tutta l’India, sempre più agricoltori stanno adottando il biologico con il supporto dell’Organic Cotton Accelerator (OCA). 

Lavorando insieme ai partner attuatori e agli altri attori della filiera, l’organizzazione punta a costruire un settore del cotone biologico più trasparente, resiliente e centrato sulle esigenze dei produttori. Attraverso il suo Farm Programme, OCA offre accesso a formazione, semi non OGM, prefinanziamento e un premio garantito per il cotone biologico. Esperienze condivise, tradizionali ed ancestrali, dove quello che oggi chiamiamo “organico”, un tempo, era la norma e non l’eccezione. Coltivare nel rispetto della terra, senza l’uso della chimica e con un’attitudine non speculativa, per queste comunità, è l’unica via perseguibile.

Anche per l’allevamento dell’alpaca la situazione è orientata verso pratiche più tradizionali che, con la giusta formazione, organizzazione ed accesso al mercato, possono diventare più resilienti e redditizie allo stesso tempo. Come nel caso di Evelyn Díaz, allevatrice di alpaca delle Ande peruviane, e della sua famiglia. Dopo aver vissuto alcuni anni in città, Evelyn ha deciso di tornare al villaggio d’origine e al gregge di famiglia per continuare la tradizione. Oggi gestisce con i genitori e il marito il “Fundo El Nevado”, una fattoria riconosciuta dallo standard internazionale Responsible Alpaca Standard per il rispetto del benessere animale e ambientale. «Gli alpaca sono membri della famiglia e simboli del legame tra le persone delle Ande e la natura che le circonda». Trattarli con rispetto e avere benefici reciproci non è una questione di sostenibilità, ma di sopravvivenza di entrambe le specie.

Piccole botteghe che tornano a vivere, clienti che aumentano e una pratica, quella della riparazione, che è “tornata di moda”. Il bonus riparazione introdotto dalla Francia quasi tre anni fa ha iniziato a dare i risultati attesi. Dall’introduzione della legge francese anti-spreco per un’economia circolare (AGEC), infatti, la domanda per le riparazioni è aumentata vertiginosamente. Coordinato dall’organizzazione no-profit Refashion e finanziato dai contributi di produttori e marchi nell’ambito di un programma di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), lo sconto viene applicato direttamente alla fattura del cliente presso laboratori o calzolai certificati. L’obiettivo non è solo quello di incoraggiare le persone a riparare e prolungare la vita dei propri vestiti e calzature, ma anche contribuire a preservare competenze preziose. Nel suo primo anno, oltre l’83% delle 826.000 riparazioni finanziate dal programma sono state effettuate da calzolai. Restituire loro valore nel contesto di un’economia circolare, dove assumono un nuovo significato, è una priorità per l’organizzazione Refashion: «Vogliamo dimostrare che far riparare le proprie scarpe è estremamente ecologico.»

I clienti stanno diventando gradualmente più attenti all’ambiente e con il Bonus Riparazioni questo processo si sta accelerando. Un’iniziativa alla quale hanno aderito in molti (circa 700 imprese), ma che ancora trova ostacoli, soprattutto dovuti all’uso della tecnologia per registrare le riparazioni – cosa con cui molti artigiani anziani non hanno dimestichezza. Negli ultimi anni, però, una generazione più giovane ha riscoperto il mestiere: invece di chiudere, molti laboratori vengono rilevati da calzolai più giovani e la maggior parte dei nuovi arrivati ​​aderisce subito al programma di incentivi per le riparazioni. 

Esempi come questi dimostrano che leggi mirate, progetti di tutela del territorio e un ritorno alla natura in una dimensione locale, possono promuovere un cambiamento positivo nell’industria tessile. Riscrivendo le regole.

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Marina Savarese

Stilista, docente di moda e comunicazione, scrittrice e co-fondatrice del portale Sfashion-net, dedicato alla moda slow. Per L’Indipendente si occupa di consumo e moda critica.

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