martedì 31 Marzo 2026

Il nuovo colonialismo digitale che minaccia le comunità indigene americane

Nel cuore dei territori ancestrali degli Stati Uniti si consuma un nuovo capitolo del colonialismo americano, accompagnato da un ronzio costante: quello dei data center. L’inarrestabile ascesa dell’intelligenza artificiale, con la sua sete di energia e risorse, sta delineando una nuova e preoccupante forma di “colonialismo digitale” che minaccia direttamente le comunità indigene. Queste imponenti cattedrali di silicio, pilastri della modernità iper-connessa, richiedono quantità devastanti di acqua per raffreddare i propri circuiti e grandi quantità di energia per alimentare calcoli algoritmici sempre più complessi, gravando spesso su territori nativi già duramente provati da decenni di marginalizzazione, estrattivismo e forme varie di disagio socio-economico.

Come spiegato su Native News Online da Nichole Keway Biber, attivista e cittadina tribale delle Little Traverse Bay Bands of Odawa Indians, questa espansione viene percepita dalle comunità come un l’ennesimo tradimento profondo verso filosofie di vita millenarie basate sul rispetto sacrale della terra e sull’equilibrio tra uomo ed ecosistema. «Mentre gli oligarchi multimiliardari di Big Tech e Big Oil spingono una visione distopica di macchine da guerra autonome e umani ridotti a poco più che fonti di dati, noi, le persone sul terreno, dobbiamo scegliere un’altra strada: proteggere e ripristinare la nostra dipendenza dal mondo reale dall’acqua, dal cibo e dalla fauna selvatica», scrive Keway Biber.

La Nazione Seneca di Tonawanda si oppone alla costruzione di un grande centro dati presso il Western New York Science and Technology Advanced Manufacturing Park (STAMP) in Alabama, nello Stato di New York. (Foto/New York State Economic Development Council)

Il conflitto non è meramente logistico, ma ontologico. Mentre le grandi aziende tecnologiche vedono nei territori nativi spazi a basso costo per l’espansione del capitale, le nazioni indigene vedono minacciata la propria sopravvivenza ecologica. Il consumo idrico di un moderno data center può raggiungere milioni di litri al giorno, una cifra insostenibile in regioni dove l’accesso all’acqua potabile è già un diritto conquistato con fatica. Questo scenario pone il calcolo algoritmico in diretta competizione con la salute degli ecosistemi, elevando l’efficienza delle macchine sopra la vitalità dei bacini idrici. In questo contesto, il progresso non è più visto come una forza democratizzante, ma come una nuova ondata di espropriazione delle risorse primarie.

Per contrastare questa deriva, la Nazione Cherokee, in Oklahoma, ha deciso di non restare a guardare, intraprendendo un proprio percorso di analisi indipendente. Attraverso lo studio degli impatti ambientali e sociali nelle proprie riserve, i leader indigeni cercano di ribaltare il paradigma del subire passivamente l’innovazione. L’obiettivo di queste ricerche non è necessariamente il rifiuto della tecnologia, bensì l’affermazione di una sovranità digitale che sia inseparabile dalla sovranità territoriale. La protezione dell’ambiente, in questa visione, non è un ostacolo burocratico allo sviluppo, ma il requisito essenziale e non negoziabile per una vita dignitosa e per la preservazione dei valori ancestrali. 

Le istituzioni internazionali, incluse le linee guida stabilite nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, sottolineano l’importanza del consenso libero, preventivo e informato per ogni progetto che impatti sulle terre native. Molto spesso questo non viene fatto, men che meno adesso con questa rapidità di espansione del settore dell’intelligenza artificiale. Così le nazioni indigene stanno cercando di intervenire con propri regolamenti interni e studi di fattibilità socio-ecologica. La gestione delle risorse digitali sta diventando il nuovo terreno di scontro per i diritti civili. Se da un lato il governo federale spinge per una leadership americana nell’IA, organizzazioni no-profit come l’Indigenous Environmental Network vigilano affinché questa transizione non avvenga a spese dei più vulnerabili, come praticamente sempre accade. La sovranità indigena deve ora fare i conti con le apparecchiature più strategiche del nuovo millennio: i server. 

Non si tratta solo di impedire la costruzione di un edificio, ma di esigere che ogni innovazione rispetti dei limiti ecologici, ponendo fine alla logica estrattivista che ha caratterizzato i secoli passati. La lezione che arriva dalle terre Cherokee è chiara: il futuro non può essere costruito sulle macerie degli ecosistemi e la tecnologia sarà realmente avanzata solo quando non degraderà le relazioni ecosistemiche e quelle umane.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.

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