Bollette più alte per tutti e benefici per le multinazionali. Si potrebbero sintetizzare così le principali ricadute sull’Italia del primo mese della guerra israelo-statunitense contro l’Iran. L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha reso noto che nel mese di marzo le bollette degli utenti vulnerabili hanno visto un innalzamento del 19,2%, passando dai 35,21 euro al megawattora di febbraio a 52,12 euro. Parallelamente, Eni continua a crescere, sfruttando il costante aumento del prezzo del petrolio. Nell’ultimo mese, tra tutte i maggiori gruppi petroliferi al mondo, il colosso italiano è quello cresciuta di più, collezionando un +23,18%. Davanti allo scenario di emergenza in cui versano i mercati energetici di tutte le Nazioni, il Regno Unito ha tenuto un incontro con oltre 40 Paesi per parlare di quello che pare l’attuale obiettivo della guerra: riaprire un passaggio marittimo che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata.
Il comunicato di ARERA è uscito ieri, 2 aprile, e riguarda i circa 2,3 milioni di clienti del Servizio di tutela della vulnerabilità. Per il mese di marzo 2026, comunica l’Autorità, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo – ossia una famiglia che consuma circa 1.100 metri cubi di gas annui – «è pari a 130,97 centesimi di euro per metro cubo». Scorporando il prezzo del gas e paragonandolo a quello dello scorso mese, si nota che gli oneri di sistema, il trasporto e lo stesso prezzo della vendita della materia sono rimasti inalterati; ad aumentare sono piuttosto il prezzo per l’approvvigionamento del gas, che passa dai 40,35 centesimi di febbraio a 58,44 centesimi, gravitando attorno al +45%, e – in termini assoluti – le tasse, che aumentano da 32,07 centesimi a 35,10 centesimi, registrando circa un +10%.
Intanto, secondo le ultime rilevazioni diffuse dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), i prezzi di benzina e gasolio sono rimasti sostanzialmente invariati, registrando leggeri aumenti. Il temporaneo “taglio delle accise” varato dal governo Meloni, insomma, pare stare avendo l’effetto di tenere stabili i prezzi del carburante, senza riuscire a limitarli; secondo indiscrezioni mediatiche, l’esecutivo potrebbe prolungare la misura fino al 30 aprile, in una iniziativa che potrebbe venire annunciata nelle prossime ore. Da stamattina è infatti in corso una riunione del Consiglio dei Ministri per discutere proprio di «disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali».
Mentre le bollette aumentano e il prezzo del carburante resta alle stelle, Eni e tutte le grandi aziende del petrolio – le cosiddette “Big Oil” – continuano a registrare aumenti in borsa. Ieri, le azioni del colosso italiano sono salite del 4,27%, mentre nell’arco dell’ultimo mese sono incrementate del 23,18%; sempre negli ultimi 30 giorni, Chevron è cresciuta del 4,8%, Exxon del 5,83%, Shell del 14,09%; le medaglie di bronzo e di argento per crescita mensile vanno invece rispettivamente alla francese TotalEnergies (+16,62%) e alla britannica British Petroleum (+20,12%), che si posizionano proprio alle spalle di Eni.
Gli aumenti di bollette e prezzi del petrolio sono dovuti alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran e gli alleati di Teheran della regione, che ha spinto la Repubblica Islamica a chiudere lo Stretto di Hormuz per rispondere alle aggressioni della coalizione nemica. Situato tra l’Iran e la Penisola arabica il passaggio è uno dei punti più sensibili per il commercio marittimo globale: petrolio e gas naturale dei Paesi del Golfo devono infatti necessariamente passare da lì se vogliono uscire in mare e venire commerciati; da Hormuz passa circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. Ieri, in Regno Unito si è tenuto un incontro di oltre 40 Paesi provenienti da tutti i continenti, nonché di importanti organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Marittima Internazionale e l’Unione Europea: «L’Iran sta cercando di tenere in ostaggio l’economia globale nello Stretto di Hormuz», scrive il Regno Unito, forse dimenticandosi che se oggi quel medesimo passaggio marittimo risulta chiuso è perché Israele e Stati Uniti hanno attaccato Teheran; «Non deve prevalere». I leader mondiali hanno parlato di come forzare l’Iran a riaprire lo Stretto, mettendo sul piatto possibili azioni coordinate contro la Repubblica Islamica, quali sanzioni e pressioni diplomatiche; un intervento militare pare ancora fuori discussione.
Mentre i leader del mondo cercano soluzioni all’emergenza economica globale, la guerra in Asia Occidentale non si ferma. Ieri, tra le ormai rituali dichiarazioni di Trump, che ha dichiarato di avere intenzione di «riportare Teheran all’età della pietra», un missile ha colpito la base italiana dell’UNIFIL – la missione dell’ONU attiva in Libano – di Shama. Intanto, i pasdaran iraniani hanno attaccato una importante sede di Amazon in Bahrein, tenendo fede a quanto dichiarato negli ultimi giorni, quando avevano annunciato che nel caso di ulteriori uccisioni mirate sarebbero state presi di mira i distaccamenti delle grandi aziende tecnologiche statunitensi nella regione. Oggi i bombardamenti incrociati sono continuati, e, davanti a una guerra che non pare volersi fermare, il Segretario del Pentagono Peete Hegseth ha rimosso il capo dell’esercito statunitense, per affidare l’incarico a una persona più vicina a Trump.





L’idiota non capisce che se portasse l’Iran all’età della pietra, poi la ricostruzione assorbirà tutto il Petrolio Iraniano con relativo aumento del prezzo del petrolio, inquinamento e virus di tutti i tipi.