Già da diverse settimane i cittadini russi hanno iniziato a riscontrare massicci disservizi nell’utilizzo della piattaforma Telegram. Non si tratta di semplici problemi tecnici, ma di un’operazione coordinata dal regolatore statale delle comunicazioni. Quello che per anni è stato il “porto sicuro” della dissidenza, dell’informazione indipendente e persino della comunicazione istituzionale e militare russa potrebbe presto diventare un ricordo. La Federazione Russa avrebbe infatti avviato le procedure per l’eliminazione di Telegram dal proprio spazio cibernetico. Secondo le ultime dichiarazioni ufficiali rilasciate da Roskomnadzor (Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media), l’app sarebbe colpevole di violazioni sistematiche della legislazione russa sulla conservazione dei dati e sulla cooperazione con le autorità inquirenti in materia di reati gravi, come il terrorismo.
Il governo ha da tempo implementato sofisticate tecniche di throttling, ovvero il rallentamento intenzionale della velocità di connessione che rende l’invio di video e messaggi vocali quasi impossibile. Ma il blocco totale pare ormai imminente: diverse testate locali indicano la data del 1° aprile come il termine ultimo oltre il quale l’applicazione verrà completamente oscurata sul territorio nazionale. Con circa 100 milioni di utenti, Telegram (che funge anche da social network e piattaforma di informazione) è l’app di messaggistica più popolare della Russia. Quasi tutte le agenzie statali russe hanno canali Telegram, incluso il Cremlino, così come i politici dell’opposizione, i giornalisti indipendenti e i media non censurati. Telegram è utilizzata anche dai soldati russi per trasmettere le coordinate del campo di battaglia, tenere riunioni e parlare con le loro famiglie. Insomma, l’app è utilizzata da tutti, senza distinzioni.
Tuttavia, l’attuale esigenza dello Stato di esercitare un controllo sui flussi informativi in un periodo di estrema tensione geopolitica sembra portare verso altre direzioni. La crittografia end-to-end e la natura decentralizzata della piattaforma sono state identificate come una minaccia alla sicurezza nazionale. L’obiettivo finale, però, non è il semplice oscuramento, ma la sostituzione. Sebbene la storia tra Russia e Telegram, e il suo fondatore Pavel Durov, non sia mai stata “rose e fiori”, gli attacchi più duri sono iniziati qualche mese fa, dopo la nascita di MAX, una “super-app” sviluppata dal colosso tech nazionale VK (Vkontakte). MAX è stata paragonata alla cinese WeChat, combinando social media e funzioni di messaggistica con accesso a un sistema di identità digitale, banche, pagamenti e servizi pubblici vari.
Il 4 giugno 2025, durante una riunione di governo, in risposta alla relazione del ministro dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media della Federazione Russa, Maksut Shadayev, lo stesso Presidente Putin, rivolgendosi a tutti i ministri, ha detto: «Vi prego di tenere a mente e chiedervi di organizzare intenzionalmente il lavoro per sostenere l’applicazione russa, e per questo i servizi forniti da vari dipartimenti, istituzioni finanziarie e così via, dovrebbero essere trasferiti su questa piattaforma. Questo è estremamente importante». Alla fine del mese di giugno Putin ha poi firmato la legge approvata dalla Duma di Stato e dal Consiglio della federazione, sulla “Creazione di un servizio multifunzionale per lo scambio di informazioni”. Da settembre scorso, MAX è stata preinstallata su tutti i telefoni e i tablet venduti in Russia.
L’applicazione ovviamente non sarà obbligatoria ma non averla renderà la vita più complicata, per via di schemi e logiche che abbiamo già avuto modo di sperimentare nel recente passato di emergenza pandemica. Il destino di Telegram si inserisce in un quadro di desertificazione digitale già avviato. La prima vittima eccellente era stata WhatsApp, resa inaccessibile attraverso la rimozione dei suoi domini dai DNS nazionali dopo l’inclusione, nel 2022, della società madre, META, nella lista delle organizzazioni terroristiche ed estremiste. Se Telegram era riuscito a sopravvivere più a lungo grazie alla sua enorme popolarità tra i blogger patriottici e i corrispondenti di guerra, l’attuale stretta dimostra che nessuna eccezione è più concessa. Anche altre piattaforme minori e servizi di messaggistica criptata stranieri stanno subendo la stessa sorte, lasciando i cittadini russi con una scelta binaria: utilizzare i canali controllati dallo Stato o tentare via delle VPN, che a loro volta sono oggetto di una caccia tecnologica senza sosta da parte del Roskomnadzor.
L’eliminazione di Telegram rappresenta l’ultimo mattone di un muro digitale che separa la Russia dal resto del web globale, come già fatto da tempo dalla Cina. Mentre il governo giustifica queste misure con la necessità di combattere il terrorismo e le frodi informatiche, il risultato tangibile è la creazione di un ecosistema informativo a circuito chiuso.




