La guerra fa ingrassare la mafia ucraina: traffico di renitenti, armi e droga

Quando si parla di Ucraina, l’immaginario collettivo evoca lo scenario di un Paese devastato dalla lunga guerra contro la Russia e di città ridotte in macerie. Ma dietro il fronte visibile del conflitto se ne combatte un altro, silenzioso e pervasivo: quello che vede come attore principale una criminalità organizzata radicata da decenni, che si è evoluta, adattata e persino mimetizzata nel caos della guerra. La mafia ucraina, spesso rimossa dal dibattito internazionale, rappresenta – non certo dal 2022, ma sin dalla fine della Guerra Fredda – uno dei fenomeni più complessi e sottovalutati d’Europa, un ibrido di corruzione, potere e affari capace di prosperare tanto nella pace quanto nel disordine bellico. L’invasione russa ha inflitto uno shock profondo all’intero ecosistema criminale; eppure, come un parassita resiliente, la criminalità organizzata ha sfruttato il caos per generare nuovi, lucrosissimi, mercati illeciti: dal traffico di renitenti alla leva – una nuova, facoltosa, clientela disposta a pagare migliaia di euro per la fuga – alla “economia della prima linea”, dove droghe sintetiche e armi trovano un bacino di acquirenti nei soldati al fronte.

Origini ed evoluzione 

A costituire il terreno fertile in cui è nata e si è evoluta la criminalità organizzata ucraina è stato il periodo tardo sovietico, in cui la burocrazia e il mercato nero presero sempre più margine mentre lo Stato era in disfacimento. All’interno di un sistema che soffocava l’iniziativa privata e, al contempo, tollerava tacitamente l’economia sommersa, si è sviluppato progressivamente quel mix esplosivo di burocrati corrotti e operatori illegali che avrebbe plasmato il volto della mafia post-indipendenza. Con il crollo dell’URSS, queste reti criminali trovarono il loro habitat ideale nel capitalismo oligarchico che si sviluppò nell’Ucraina indipendente da Mosca. Le statistiche del Ministero degli Interni ucraino tracciano una curva impressionante, evidenziando l’aumento delle indagini sulla criminalità organizzata del 259% tra l’anno di caduta dell’URSS, il 1991, e il 2000. In un territorio in cui lo Stato non riusciva a garantire il rispetto dei contratti, i gruppi criminali si organizzarono infatti al fine di proporsi come “arbitri” del nuovo capitalismo selvaggio, creando quel cortocircuito per cui gli imprenditori ucraini erano simultaneamente vittime e partecipi delle attività criminali. Lo scacchiere criminale che emerse da tale contesto non assomigliava alla tipica struttura gerarchica e unitaria delle mafie italiane, configurandosi invece come un ecosistema variegato. La vera peculiarità del modello, tuttavia, risiedeva nella sua capacità di generare quella che gli esperti hanno definito la “troika politico-criminale-affaristica”. Una simbiosi che divenne progressivamente così profonda che, come notava già nel 2001 lo studioso O.G. Kalman, «la corruzione dell’élite politica ed economica era divenuta una norma di comportamento, non un’eccezione».

Mafia e potere

Pavlov Lazarenko, negli anni ’90 punto di riferimento dei gruppi criminali del Dnipropetrovsk

Le inchieste giudiziarie hanno documentato numerosi casi di gang che arrivarono a controllare interi complessi industriali, ambendo a quel “diritto monopolistico” sui settori strategici dell’economia che rappresenta l’obiettivo primario di ogni organizzazione criminale matura. Lo scenario complessivo muta a seconda delle regioni di riferimento. A Odessa, per esempio, le tradizionali reti di contrabbando si trasformarono in clan ibridi che combattevano sanguinose battaglie per il controllo del terminal petrolifero, dimostrando come la criminalità fosse ormai parte integrante della competizione politica.

L’inchiesta Paradise Papers ha svelato decenni dopo come il clan controllato da un potente boss dell’area, Konstantin Molodtsov, acquistò dall’inizio degli anni 2000 appartamenti di lusso a Londra per riciclare i proventi del contrabbando di sigarette – attività illecita che il gruppo gestiva almeno da un decennio – attraverso una fitta rete di società offshore, dimostrando una precoce vocazione internazionale e finanziaria. In altre zone, come quelle ricche di risorse naturali, il controllo del territorio si è tradotto nel saccheggio ambientale. Nell’Ucraina nord-occidentale, la cosiddetta “Amber Mafia” ha trasformato le foreste in paesaggi lunari, scavando illegalmente per estrarre l’ambra. Un business da milioni di dollari, gestito da gruppi armati che riescono a fare leva sulla pervasiva opera di corruzione di funzionari locali e forze dell’ordine. In Crimea, le connessioni tra le gang e il potere partitico divennero così intense che alcuni osservatori paragonarono la penisola alla Sicilia degli anni ’80. Emblematico è il caso dell’ex primo ministro pluricondannato Pavlo Lazarenko – negli anni Novanta punto di riferimento dei gruppi criminali della regione di Dnipropetrovsk e successivamente accusato di aver sottratto oltre 114 milioni di dollari alle casse statali –, che dimostrò come il confine tra politica e crimine organizzato fosse ormai assai labile.

