domenica 5 Aprile 2026

Musica per distruggere l’Occidente

Harry Partch era un musicista americano dei primi del Novecento che cercava di farsi strada come compositore, in un periodo storico nel quale si mettevano in discussione tutti i canoni della cosiddetta musica classica. Si era dato un obiettivo piuttosto modesto: distruggere il sistema sul quale si fondava la musica occidentale. In parole povere, voleva cambiare le note.

Do re mi fa sol la si. Più i semitoni. Dodici in tutto. La domanda alla base del suo ragionamento era molto semplice ma anche incredibilmente complicata: perché?

Perché in un’ottava ci sono dodici note? Non riuscì a darsi una risposta soddisfacente. Così decise di cercarne di nuove. Cominciò a studiare le tradizioni musicali del mondo antico e scoprì che molte civiltà avevano suddiviso l’ottava in maniera completamente diversa, percependo intervalli che l’orecchio occidentale moderno non era nemmeno addestrato a riconoscere. Esistevano spazi sonori tra una nota e l’altra. Interstizi che il sistema temperato, quello dei dodici semitoni uguali consacrato da Bach a inizio Settecento, aveva semplicemente ignorato. La scala di Partch passò così da 12 a 43 note. I cosiddetti microtoni. Suoni che esistevano eccome, ma che la civiltà occidentale aveva educatamente fatto finta di non sentire per qualche secolo.

Quelle note, tuttavia, non dovevano essere solo riscoperte. Dovevano essere letteralmente costruite, nel senso più artigianale e concreto del termine. Nessuno strumento esistente era in grado di suonarle. Il pianoforte, il violino, gli strumenti a percussione e persino l’organo erano tutti complici del vecchio sistema. Subdoli collaborazionisti irrimediabilmente temperati. Non ci si poteva fidare di loro, bisognava ripartire a zero. Da grande individualista qual era ci pensò lui stesso. Iniziò a costruire i propri strumenti inventando cordofoni, percussioni e tastiere che non assomigliavano a nulla di già visto. Li battezzò con nomi evocativi e vagamente mitologici: il Chromelodeon, il Quadrangularis Reversum, il Cloud Chamber Bowls e via dicendo. Il risultato era un’orchestra intera, costruita da un solo uomo, per eseguire una musica che nessun altro avrebbe potuto suonare. 

Il Quadrangularis Reversum di Harry Partch

Nessuno la poteva suonare e nessuno la voleva ascoltare. In effetti il nuovo stile compositivo di Partch non ebbe molto successo e non scosse gran che le fondamenta dell’Occidente. A quello contribuì molto di più la Grande Depressione, che travolse gli Stati Uniti e lo stesso compositore. Dal 1936 al 1943 visse come un vagabondo spostandosi in treno e in autostop lungo la costa ovest degli Stati Uniti, senza però rinunciare mai alla sua vocazione compositiva. Da quel peregrinare nacque però una delle opere che lo renderanno celebre: Barstow. Il titolo prende il nome da una piccola cittadina californiana dove Partch si imbatté in una ringhiera sul ciglio della strada ricoperta di scritte lasciate da altri anonimi viandanti. Nomi, destinazioni, sfoghi, appelli. Le copiò tutte. Quegli scarabocchi dimenticati diventarono il libretto di un’opera in otto sezioni, recitati e cantati sopra la sua inconfondibile orchestra di strumenti modificati. Perché niente esprime meglio l’alienazione moderna e la crisi del capitalismo americano che andare letteralmente a copiare i graffiti su un muretto in mezzo al nulla e trasformarli in musica microtonale. Uno dei primi versi recita così: It’s 4 p.m. and I’m hungry and broke. I wish I was dead. But today I am a man!

Negli anni ’60 il lavoro di Partch uscì finalmente dall’ombra dei circoli accademici e andò a colpire dove meno ci si aspettava: nel rock d’avanguardia. Musicisti come Frank Zappa e Captain Beefheart lo scoprirono e ne furono contagiati. Decenni dopo, anche Tom Waits avrebbe attinto a quella vena. Tutti presero qualcosa dal suo stile. Zappa e Beefheart l’uso delle dissonanze trasformate in una sorta di blues bianco e contorto, mentre Waits trovò nella ruvidezza timbrica il suo marchio di fabbrica. I microtoni, tuttavia, vennero lasciati da parte. Dodici note erano sufficienti per l’umanità, e così tornarono nell’ombra del silenzio, dove rimasero per alcuni anni. Ricomparvero in un luogo inaspettato: il Canada.

