Le guerre arricchiscono solo gli USA: dopo il gas, è boom di esportazioni di petrolio

Prima è stata la volta del gas, con gli Stati Uniti che hanno approfittato della guerra in Ucraina per sostituire la Russia nelle forniture europee; poi è arrivato il turno del petrolio. Da quando l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, a seguito dell’aggressione subita da Washington e Tel Aviv, e il commercio energetico mondiale è finito in crisi, ne hanno giovato ancora una volta i produttori americani. Ad aprile, stando ai dati della società Kpler, gli Stati Uniti stanno esportando una quantità record di petrolio, pari a 5 milioni di barili al giorno, circa il 30% in più rispetto ai 3,9 milioni di marzo. Corrono anche i profitti, visto l’aumento del prezzo del greggio sui mercati internazionali.

Aveva usato pochi giri di parole il presidente USA Donald Trump quando si era detto interessato a conquistare il petrolio iraniano. Del fallimento di quest’opzione, con il regime di Teheran che ha serrato i ranghi e tenuto testa all’aggressione, possono consolarsi le multinazionali statunitensi. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei pasdaran, è stato infatti messo in crisi l’intero commercio energetico. Il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle: si è passati dai 60 dollari a barile di febbraio agli oltre 110 dollari toccati a inizio aprile. A rimetterci sono stati innanzitutto i Paesi del Golfo, che oltre a subire le ritorsioni iraniane hanno anche perso lo sbocco sui mercati internazionali. L’effetto valanga si è abbattuto presto sui partner europei ed asiatici, che si sono dovuti rivolgere ad altri fornitori, a prezzi maggiorati. Ecco che entrano in gioco i produttori statunitensi. Secondo la società di dati Kpler, le multinazionali americane starebbero esportando circa 5 milioni di barili di petrolio al giorno, con delle stime in crescita per il mese di maggio.

Calcoli e scenari futuri dipenderanno molto dall’esito dei colloqui previsti nelle prossime ore tra Washington e Teheran. Nel frattempo, l’aumento degli incassi per le multinazionali potrebbe trasformarsi in un enorme boomerang per i cittadini statunitensi, anche loro alle prese con il caro carburante. Le aziende stanno infatti vendendo al miglior acquirente, trascurando il mercato interno. Per questo motivo è atteso un intervento dell’amministrazione Trump che, forte delle recenti concessioni ottenute in Venezuela, potrebbe “spingere” le multinazionali a rivedere in parte i propri piani.

Al momento risultano 68 petroliere dirette verso gli Stati Uniti per caricare il greggio e trasportarlo in giro per il mondo. Nelle ultime settimane i Paesi asiatici hanno raddoppiato la domanda di petrolio statunitense, mentre in Europa è cresciuta del 27%. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i Paesi europei hanno intrapreso una progressiva sostituzione del gas russo con quello statunitense, più costoso e complesso da lavorare: gli oleodotti hanno ceduto il passo alle navi rigassificatrici, come quella installata a Piombino tra le proteste dei cittadini per l’impatto ambientale e i rischi sanitari. In quattro anni il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense è passato dal rappresentare il 5% delle importazioni nel 2021 al 27% odierno, mentre il gas naturale russo è sceso dal 50% al 12% del totale delle importazioni. La dipendenza energetica ha legato ancor di più l’Europa a Washington, in una relazione destinata — anche alla luce dei recenti sviluppi petroliferi — a essere sempre più a senso unico.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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