martedì 7 Aprile 2026

Perché la guerra in Iran potrebbe segnare la fine del petrodollaro

La guerra tra l’Iran e l’asse israelo-statunitense, con le sue ricadute sulla produzione e i prezzi del petrolio e la destabilizzazione di tutta l’area mediorientale, potrebbe indebolire il sistema del petrodollaro come non era mai avvenuto prima d’ora. Lo riportano diverse analisi specializzate, tra cui quella del media economico-finanziario statunitense Bloomberg e una relazione della Deutsche Bank. Secondo Bloomberg, questo meccanismo che ha visto per più di cinquant’anni gli USA garantire la stabilità e la sicurezza in Medio Oriente in cambio dell’acquisto dei titoli del Tesoro americano da parte dei Paesi del Golfo si sarebbe addirittura «interrotto». Ciò significa che è in corso un cambiamento significativo a livello degli assetti economico-finanziari internazionali che va di pari passo con lo sconvolgimento degli equilibri geopolitici, causato in primis dalla guerra in Ucraina e incrementato ora rapidamente dalle azioni del presidente statunitense Donald Trump.

Il sistema dei petrodollari nacque nel 1974, quando Henry Kissinger, allora Segretario di Stato della presidenza Nixon, stipulò un accordo con l’Arabia Saudita con l’obiettivo di tenere alta la domanda di dollari: gli USA avrebbero fornito ai sauditi armi e protezione militare dei campi petroliferi da eventuali attacchi esterni, compresa la protezione dalla vicina Israele. In cambio, la monarchia dei Saud avrebbe dovuto rispettare due condizioni: vendere la produzione di petrolio accettando esclusivamente dollari e reinvestire i proventi della vendita in titoli di stato americani. In questo modo, gli Stati Uniti si sarebbero garantiti tre fondamentali vantaggi economico-finanziari: il mantenimento di un’alta domanda artificiale di dollari a livello internazionale, funzionale all’apprezzamento del dollaro, la giustificazione per stampare una grande quantità di cartamoneta da parte della Fed e la possibilità di finanziare facilmente il debito pubblico americano, dato che l’enorme quantità di dollari in circolazione veniva reinvestito in titoli del Tesoro statunitensi: quest’ultimo meccanismo venne ribattezzato “il riciclaggio dei petrodollari” da Kissinger.

Questo funzionamento sta progressivamente venendo meno e, se già prima dell’inizio della guerra in Iran aveva mostrato diverse crepe, dopo il 28 febbraio scorso la crisi di tale sistema si è acuita: da una parte, gli Stati del Golfo hanno complessivamente tagliato la loro produzione di greggio di almeno dieci milioni di barili al giorno a marzo; dall’altra, sia gli Stati arabi esportato che gli Stati importatori hanno cominciato a vendere i loro titoli del Tesoro USA. Infatti, il prezzo del petrolio in dollari ha superato i 100 dollari al barile, mentre le valute nazionali si indeboliscono rispetto al biglietto verde. Questo ha spinto le banche centrali a vendere i titoli USA per limitare il deprezzamento delle divise nazionali. Secondo i dati riferiti da Bloomberg, dal 28 febbraio scorso le banche centrali hanno venduto titoli statunitensi per cinque settimane consecutive: le riserve della Federal Reserve Bank di New York sono così diminuite di circa 82 miliardi di dollari, attestandosi a 2.700 miliardi di dollari, il livello più basso dal 2012.

Già in precedenza erano accaduti episodi simili, ad esempio con la crisi del Covid-19 nel 2020, durante la prima fase della guerra in Ucraina o con lo scoppio della campagna militare israeliana a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Ma la situazione era rientrata in fretta. La guerra in Iran, invece, segna una differenza fondamentale rispetto agli altri eventi geopolitici: mentre, infatti, le crisi del petrolio innescate da precedenti eventi portavano ad un aumento dei prezzi dell’energia aumentando i guadagni per i Paesi produttori – e incrementando così il sistema dei petrodollari ossia il reinvestimento in titoli americani – questa volta gli Stati del Golfo non possono estrarre e esportare il greggio, per via della chiusura dello strategico Stretto di Hormutz. A gennaio Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti detenevano complessivamente circa 300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro statunitensi, ma ora a causa del calo delle entrate petrolifere e per via dei massicci investimenti nel settore della difesa, stanno rivedendo gli impegni di investimento presi con Washington solo pochi mesi fa, interrompendo anche il cosiddetto “riciclaggio dei petrodollari”. Ne deriva che entrambi i cardini del meccanismo sono interrotti: il guadagno in dollari dalla vendita di petrolio e il reinvestimento in titoli del Tesoro USA.

Inoltre, già prima della crisi mediorientale il funzionamento del meccanismo finanziario escogitato da Kissinger si era parzialmente indebolito per via di tre importanti fattori: i principali importatori di petrolio non sono più gli Stati Uniti – che sono loro stessi diventati i principali esportatori di GNL (gas naturale liquefatto) – bensì i Paesi asiatici, con la Cina in testa; il meccanismo del pagamento esclusivo di petrolio in dollari è stato eroso dall’affermazione dei pagamenti in valute locali e soprattutto dal cosiddetto petroyuan: secondo diverse fonti, tra cui il report della Deutsche Bank citato in apertura, i dati del primo trimestre 2026 mostrano che gli scambi di petrolio non in dollari, principalmente in yuan, rappresentano ormai oltre il 20% del volume globale, in forte aumento rispetto al 12% di inizio 2025. Infine, terzo elemento fondamentale, gli Stati Uniti sarebbero sempre meno in grado di garantire la sicurezza dei Paesi del Golfo. Il quadro non delinea un brusco e totale crollo del petrodollaro, ma una sua progressiva erosione che può determinare un cambiamento senza precedenti nel sistema monetario globale.

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.

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