Nascosta nei meandri del distretto industriale pratese operava una banca clandestina al servizio dei clan della Sacra corona unita, della ‘Ndrangheta, della Camorra e di gang criminali albanesi. Un vero e proprio “istituto di credito” fantasma in grado di movimentare fino a 100 milioni l’anno in pagamenti in nero per partite di droga e merci tessili tra aziende cinesi. Le indagini della Dda di Firenze, condotte dal Servizio Centrale Operativo della Polizia e dalla squadra mobile di Prato, hanno portato all’esecuzione di 41 misure cautelari (17 in carcere, 16 ai domiciliari e 8 con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) su 57 indagati tra cinesi, italiani e albanesi. Il gip ha disposto il maxi-sequestro preventivo di beni per circa 60 milioni di euro.
L’operazione, che ha visto impegnati 150 poliziotti con l’ausilio di un elicottero, ha colpito tre distinte organizzazioni criminali. Tra i reati contestati figurano l’associazione per delinquere con l’aggravante della mafiosità per aver agevolato il clan Briganti di Lecce, la ‘ndrina Fiarè-Razionale-Gasparro di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia) e il clan campano Aquino-Annunziata. L’associazione era finalizzata al riciclaggio, al reimpiego dei proventi dello spaccio, all’abusiva attività bancaria, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina. Centotrenta in totale le contestazioni.
Al vertice della banca illegale, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, vi era un cinese di 53 anni con numerosi precedenti penali in Veneto per associazione a delinquere finalizzata al commercio di droga. L’uomo, dopo aver scontato l’ultima parte della pena in Toscana, ha deciso di restare a Prato e ha rapidamente costruito una rete di contatti diventando il terminale degli “investimenti” di narcotrafficanti ed evasori fiscali. Per gestire i pagamenti, utilizzava il sistema di transazione islamica hawala, noto in Cina come “chop-shop” o “moneta volante”, meccanismo virtuale basato sulla fiducia tra intermediari che consente di trasferire denaro senza spostarlo fisicamente da un Paese all’altro, rendendo le transazioni completamente non tracciabili. Tale oliato sistema, a detta degli inquirenti, si alimentava grazie agli enormi flussi di denaro nero provenienti dalle aziende del pronto moda. Corrieri incaricati raccoglievano contanti riconducibili sia alle organizzazioni criminali sia alle attività commerciali irregolari. Le somme venivano poi utilizzate per compensare crediti e debiti tra imprese cinesi operanti in Italia e in diversi Paesi europei, in particolare Spagna, Portogallo e Francia. In questo modo era possibile finanziare l’acquisto di ingenti quantitativi di stupefacenti senza movimentare direttamente il denaro della droga, riducendo il rischio di sequestri durante i controlli.
«Le indagini rilevano l’esistenza di un sistema bancario parallelo e clandestino che serve non solo a finanziare i traffici illeciti, soprattutto di stupefacenti, e a reinvestirne i proventi ma anche a incrociare traffici illeciti con le logiche delle frodi fiscali», ha commentato il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. «Sono stati messi in luce i rischi collegati all’integrazione di diverse strutture criminali italiane e straniere. C’è un circuito che fa saltare tutti percorsi tracciamento, un fenomeno in forte espansione che dà la misura di cosa è la criminalità organizzata oggi, della sua straordinaria forza di espansione. Una realtà che qualcuno ancora cerca di edulcorare, parlando di una situazione sotto controllo».
L’uomo inquadrato dall’inchiesta come capo della banca illegale, insieme ad altri cinque indagati, è accusato anche di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver fatto entrate illegalmente in Italia cittadini cinesi. Nel luglio 2023, cinque migranti avrebbero pagato 9.500 euro ciascuno per un viaggio che partiva dalla Cina in direzione Serbia, Paese extra-Schengen che non richiede visto d’ingresso, per poi proseguire a piedi attraverso l’Ungheria e infine in auto verso la Slovenia. Le destinazioni finali erano Prato, Torino e Sommacampagna, nel veronese.




