Sono passati esattamente 100 anni da quando, nel 1925, la Convenzione dell’oppio di Ginevra divenne il primo trattato a mettere la cannabis sotto controllo internazionale. L’Italia la ratifica nel 1928 sotto il regime fascista e rende per la prima volta la cannabis illegale con l’emanazione del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza nel 1931. Il regime considerava l’hashish – diffuso nelle colonie – come un ostacolo alla disciplina militare e al lavoro forzato mentre la propaganda razzista presentava spesso cannabis e derivati come “droga dei negri”, “vizio delle razze inferiori”, identificandola come sostanza che deprime la volontà. Il discorso non valse però per la canapa industriale, considerata dal fascismo come la coltura che avrebbe potuto velocizzare l’autarchia dell’Italia dal punto di vista agricolo e industriale. «La canapa è stata posta all’ordine del giorno della nazione, perché per eccellenza autarchica è destinata ad emanciparci quanto più possibile dal gravoso tributo che abbiamo ancora verso l’estero nel settore delle fibre tessili» sottolineò ad esempio il duce durante l’inaugurazione del Consorzio Nazionale della canapa nel 1925. In USA, la volontà di colpire la minoranza messicana, che faceva largo uso della pianta che chiamavano marijuana, e lo spostamento del paradigma economico dal carbone al petrolio, con la comparsa delle prime fibre tessili sintetiche, fece il resto, e la canapa fu messa al bando nel 1937. Da qui la cannabis passerà diverse vicissitudini a livello internazionale che culmineranno con la Convenzione unica sugli stupefacenti del 1961, che è quella che, ancora oggi, disciplina la cannabis a livello internazionale.
Cannapol: l’iniziativa della EUDA e dell’Unione Europea
Oggi, in Europa, la cannabis medica è legale in diversi Paesi, gli ultimi a introdurre una legge in questa direzione sono stati Spagna e Francia, quella industriale lo è a livello europeo, mentre per l’uso adulto gli Stati si stanno muovendo ognuno per conto suo, almeno fino a ora. Negli ultimi mesi, infatti, è stata lanciata un’iniziativa dell’Unione Europea per esplorare percorsi regolatori dell’uso adulto della cannabis nei vari Stati membri. E quindi la EUDA (European Union Drug Agency), la nuova agenzia europea per gli stupefacenti che ha sostituito l’EMCDDA, il vecchio Osservatorio europeo sulle droghe e le dipendenze, con la mission di supportare governi e istituzioni con informazioni scientificamente fondate per orientare decisioni e strategie, ha iniziato il primo progetto – chiamato Cannapol – per fornire strumenti di policy che accompagnino governi nazionali nel disegnare regolamentazioni basate su evidenza scientifica. L’idea è quella di fornire un “toolkit regolatorio”, una sorta di “cassetta degli attrezzi” politica che non rappresenta un modello univoco, ma si può adattare in base ai vincoli sanitari, sociali, culturali e giuridici dei vari Paesi membri.

E quindi fornire database comparativi che raccolgano leggi, dati sanitari e risultati nelle varie nazioni, la condivisione di indicatori chiave (salute, giustizia, traffico, mercato nero) per misurare impatti e correggere le politiche in corsa, l’ipotesi di scenari previsionali per aiutare la pianificazione, strumenti di formazione per i decisori nazionali e infine il coordinamento con reti nazionali per assicurare che ogni Paese invii dati aggiornati e affidabili. Il progetto è stato lanciato a giugno, durante un incontro di due giorni con esperti degli Stati membri dell’UE e i partner di progetto designati, RAND Europe e il Trimbos Institut e durerà tre anni. Durante il primo anno intraprenderanno un’attività di raccolta dati che, secondo EUDA, «comporterà il contatto con circa 50 persone o organizzazioni, in 10-12 paesi, per comprendere gli aspetti pratici dell’attuazione delle politiche attuali o future».
La situazione in Europa

