Cosa racconta il primo censimento delle persone senza fissa dimora in Italia

Contarli è già un atto politico. Significa riconoscere che esistono, che occupano uno spazio nelle nostre città, che non sono fantasmi ma persone con un’età, un sesso, una provenienza, una storia spezzata da qualche parte lungo il cammino. Per decenni l’Italia ha governato il fenomeno dei senza fissa dimora, o ha provato a ignorarlo, senza sapere davvero quante persone dormissero sotto i ponti, nei portici, sui cartoni di un marciapiede. Nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2026, per la prima volta, qualcuno ha deciso di andare a vedere.

Il risultato è un numero preciso: 10.037. Tante sono le persone senza dimora censite in 14 grandi città italiane nella notte in cui ISTAT e la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) hanno condotto il primo conteggio nazionale, con metodo “Point in Time”, la stessa fotografia istantanea usata in molti paesi europei e negli Stati Uniti per misurare la povertà estrema. Squadre di volontari hanno percorso a piedi ogni quartiere, ogni sottopassaggio, ogni stazione, armati di schede digitali e dell’esperienza di chi conosce le persone che abitano la notte.

Di quei 10mila, 5.563 dormivano nelle fredde sere di gennaio 2026 in cui è stata effettuata la rilevazione, in una delle 217 strutture di accoglienza notturna. Gli altri 4.474 – quasi la metà del totale – erano fuori, in strada, negli spazi aperti della città. Il 35% di loro giaceva direttamente su marciapiedi o piazze, senza alcun riparo. Un altro 32% aveva trovato un angolo sotto un portico, un sottopasso, un ponte. Quasi uno su dieci si trovava in una stazione o in un terminal di trasporto. Uno su venti dormiva in una tenda o in un’automobile.

Roma concentra il numero assoluto più alto: 2.621 persone, di cui 1.299 in strada. Seguono Milano con 1.641 (601 fuori dai ripari), Torino con 1.036 e Napoli con 1.029. Ma è Genova la città con la quota proporzionalmente più alta di persone all’aperto: il 65,9% dei senza dimora genovesi quella notte dormiva in strada, non in una struttura. Firenze segue con il 59%, Napoli con il 55. Messina, con soli 129 casi rilevati in totale, è la città dove la quota di chi dorme fuori è più bassa: appena il 19%. A Bari la quasi totalità di chi ha un posto letto lo ha trovato in una struttura; a Cagliari il numero di ospiti ha addirittura superato la capienza dichiarata, grazie ai letti aggiuntivi predisposti per far fronte all’emergenza.

Perché i numeri, da soli, rischiano di rimanere astratti. Dietro ogni persona ci sono storie e percorsi: un divorzio, un licenziamento, una dipendenza, una malattia, una migrazione andata storta. Lo sa chi lavora ogni giorno in queste situazioni. «Dietro ogni numero c’è una storia», recitava lo slogan della campagna “Tutti contano” che ha accompagnato la rilevazione. «E ogni storia merita attenzione».

I dati demografici restituiscono un ritratto complesso. Le donne sono una minoranza anche nell’esclusione più estrema: nelle strutture rappresentano il 21,4% degli ospiti (1.189 persone). Una sottorappresentazione che non rispecchia necessariamente una minore vulnerabilità, ma spesso l’invisibilità specifica delle donne senza dimora, più esposte a violenza, più propense a cercare soluzioni informali e meno visibili ai conteggi. La fascia di età dominante, sia nelle strutture che in strada, è quella tra i 31 e i 60 anni: il 61,3% nelle strutture, il 73,2% tra chi dorme all’aperto. Gli over 60 pesano per il 23,4% degli ospiti delle strutture – una quota che a Roma sale al 33% – mentre i giovani tra i 18 e i 30 anni sono il 15,3%.

Quanto alla nazionalità, il dato è netto: nelle strutture di accoglienza le persone straniere sono i due terzi del totale (69%), e tra chi dorme in strada il 70,6% di coloro per i quali è stato possibile rilevare questo dato ha una nazionalità non italiana. Le eccezioni più significative riguardano Cagliari, dove quasi otto ospiti su dieci nelle strutture sono italiani, e le città siciliane di Palermo e Catania, dove le nazionalità italiane e straniere sono più equilibrate. La distribuzione per Paesi di origine richiama, nelle grandi città del Nord, i profili già noti delle comunità migranti: Marocco, Romania, Egitto a Milano; Romania e Polonia a Roma; Somalia e Nigeria soprattutto nelle città settentrionali. Alcune comunità, come quella cinese, filippina o bengalese, pur numericamente rilevanti nelle rispettive città, risultano quasi assenti tra i senza dimora: un dato che invita a riflessioni sui meccanismi di mutuo sostegno interni a certe comunità e sulla loro capacità di tenere i propri membri al riparo dalla marginalità estrema.

C’è un dettaglio del report che colpisce più degli altri, e che nessun grafico rende davvero: nella maggior parte dei casi, durante il conteggio notturno, le persone intercettate dormivano o apparivano addormentate. Solo il 16,7% ha cercato un’interazione. Gli altri erano assenti, estraniati dal freddo, dalla stanchezza, dall’alcol, dalla malattia. O semplicemente abituati a non essere visti.

I 6.678 posti letto nelle strutture di primo accesso sono meno delle 10.037 persone conteggiate, e questo non è un dettaglio tecnico ma una misura dell’inadeguatezza. Il rapporto tra capienza e presenze varia molto: a Milano si copre l’82% della domanda, a Genova appena il 37. A Messina la capienza supera il numero di rilevati, ma Messina ha i numeri più bassi in assoluto. Il quadro nazionale racconta di un welfare emergenziale che rincorre il fenomeno invece di anticiparlo.

La rilevazione esclude i minori, chi vive in insediamenti organizzati o edifici occupati, e chi pur senza una casa è temporaneamente ospite da amici o parenti. Il numero reale, in altre parole, è più alto. Il censimento non pretende di essere esaustivo: fotografa il fenomeno in un momento e in quattordici città, che insieme rappresentano meno di un decimo del territorio nazionale. Eppure è già, in sé, uno scarto rispetto al buio precedente.

Contare non risolve. Ma è la precondizione di qualsiasi soluzione seria. Le politiche pubbliche, i fondi europei per la lotta alla povertà estrema, la distribuzione dei servizi territoriali: tutto passa dalla capacità di misurare ciò che si vuole cambiare. Senza dati, restano le impressioni, i pregiudizi, i tagli lineari. Con i dati, almeno, si inizia a ragionare sulla realtà.

10mila persone, in una notte di gennaio, sparse tra i marciapiedi e i dormitori di quattordici città italiane; 10mila storie che nessuno aveva ancora trovato il modo di tenere insieme in un solo numero. Ora quel numero esiste. E adesso tocca a noi decidere cosa farne.

Avatar photo

Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

Articoli correlati

1 commento

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria