L’Ilva è un pericolo per la salute, la Corte d’Appello: bonifica o deve chiudere

La produzione dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto dovrà fermarsi entro tre mesi, a meno che non si provveda alla bonifica dell’amianto ancora presente negli impianti e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro i livelli ritenuti compatibili con una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Milano, che ha accolto i ricorsi presentati da due gruppi di cittadini tarantini. Secondo la Corte, come riportato nella sentenza, l’amianto è legato al mesotelioma, presente a Taranto e Statte in misura quattro volte superiore all’atteso. Restano circa 2.000 chili di materiale da smaltire, che l’azienda ritiene eliminabili solo a fine ciclo degli impianti. La Corte ha inoltre evidenziato che l’attuale sistema produttivo non è sostenibile nemmeno dal punto di vista climatico.

Nello specifico, il provvedimento concerne il cuore produttivo dello stabilimento, in cui hanno luogo le lavorazioni degli altiforni. La riapertura degli impianti sarà possibile solo dopo la completa rimozione dell’amianto e l’adozione delle misure necessarie per riportare le concentrazioni di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza previsti dalle norme ambientali. «Appare evidente che la domanda dei cittadini, come formulata nella memoria del 30 settembre 2025 e ribadita in sede di reclamo, è stata comunque motivata, prima e dopo l’Aia 2025, dal rischio di pregiudizio del diritto alla salute e del diritto al clima – si legge nella sentenza -. Le domande dei cittadini non possono essere considerate generiche perché sono state puntualmente dedotte le ragioni in base alle quali la gestione dello stabilimento genera il rischio di danno alla salute, con specifico riferimento, tra l’altro, a svariate e individuate sostanze nocive», nonché «l’inadeguatezza, tempo per tempo, degli accorgimenti utilizzati da Ilva per scongiurare il pericolo di malattie legate all’inquinamento» e «le ingiustificate dilazioni nella realizzazione di interventi idonei a scongiurare i rischi, come consentite da disposizioni dell’Aia 2025 in tesi illegittime».

I giudici hanno puntualizzato come l’amianto risulti «l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto), che si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte». Secondo la Corte, la «omessa prescrizione sulla rimozione dell’amianto nell’Aia 2025 si pone in aperto contrasto, per due profili, con le statuizioni della sentenza Corte di Giustizia Ue pronunciata nel corso del procedimento di primo grado, a seguito del rinvio pregiudiziale operato dal Tribunale». «Deve darsi per scontato che le polveri sottili sono nocive e che presentano rischio per la salute – scrivono ancora i giudici -. Basti considerare che le varie Aia che si sono succedute nel tempo hanno prescritto continui monitoraggi: all’evidenza essi non sarebbero stati necessari se si trattasse di emissioni innocue». Nel provvedimento si legge che le Valutazioni di danno sanitario (Vds) succedutesi nel tempo «hanno dato atto che, nonostante il mancato superamento dei valori limite di cui al dlgs 155/2010, si sono verificate nelle aree a rischio eccessi di mortalità e spedalizzazione in percentuale significativamente maggiore rispetto ad altre zone più lontane dallo stabilimento».

La decisione della Corte d’Appello ha spinto il governo Meloni a intervenire con urgenza per limitare le conseguenze sul futuro dell’ex Ilva. Dopo una riunione straordinaria a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha infatti dato l’ok a un nuovo finanziamento da 100 milioni di euro per garantire la continuità operativa del comparto a freddo, confermando il tavolo di confronto con i sindacati. La sentenza, infatti, rischia di compromettere anche il percorso di cessione dell’azienda, avviato nei mesi scorsi nell’ambito dell’amministrazione straordinaria. Negli ultimi mesi l’esecutivo aveva portato avanti una trattativa con potenziali investitori internazionali al fine di individuare un acquirente dell’intero gruppo e rilanciare la produzione. Finora il governo aveva autorizzato altri due prestiti: 149 milioni di euro ad aprile e 100 milioni di euro nelle settimane successive. Le garanzie per migliaia di lavoratori, preoccupati dal rischio di nuovi periodi di cassa integrazione o della perdita del posto di lavoro, saranno al centro del confronto con le organizzazioni sindacali, le quali chiedono che la tutela dell’ambiente e della salute pubblica proceda di pari passo con la salvaguardia dell’occupazione e della capacità produttiva del polo siderurgico.

Avatar photo

Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Articoli correlati

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

+ visti