Ci sono volute 36 ore di deliberazione perché la giuria del Woolwich Crown Court di Londra dichiarasse non colpevoli i sei attivisti britannici di Palestine Action accusati di furto aggravato e altri reati in relazione a un’irruzione nella fabbrica di Elbit Systems nel sud-ovest dell’Inghilterra. Ma alla fine Leona Kamio, Samuel Corner, Fatema Rajwani, Zoe Rogers, Jordan Devlin e Charlotte Head sono stati scagionati dalle accuse più gravi.
La vicenda risale al 6 agosto 2024, quando il gruppo di attivisti pro-Palestina guidò un’azione diretta contro lo stabilimento britannico nei pressi di Bristol che, nel frattempo, ha cessato l’attività. Secondo l’accusa i sei avrebbero sfondato con un furgone le recinzioni della fabbrica e, una volta all’interno, avrebbero danneggiato attrezzature e provocato scontri con il personale di sicurezza. La procura sosteneva che l’azione costituiva furto aggravato, danneggiamento e disordine violento.
Durante il processo, iniziato nell’autunno 2025, la difesa ha contestato ogni accusa, sostenendo che l’intento del gruppo non fosse quello di commettere reati violenti ma di esprimere una protesta politica contro la fabbrica di armamenti, nel tentativo di fermarne l’attività. In aula sono emerse ricostruzioni complesse degli eventi, con filmati e testimonianze che hanno messo in discussione alcuni aspetti chiave del caso.
La giuria, tra gli applausi dei sostenitori, ha infine assolto tutti i sei imputati dal reato più grave di furto aggravato e ha dichiarato non colpevoli tre di loro anche per disordine violento. Tuttavia, per alcuni capi d’imputazione, tra cui quello di criminal damage (danneggiamento di proprietà) e quello relativo a lesioni personali gravi contestate a Corner, i giurati non sono riusciti a raggiungere un verdetto.
Secondo i loro avvocati, il verdetto rappresenta una vittoria importante, perché conferma che le azioni politiche, per quanto radicali, non possono essere automaticamente qualificate come reati violenti. La vicenda ha suscitato un dibattito nel Regno Unito non solo per la natura dell’azione diretta messa in atto da Palestine Action – che il governo con una decisione senza precedenti aveva inserito tra le organizzazioni terroristiche – ma anche per il modo in cui il sistema giudiziario affronta questi casi. La giuria, chiamata a valutare fatti e non opinioni, ha scelto di assolvere quando le prove non sono apparse sufficienti per una condanna.
Resta aperta la possibilità che alcuni capi d’imputazione irrisolti possano essere oggetto di futuri processi, ma per ora l’assoluzione segna un punto di svolta in una vicenda giudiziaria e politica che ha tenuto banco per mesi.




Grazie! Eccellente notizia! La disobbedienza civile cerca di aprire dei varchi nell’omertà di Stato e va apprezzata, non condannata!