Sull’emergenza casa in Italia si è passati dalla mobilitazione contro gli sfratti direttamente al suicidio per disperazione, di fronte al rischio di essere cacciati da casa. È accaduto recentemente almeno in due occasioni: lo scorso novembre a Grosseto dove un uomo si è impiccato e ancora prima, a ottobre, nei pressi di Milano dove un 71enne si è lanciato dal balcone uccidendosi piuttosto che finire per strada. Non che negli anni precedenti queste tragedie non accadessero. Negli ultimi tempi, però, succede sempre più spesso. Ci mancava, in tutto questo, anche la recente proposta di legge presentata dal senatore di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi, che prevede l’esecuzione dello sfratto già dopo soli due mesi di mancato pagamento dell’affitto. In un contesto generale in cui la “questione casa” diventa una vera e propria emergenza abitativa (dove però il carattere emergenziale diventa strutturale), il patrimonio ERP (le case popolari, ATER o comunali) è sempre più ridotto.
L’esempio di Roma vede la promessa, da parte della giunta Gualtieri, del reperimento entro il 2026 di 2mila abitazioni complessive a fronte di 16mila richieste nella sola capitale contenuta nella lista ordinaria per le assegnazioni (un numero sicuramente inferiore alla reale esigenza, calcolabile in realtà a oltre 25mila: è probabile che data la cronica lentezza sulle assegnazioni, parecchie famiglie in difficoltà abbiano persino rinunciato a presentare la domanda). Il Piano di Rigenerazione Urbana presentato dalla giunta Gualtieri non sembra affrontare la complessità del problema. Anzi. Al primo posto sembrano esserci principalmente concessioni edilizie per grandi opere: ad esempio, un mega-complesso abitativo all’interno della ex-Fiera di Roma sulla via Cristoforo Colombo, ultra-residenziale con servizi e giardini che poco hanno a che fare con l’emergenza abitativa. Progetti di questo tipo ce ne sono parecchi, dallo “studentato di lusso” agli ex-Mercati generali di via Ostiense ai lavori per il Giubileo (pedonalizzazioni varie). Per l’emergenza abitativa, solo briciole.
Roma: progetti ed esperienze

Oltre ai 2mila alloggi che arriveranno (un migliaio sarebbero stati già reperiti), alcuni lavori di riqualificazione nei quartieri periferici di Corviale e Torbellamonaca, tra le briciole si trovano due progetti che, in via del tutto teorica, avrebbero potuto essere una discreta soluzione per chi ha bisogno di un alloggio ma non ha i mezzi per il libero mercato. Uno è quello dell’auto-recupero che in realtà non è una novità, è frutto di una legge regionale del Lazio, la cosiddetta “legge Bonadonna” (dall’assessore del Partito di Rifondazione Comunista che la firmò), una legge del 1998 che prevede, attraverso un meccanismo complesso, l’acquisizione di stabili vuoti e inutilizzati (anche privati) da parte del Comune, che ristruttura a proprie spese le parti esterne e comuni del palazzo mentre i lavori interni (dalla soglia dell’appartamento fino all’interno) spettano ai futuri inquilini, riuniti in cooperativa. A Roma, tra mille difficoltà, ne hanno ultimati sei, mentre altri due sono ancora in fase di progettazione e lavorazione. Dopo quasi 30 anni quindi, l’idea dell’auto-recupero come risposta ai bisogni abitativi è rimasta purtroppo piuttosto marginale, avendo dato una casa a poco più di un centinaio di famiglie.
L’altro progetto ha il nome più laconico di “recupero” e comunque, oltre a essere un progetto nuovo, ha probabilmente più possibilità di riuscita: alcuni palazzi di Roma, tra i quali qualcuno occupato dai comitati di lotta per la casa (in genere ex-scuole in disuso), verrebbero ristrutturati a spese unicamente del Comune (proprietario dello stabile e dei futuri appartamenti) per essere poi assegnati alle famiglie che ne hanno diritto in base al reddito e altri parametri. Per ora a Roma sono almeno 4-5 gli stabili individuati dal Comune per questo progetto, che comunque ha già conosciuto esperimenti-pilota: un palazzo gigantesco vicino all’aeroporto di Centocelle, in zona Roma Est, con alloggi per ufficiali dell’aeronautica poi rimasto vuoto, che venne prima occupato dai movimenti e poi comprato dal Comune. Vennero ricavate decine di appartamenti poi assegnati alle famiglie in lista per la casa popolare e a quelle in emergenza abitativa. Prezzo d’affitto? Quello di una casa popolare. Più recente è l’esperienza del Metropoliz, l’ex-stabilimento dei salumi Fiorucci, anche questo nella parte est di Roma sulla via Prenestina dove, dopo l’occupazione di una quindicina di anni fa in cui trovarono un alloggio parecchie decine di famiglie, in una parte della struttura venne realizzato il MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, fondato e diretto per lungo tempo dall’antropologo e artista Giorgio De Finis. Ebbene, la giunta Gualtieri ha acquistato lo stabile dove realizzerà ben 150 appartamenti, mantenendo la struttura museale. Anche qui, edilizia popolare. Gli esempi sono certamente virtuosi ma marginali di fronte al bisogno di una casa per fasce sociali più deboli e alla mega-cementificazione per i soliti abbienti prevista dal Piano di Rigenerazione Urbana.



