Le piattaforme di Meta, Snapchat, TikTok e persino YouTube – in pratica i principali social media al mondo – sono state convocate in tribunale con l’accusa di essere progettate per generare dipendenza tra i più giovani. Il processo, primo di una serie di azioni legali attese sul tema, vedrà sfilare in aula alcuni dei massimi dirigenti del settore, tra cui Mark Zuckerberg, l’uomo alla guida di Instagram, Facebook e WhatsApp. Con premesse simili, non sorprende che, a pochi giorni dall’avvio del dibattimento, alcune di queste aziende abbiano scelto di correre ai ripari, avviando trattative con l’accusa e raggiungendo accordi extragiudiziali.
Il caso, approdato alla Corte Suprema di Los Angeles, vede una giovane donna identificata negli atti come K.G.M. accusare le Big Tech sopracitate di aver progettato e immesso sul mercato prodotti che, consapevolmente o meno, favorirebbero dipendenza, depressione e traumi psicologici tra i giovani utenti. È un’accusa tutt’altro che nuova: anni di ricerche sugli usi problematici dei social media ne hanno alimentato la credibilità, tuttavia finora la questione era rimasta al di fuori delle aule giudiziarie grazie alla controversa “Section 230”, la norma statunitense che scherma le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti. In questo scudo apparentemente invalicabile si è però incrinato: lo scorso novembre la giudice della Corte Superiore Carolyn Kuhl ha stabilito che il caso di K.G.M., insieme a quelli di altri due querelanti – Heaven Moore e R.K.C. – può effettivamente andare a processo.
Oggi, martedì 28 gennaio, prenderà il via la selezione della giuria presso la Corte Superiore di Los Angeles. A poche ore da questa tappa cruciale, ByteDance – la società che controlla TikTok – ha raggiunto un accordo extragiudiziale con i legali dell’accusa, i cui termini non sono stati resi pubblici. Solo una settimana fa era stata Snap, l’azienda dietro Snapchat, a chiudere la propria posizione in modo amichevole, evitando il confronto in aula. Meta, invece, in vista dell’imminente processo, continua a sostenere una linea difensiva aggressiva, definendo le accuse della querelante come una “narrazione fuorviante”. Sempre Meta aveva anche cercato disperatamente di convincere i giudici a impedire che i suoi dirigenti potessero essere convocati a testimoniare, ma la richiesta è stata negata.
Non è certo la prima volta che i leader della Silicon Valley si trovano a deporre. La loro audizione davanti al Congresso statunitense nel 2018 è ormai entrata nella storia, così come quella del 2024 sui presunti danni dei social media ai minori, occasione in cui Mark Zuckerberg espresse cordoglio per i lutti subiti da alcune famiglie, senza però assumersi alcuna responsabilità concreta. Questa volta, però, il contesto è radicalmente diverso. Le aziende e i loro dirigenti non potranno limitarsi a risposte evasive con lo scopo di salvarsi da dichiarazioni compromettenti: dovranno convincere un’intera giuria della loro innocenza o, quantomeno, persuaderla che il danno subito da K.G.M. non sia stato causato o favorito dai loro algoritmi, ma derivi esclusivamente dai contenuti pubblicati dagli altri utenti.
A prescindere dall’esito del processo, è evidente che si sta avvicinando una tempesta. Negli ultimi mesi diversi giudici hanno messo in discussione l’uso della Section 230 come scudo assoluto dalla responsabilità delle piattaforme social, aprendo la strada a una raffica di class action e cause federali pronte ad abbattersi sulle Big Tech. Un’ondata che promette di portare alla luce documenti interni e testimonianze destinate ad avere un peso giuridico significativo. Tra i casi di maggior rilievo spicca un’azione legale avviata nel New Mexico, in cui Meta è accusata di non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi sessuali sui minori all’interno delle proprie piattaforme. In questo procedimento, l’azienda ha presentato un’istanza per escludere dal dibattimento una serie di studi, ricerche e articoli che analizzano il rapporto tra social media e salute mentale infantile. Ha chiesto inoltre che venga evitato qualsiasi riferimento ai presunti legami tra l’uso dei social e i suicidi adolescenziali, così come alle finanze di Meta, al passato di Mark Zuckerberg o al chatbot di intelligenza artificiale sviluppato dall’azienda.