Alla fine degli anni ’80, in Quebec un altro musicista raccoglierà il testimone della sperimentazione microtonale e lo porterà in una direzione del tutto inedita. Si chiama René Lussier. Chitarrista, compositore e instancabile agitatore culturale, Lussier è una figura centrale della scena musicale québécoise d’avanguardia. La sua opera più rappresentativa, Le trésor de la langue, è un lavoro monumentale che intreccia la sperimentazione sonora con una riflessione profonda sull’identità culturale e linguistica del Quebec francofono. Anche qui ci sono strumenti autocostruiti per catturare gli sfuggenti quarti di tono. Anche qui ci sono voci raccolte altrove e reimpiantate nella partitura come frammenti di memoria collettiva. Tra queste c’è quella del generale Charles de Gaulle, che il 24 luglio 1967, dal balcone del municipio di Montréal, lanciò davanti a una folla in delirio la frase che avrebbe fatto tremare lo Stato canadese: «Vive le Québec libre!». Quattro parole che in pochi secondi trasformarono una visita di Stato in un incidente diplomatico internazionale. Lussier la preleva dalla storia e la riconsegna alla musica, non come citazione retorica ma come materia sonora grezza: la voce di de Gaulle diventa uno strumento tra gli altri, il suo francese carico e solenne si piega alle stesse regole microtonali delle chitarre e dei legni artigianali che lo circondano.

Arriviamo così ai giorni nostri. Marzo 2026. Accade l’inaspettato. La microtonalità, la stessa che Partch inseguiva costruendosi gli strumenti da solo e che Lussier utilizzava per fomentare le rivolte indipendentiste del suo paese, diventa virale su YouTube. Il merito è di un altro gruppo del Québec: gli Angine de Poitrine. Sono un duo, uno alla batteria l’altro alla chitarra/basso. Fanno musica prevalentemente strumentale, anche se ogni tanto compaiono alcuni versi che sembrano provenire da un altro pianeta e che potrebbero ricordare quelli registrati dal loro concittadino Lussier. La loro musica è un rock dal suono molto compatto ma allo stesso tempo visionario, costruito su ritmi dispari che spostano continuamente il baricentro sul quale si innestano i nostri amici microtoni. Anche in questo caso gli strumenti se li sono costruiti da soli, modificando le tastiere della chitarra e del basso per ricavare spazi più piccoli di un semitono, in modo da contenere i quarti di tono che il sistema temperato aveva messo al bando. Il risultato è un suono evocativo e fortemente ipnotico, ma anche tremendamente ballabile grazie alle eccellenti capacità tecniche dei due, che riescono a cavalcare questo progressive-rock esotico con la grazia di chi trasforma ogni nota in un passo di danza.

Pochi giorni fa è uscito il loro secondo album, Vol. II, lanciato da un’esibizione dal vivo che ha fatto il giro del web. Il loro live alla stazione radio KEXP è diventato immediatamente virale, grazie al loro stile musicale inaspettato ma anche alla presenza scenica. I due si presentano sempre sul palco interamente vestiti a pois bianchi e neri e indossando due grosse maschere vagamente aliene. L’effetto visivo immediato è simile alla loro musica: straniante ma anche irresistibile. Il successo di quella prima esibizione ufficiale su YouTube è stato tale che gli Angine sono passati da sconosciuti a essere sulla bocca di tutti, generando milioni di visualizzazioni e arrivando a programmare un tour mondiale che li porterà anche in Italia, il 31 maggio, al Poplar Utopia Festival di Rovereto. Insomma, cento anni dopo la musica microtonale sembra prendersi la propria rivincita. Ci sono voluti la Grande Depressione, una ringhiera californiana, il discorso di de Gaulle e due maschere aliene dal Québec ma forse ora le fondamenta dell’Occidente stanno davvero cedendo.

Eppure.

Eppure ancora una volta viene spontaneo fermarsi a riflettere sulla velocità con cui una musica in apparenza così innovativa sia stata assimilata così velocemente dal grande pubblico senza alcuna difficoltà. Viene da chiedersi quanto sia merito della effettiva qualità della musica e quanto sia invece affidato alla performance, abilmente costruita per generare condivisione sui social. I grandi cambiamenti richiedono tempo. Gli Angine de Poitrine, invece, sono stati digeriti con la stessa disinvoltura bulimica con cui si consuma una serie tv di scarso livello farcita di colpi di scena costruiti ad arte per farti mangiare anche la puntata successiva. L’album appena uscito, per quanto interessante, non aggiunge niente alle canzoni già ascoltate nell’esibizione da vivo, facendo temere che non ci sia molto altro oltre l’hype di qualche settimana. Un compositore ben più celebre dei precedenti, Leonard Bernstein, diceva che il compito dell’arte è suscitare domande, e che il suo valore sta nel contrasto che si crea tra le diverse risposte. Qui invece sembrano tutti d’accordo.

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.

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