Dopo il febbraio 2022 

Operazioni di combattimento dell’esercito russo in Donbass, Ucraina

La nuova fase del conflitto russo-ucraino, avviata dall’ingresso in Donbass dell’esercito russo nel febbraio 2022, ha inflitto uno shock profondo all’ecosistema criminale ucraino. Dopo un iniziale periodo di disorientamento e contrazione, le organizzazioni criminali hanno dimostrato una notevole resilienza, adattandosi rapidamente al nuovo contesto bellico e cercando di sfruttarne il potenziale. La criminalità organizzata ha subìto una profonda riconfigurazione, caratterizzata dalla rottura di alleanze storiche, dalla riorganizzazione delle rotte e dalla nascita di nuove, redditizie, economie illegali. Uno degli effetti più immediati è stata l’impossibilità di mantenere i lucrosi legami di affari tra la criminalità organizzata ucraina e quella russa. La linea del fronte, violentemente contesa e in continua evoluzione, ha infatti interrotto quella che era una delle principali autostrade del contrabbando transnazionale verso l’Europa. Molti boss ucraini hanno scelto di lasciare il loro Paese, trasferendo capitali e attività all’estero, in Paesi come Turchia ed Emirati Arabi Uniti, oltre a diverse nazioni europee. Tuttavia, le loro reti sono rimaste operative, guidate da luogotenenti in patria. Se il contrabbando da e attraverso l’Ucraina orientale e il porto di Odessa (bloccato dalla marina russa) si è drasticamente ridotto, l’attività illegale è esplosa nell’Ucraina occidentale. I valichi di frontiera con Polonia, Romania, Moldavia, Ungheria e Slovacchia, attraversati da milioni di rifugiati e da un fiume di aiuti umanitari e militari, hanno offerto opportunità senza precedenti. I controlli doganali sono stati semplificati per favorire gli aiuti, creando falle colmate dalla corruzione di funzionari di frontiera e doganali, che hanno imposto pedaggi illeciti per far passare merci e persone. Come ha confermato un’importante inchiesta svolta da Intelligence Online, i porti danubiani di Reni e Izmail sono diventati nuovi “punti ciechi” per il traffico di sigarette, carburante e droghe sintetiche. 

Nuove vulnerabilità, nuovi mercati

Il conflitto ha creato dal nulla interi mercati illeciti. Il più emblematico è il traffico di renitenti alla leva. Con la mobilitazione generale degli uomini tra i 18 e i 60 anni, le reti di contrabbando umano hanno infatti trovato una nuova, facoltosa, clientela. Per cifre che vanno dai 5 ai 10 mila euro a persona, i trafficanti, spesso in collusione con professionisti corrotti come medici e avvocati, aiutano i coscritti a fuggire verso Moldavia, Romania e Polonia, fornendo documenti falsi o inserendo informazioni fraudolente nei database di Stato. Questo business è gestito da clan mafiosi locali in Transcarpazia, a volte con la complicità di personale di polizia e militare.

Altro mercato assai fruttuoso è la cosiddetta “economia della prima linea”. I soldati, con un potere d’acquisto aumentato dagli stipendi al fronte, rappresentano un target ideale per il traffico di droghe e armi. Anfetamine e altri stimolanti sono diffusi tra i militari per resistere allo stress e alla fatica dei combattimenti, mentre cannabis e oppioidi sono usati per gestire i traumi. La produzione di droghe sintetiche, un tempo concentrata a Kharkiv e nel Donbass, si è spostata verso l’Ucraina centrale e occidentale. Mentre anfetamine e oppioidi circolano in prima linea, cocaina ed ecstasy inondano le discoteche di Kiev e Odessa, dove soldati in licenza cercano di anestetizzare i traumi. Parallelamente, è fiorito un vasto mercato grigio delle armi. Se il diversivo dei sistemi d’arma occidentali è stato più limitato del previsto, l’enorme quantità di materiale russo abbandonato durante le ritirate è diventata una merce di scambio informale tra unità ucraine e, in alcuni casi, una merce di contrabbando. Civili e soldati raccolgono “trofei” di guerra (dalle munizioni ai lanciarazzi) che finiscono in parte rivenduti sul mercato nero, con il rischio di alimentare scorte illecite per il futuro.

Criminali “patriottici” e infiltrati

La guerra ha introdotto nuove e complesse dinamiche. Se nel 2014 la criminalità filo-russa fu strumentale all’annessione della Crimea e alla creazione delle repubbliche separatiste, nel 2022 si è registrato un fenomeno opposto: criminali ucraini hanno assunto comportamenti “patriottici”. Fonti delle forze dell’ordine riportano che il SBU (Servizio di Sicurezza Ucraino) avrebbe chiesto aiuto a boss locali per identificare e neutralizzare agenti russi infiltrati. Inoltre, alcuni “ladri in legge” (vory v zakone) sono fuggiti dai territori occupati, rompendo con i loro ex patron russi. Tuttavia, il confine tra patriottismo e opportunismo è labile. L’arruolamento di criminali, sia ucraini che stranieri, nelle forze armate e nella Legione Internazionale, ha sollevato il rischio di infiltrazioni, furti di aiuti umanitari e armi, come dimostrato da alcuni casi investigati. La guerra, insomma, ha costretto la criminalità ucraina a una profonda e rapida metamorfosi. Ha interrotto vecchi flussi, ma ne ha aperti di nuovi e più redditizi a occidente; ha creato nuove figure di clienti (coscritti, soldati) e ha offerto nuove merci (armi abbandonate, aiuti dirottati). In questo nuovo panorama, la criminalità ha dimostrato di essere un parassita capace di mutare forma per nutrirsi della stessa crisi che minaccia la sopravvivenza dello Stato. Nel frattempo, i numeri parlano chiaro: secondo il Global Organized Crime Index (OC Index) più recente, l’Ucraina ha un criminality score di 6,48, ricoprendo in classifica il 31° posto su 193.  

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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