Nel 1981 l’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva un problema: riuscire a vendere armi all’Iran senza essere scoperto. I proventi di quelle vendite gli servivano per finanziare i Contras, i gruppi controrivoluzionari del Nicaragua che cercavano di rovesciare il governo dei Sandinisti, saliti al potere due anni prima. Sostenerli apertamente era impossibile. Reagan si inventò allora un meccanismo clandestino che passava proprio dall’Iran, già governato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini e dalla nuova Repubblica Islamica.
Per far funzionare il suo astuto piano senza attirare troppa attenzione, il presidente degli Stati Uniti chiese aiuto ad alcuni amici che si trovavano in zona: lo Stato di Israele. Così, a pochi anni dalla nascita dell’odiato regime degli ayatollah, Israele e Stati Uniti iniziarono a fornire armi ai pasdaran iraniani, utilizzando i proventi di quelle vendite per finanziare la controrivoluzione contro il governo Sandinista in Nicaragua. Una specie di girotondo geopolitico: armi a Teheran, soldi ai Contras, e tutti che fanno finta di niente. Una situazione abbastanza paradossale se si pensa che già allora l’Iran era considerato uno dei principali nemici dell’Occidente. Ma si sa: in politica estera, gli amici e i nemici cambiano spesso, mentre gli interessi economici restano sorprendentemente stabili, per gli USA come per lo Stato di [termine censurato in ottemperanza al Ddl antisemitismo].
Il piano funzionò alla grande fino al 1986, quando lo scandalo Iran-Contra venne alla luce e molti dei responsabili vennero incriminati. Nel frattempo però gli Stati Uniti erano riusciti a finanziare abbondantemente la guerra civile in Nicaragua, contribuendo alla morte di decine di migliaia di persone, alla distruzione delle principali infrastrutture del paese e a una profonda crisi economica.

Se pensate che questa sia un introduzione perfettamente calzante per il disco dei Clash Sandinista!, uscito proprio in quegli anni e dedicato alle ingerenze statunitensi in America Latina, avete perfettamente ragione. Peccato che questo album sia già stato chiamato in causa una volta in questa rubrica: quando l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, subito dopo aver festeggiato l’anno nuovo, ha deciso di bombardare il Venezuela. È successo appena due mesi fa, il 3 gennaio per la precisione. Esattamente lo stesso giorno in cui, nel 1990, gli Stati Uniti avevano bombardato un altro paese del Sudamerica, Panama, deponendo il capo di Stato Manuel Noriega. Evidentemente ci tengono a festeggiare le ricorrenze.
Quando dal Sudamerica ci si sposta in Medio Oriente, però, i Clash vengono in nostro aiuto con un altro disco: Combat Rock, uscito due anni dopo Sandinista!. Tra i brani più celebri dell’album c’è una canzone che sembra scritta pensando proprio al clima politico dell’Iran post-rivoluzionario.
Anno 1982. La rivoluzione iraniana si era compiuta da appena tre anni e nel nuovo Stato islamico la musica occidentale, rock compreso, era stata bandita come simbolo della decadenza culturale dell’Occidente. L’idea per il testo della canzone era venuta al cantante dei Clash, Joe Strummer, che aveva iniziato a immaginare la storia di un sovrano mediorientale che decide di vietare la musica rock nel suo paese. Il re ordina allora ai musicisti, i “boogie men”, di smettere di suonare, ma il popolo non ci sta: la gente continua a organizzare concerti nelle piazze, nei templi e nei quartieri. A quel punto il sovrano perde la pazienza e ordina ai suoi caccia militari di bombardare i ribelli. Ma anche i piloti, una volta decollati, ignorano gli ordini, accendono le radio nelle cabine di pilotaggio e si mettono ad ascoltare la musica assieme al resto della popolazione. Strummer aveva abbozzato il testo, ma non sapeva bene che farci. La svolta arrivò quando il batterista dei Clash, Topper Headon, iniziò a improvvisare in studio un riff suonato al pianoforte. Quando Strummer lo sentì, capì immediatamente di aver trovato la canzone giusta: Rock the Casbah.
Il successo del brano andò ben oltre le più rosee aspettative, al punto da finire per rivoltarsi contro gli stessi Clash.
Pochi anni dopo, nel 1991, durante la Guerra del Golfo, Rock the Casbah entrò nella heavy rotation delle radio militari ascoltate dai soldati statunitensi diretti a bombardare l’Iraq. In un caso, secondo diversi racconti dell’epoca, la scritta “Rock the Casbah” venne addirittura dipinta su una bomba destinata a essere sganciata su Baghdad. La notizia mandò su tutte le furie Joe Strummer, che si disse sconvolto per l’uso distorto della canzone: un brano in cui i piloti militari si rifiutano di bombardare trasformato nella colonna sonora dei caccia che partivano per l’Iraq. Del resto, in tutto il disco, Combat Rock, i Clash non avevano certo risparmiato le critiche alla politica guerrafondaia degli Stati Uniti. L’album è pieno di riferimenti alla presenza militare americana nel mondo, alle guerre per procura e agli effetti devastanti che queste politiche avevano sulle popolazioni civili. Il caso più evidente è la traccia che chiude il primo lato del disco, Straight to Hell, un brano descritto dallo scrittore Pat Gilbert come “saturo di malinconia e tristezza coloniale”.
Qui il tono cambia completamente. Se Rock the Casbah è ironica ed energica, Straight to Hell è cupa, lenta e sofferente. La canzone parla, tra le altre cose, dei figli abbandonati dai soldati americani nelle basi asiatiche dopo la Guerra del Vietnam. Bambini meticci rifiutati, figli di padri che sono tornati negli Stati Uniti lasciandoli a crescere in paesi che spesso li discriminavano, lontani dal sogno americano che non li voleva riconoscere. A un certo punto Joe Strummer si rivolge direttamente a uno di loro in uno dei versi più belli di tutto il disco: «Let me tell you ‘bout your blood, bambu kid — it ain’t Coca-Cola, it’s rice».
È un brano che racconta cosa resta dentro le persone quando la guerra se ne va. Non le battaglie, non le vittorie, ma le conseguenze. Un’idea che verrà ripresa in modo quasi speculare appena due anni dopo da Bruce Springsteen con Born in the U.S.A. Non a caso The Boss ha sempre riconosciuto un debito artistico nei confronti dei The Clash. Nella versione registrata in studio, Joe Strummer sembra davvero cantare in mezzo a una risaia. Le percussioni di Topper Headon hanno il suono secco e legnoso delle canne di bambù che battono tra loro mentre si lavora nei campi, il basso di Paul Simonon procede lento e ostinato, mentre le chitarre di Mick Jones, cariche di riverbero, sembrano echi di sinfonie che arrivano da lontano. La voce di Strummer è densa e sofferente, perfetta per quello che deve dire. Ma forse l’interpretazione più intensa del brano arriverà qualche anno dopo, nella versione dal vivo pubblicata nell’album From Here to Eternity. Lì non canta semplicemente la canzone: la trasforma. Le parole diventano più lente, i respiri più pesanti, come se ogni verso fosse trascinato fuori con una fatica immane.
È quello il punto in cui Straight to Hell smette di essere solo una canzone contro la guerra e diventa, quasi, una preghiera.





Quando gli artisti scuotevano le coscienze… poi hanno iniziato ad omologarsi per avere ascolti e pochi problemi, fino ad arrivare a mostrare la V simbolo del siero magico