Ma nel frattempo, in Europa, le cose stanno già cambiando. Il primo Paese europeo a rompere l’argine dell’uso adulto di cannabis è stato Malta, il più piccolo dell’Unione. Nel dicembre 2021 è stata promulgata la legge che ha reso legale l’autoproduzione di cannabis in forma domestica e associata nei cannabis social club. Non si tratta di una legalizzazione vera e propria, perché non viene regolamentato il mercato istituendo licenze produttive e di vendita e nemmeno i dispensari, però per la prima volta, a certe condizioni, viene autorizzato il consumo di cannabis e la sua produzione. Poco dopo il Lussemburgo fa una legge simile, autorizzando l’autoproduzione di cannabis in casa ma non la coltivazione in forma associata. Il terzo Paese a percorrere questa strada, che è quello che ha fatto più rumore a livello internazionale, è stata la Germania. La più grande economia d’Europa ha rivendicato una precisa scelta sociale fatta per cambiare il paradigma sulle droghe che, nell’impostazione occidentale, finisce per punire severamente i consumatori, incidendo poco sul grande spaccio internazionale. La Germania ha quindi realizzato il cosiddetto primo pilastro con autoproduzione, consumo e cannabis social club, con l’idea di implementare il secondo, e quindi una legalizzazione vera e propria. La caduta del governo, però, e la nuova maggioranza di centro-destra, ha fermato il processo. Il prossimo Paese che si aggiungerà al gruppo è la Repubblica Ceca, che ha già approvato una legge simile a quella tedesca, che entrerà in vigore nel 2026. Caso a parte è quello dell’Olanda, dove, in assenza di una legge, i coffee shop sono sempre stati tollerati. Il cambiamento è arrivato quest’anno, con una legge sperimentale che ha reso legale la produzione e la distribuzione di cannabis, già attiva in diverse città. Da quest’anno quindi l’Olanda rappresenta un primo esempio di parziale legalizzazione, con produzione e vendita finalmente legali. Fuori dall’Unione Europea, ma nel cuore del continente, c’è invece la Svizzera, che prosegue con le sue politiche regolatorie. Mentre nel Paese è attiva una legalizzazione sperimentale in diverse città come Zurigo, Berna, Basilea e Losanna, e i primi dati sottolineano buoni risultati come la diminuzione del mercato nero, la Commissione Sanità, a livello federale, ha approvato una legge per passare direttamente alla legalizzazione tout court. Le fasi di consultazione pubblica si sono chiuse il primo dicembre, ed è iniziata la discussione.
E in Italia?
In Italia la situazione è complessa. La cannabis medica è un settore legale e regolamentato, con il governo che ha annunciato una revisione della legge quadro del 2015, per ampliare la lista di patologie per cui la cannabis è prescrivibile a carico del sistema sanitario, e superare le differenze nate dalle varie leggi regionali che sono state implementate. Se pensiamo al settore definito “ricreativo”, e quindi all’uso di cannabis con alti livelli di THC, il consumo di cannabis in Italia non è reato, mentre lo sono la vendita o la coltivazione. È quello che prevede la legge Iervolino-Vassalli, del 1990, poi recepita nel Testo unico sugli stupefacenti, che regola il nostro ordinamento dopo che la cosiddetta Fini-Giovanardi, che non faceva distinzione tra droghe leggere e pesanti, è stata dichiarata incostituzionale nel 2014, dopo aver mandato in galera migliaia di semplici consumatori.

La canapa industriale è l’altro settore legale, disciplinato dalla legge 242 del 2016 che autorizza la coltivazione delle varietà certificate a livello europeo per vari utilizzi. I campi di applicazione di questa pianta spaziano dal tessile alla bioedilizia, passando per carta, bioplastiche, biocarburanti e biomateriali. Tutti prodotti che potrebbero contribuire a un futuro più sostenibile visto che potremmo ottenere carta senza abbattere gli alberi, bioplastica biodegradabile senza sfruttare giacimenti fossili, tessuti molto più “puliti”, se pensiamo che il cotone, vista la grande necessità di acqua e pesticidi, è tra le colture più inquinanti che ci siano. Il problema riguarda il fiore. Il fiore di canapa industriale, storicamente utilizzato in Italia ad esempio per la produzione di tisane, ha un contenuto di THC sotto i limiti di legge italiani (0,6% di THC in campo) ed europei (0,3%). Noi italiani abbiamo inventato nel 2017, insieme agli svizzeri, il mercato della cosiddetta “cannabis light”, il fiore della canapa industriale, che contiene in genere alti livelli di CBD, cannabinoide al centro della ricerca per le sue proprietà. E qui sono iniziati i problemi. Il fiore non è espressamente normato dalla legge, nonostante si parli di uso florovivaistico, e nonostante una circolare del 2018 avesse chiarito che fosse lecito. E quindi da anni assistiamo a sequestri e processi, che nella maggior parte dei casi si sono risolti in favore di aziende agricole e commercianti. Il governo Meloni, dopo una proposta di legge del 2023 per mettere le infiorescenze sotto monopolio, mai discussa, ha iniziato la sua crociata contro il fiore non psicoattivo. Proprio nel 2023 ha fatto ricorso contro una sentenza del TAR, che aveva annullato l’inserimento della canapa nelle piante officinali, limitandone però l’uso a fibra, semi e foglie, dopo il ricorso delle associazioni di settore. Il Consiglio di Stato si è espresso a novembre rimandando la decisione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, delineando però un quadro favorevole al settore. Poi, ad aprile del 2025, è entrato in vigore l’emendamento al “decreto sicurezza” che considera i fiori di canapa come uno stupefacente, un’operazione che negli ultimi tempi ha portato agli arresti di diversi coltivatori, senza che venissero effettuate le analisi del THC, poi prontamente scarcerati proprio perché non c’era prova di reato.
Nel frattempo il Parlamento Europeo ha approvato un emendamento dell’eurodeputata di AVS Cristina Guarda che inserisce i fiori e le foglie di canapa tra i prodotti agricoli regolamentati dall’Organizzazione Comune di Mercato (OCM) e potrebbe diventare effettivo già nel 2026, facendo decadere la repressione italiana. L’ultima mossa, a sorpresa, del governo, è stato un emendamento presentato a novembre da un senatore di Fratelli d’Italia alla legge di bilancio, che prevede nuovamente il monopolio di Stato sul fiore, l’autorizzazione dei negozi già presenti, un’accisa al 40% e il divieto di vendita online. Tutti temi già presenti nella proposta del 2023. Insomma, il governo sta preparando il piano b: nel caso in cui dalla Corte Europea o dall’Unione il settore fosse finalmente disciplinato, il divieto italiano decadrebbe, e non resterebbe altro che mettere delle alte tasse.



