Moda e sfruttamento: la società civile cancella lo scudo penale per le aziende

Il disegno di legge su piccole e medie imprese (PMI), fermo all’esame della Camera, aveva attirato non poche critiche a causa di un emendamento all’articolo 30. Quest’ultimo metteva al riparo le aziende dalle responsabilità per i casi di sfruttamento e caporalato lungo la propria filiera produttiva. Una previsione relativa soprattutto al mondo della moda, travolto negli ultimi mesi dal lavoro condotto dalla Procura di Milano per richiamare i grandi marchi alle proprie responsabilità lungo la catena di appalti e subappalti. Le polemiche provenienti dalla società civile, strettasi intorno alla campagna Abiti puliti, e dall’opposizione hanno rallentato i lavori del ddl, fino a ottenere lo stralcio dello scudo penale. Quest’ultimo — ha commentato Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) — «rappresentava un colpo di spugna per le aziende committenti che subappaltano a imprese che pagano i lavoratori sotto i minimi contrattuali e avrebbe di fatto legalizzato lo sfruttamento del lavoro».

La Commissione attività produttive della Camera ha eliminato l’intero Capo VI del ddl su piccole e medie imprese, compreso l’articolo 30 emendato da Fratelli d’Italia. La misura introduceva l’adesione volontaria alla certificazione unica di Filiera della moda certificata, quanto bastava per escludere le imprese dalla responsabilità amministrativa per i reati commessi lungo la filiera produttiva da appaltatori e subappaltatori. Ad oggi, infatti, le aziende che non monitorano il corretto decorso dei propri appalti vengono obbligate dalla magistratura a intraprendere dei percorsi di risanamento, passando ad esempio per l’amministrazione giudiziaria. Soltanto pochi giorni fa, l’inchiesta condotta dalla Procura di Milano si è arricchita di un ulteriore tassello, coinvolgendo nelle indagini per caporalato e sfruttamento altre 13 grandi aziende del lusso. Si tratta di marchi di alta moda come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas, che si aggiungono a Tod’s Alviero Martini Spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino.

Se fosse andato a segno, il blitz alla Camera avrebbe ostacolato non poco tale lavoro di inchiesta, diventato piuttosto popolare negli ultimi mesi tra le fila dei consumatori critici. «Questo risultato — dice la campagna Abiti puliti commentando il dietrofront della maggioranza — è la dimostrazione che quando società civile, cittadini e sindacati uniscono le forze, il cambiamento è possibile. Oltre 40 organizzazioni e più di 3.500 persone hanno deciso di far sentire la propria voce contro lo sfruttamento nelle filiere della moda». Il riferimento è all’appello No al caporalato Made in Italy lanciato a novembre e diventato nel corso delle settimane il riferimento della società civile contro lo sfruttamento delle aziende e l’inazione del mondo politico.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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