martedì 20 Gennaio 2026

Il caso di Carlo Bertini: licenziato dalla Banca d’Italia per aver parlato troppo

«Nella mia carriera mi sono trovata di fronte a cose spaventose, nei confronti delle quali mi è stato detto che dovevo essere una statua di marmo, ossia farmele scivolare addosso come l’acqua. E questa cosa mi ha aperto gli occhi su come in Italia e nel mondo si fa carriera». Ora che è stato licenziato in via definitiva dalla Banca d’Italia, Carlo Bertini avrà forse ripensato a quel consiglio che davanti ad un caffè gli diede Alessandra Perrazzelli, all’epoca vice direttrice generale dell’istituto di Via Nazionale e membro del Direttorio, nonché Cavaliere al merito della Repubblica dal 2021. Da lì a poco, sulla testa di Bertini si è scatenata una tempesta perfetta che si è poi conclusa – appunto – con il suo allontanamento dall’istituzione, messo alla porta dopo anni di vicissitudini legali e personali cominciate con una perizia psichiatrica, proprio perché non ha mai voluto nemmeno lontanamente comportarsi come una statua di marmo e farsi scivolare addosso le cose. Non ha voluto fare come le tre scimmiette che non vedevano, non sentivano e non parlavano, non ha voluto dar retta a chi lo invitava a farsi gli affari propri e ha tirato dritto anche davanti a frasi piuttosto sibilline e «minacce più o meno velate», come racconta lui adesso che è tutto amaramente finito.

L’affare dei diamanti

In un Paese che evidentemente premia i silenzi e le statue, Bertini ha dovuto incassare la pronuncia del Consiglio di Stato che ha posto definitivamente fine alla sua carriera da funzionario pubblico che ha richiamato l’istituto – una delle più importanti istituzioni della Repubblica – alle proprie responsabilità e ai propri doveri. Vittima collaterale, diciamo così, dello scandalo dei diamanti che venivano venduti da diverse banche alla propria clientela ad un prezzo gonfiato fino al triplo del loro valore: si parla di oltre centomila persone coinvolte per un incasso di almeno 2 miliardi. Nel tranello sono caduti anche personaggi famosi e volti noti, come alcuni calciatori o come Vasco Rossi che avrebbe speso 3,4 milioni per trovarsi in tasca un controvalore di un settimo. Le pietre preziose venivano acquistate presso società private, Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment, che poi a loro volta hanno subito un sequestro di oltre 700 milioni ad opera della Guardia di Finanza.

I diamanti erano venduti in confezioni blister e tenuti in cassaforte, non come gioielli da mettere al collo. Erano infatti proposti allo sportello come investimento dagli istituti di credito, ma Banca d’Italia e Consob – forse per togliersi la patata bollente dalle mani – hanno poi negato che questa compravendita a cifre truccate fosse un prodotto bancario, e che quindi fosse loro la competenza di mettere le mani e di prendere provvedimenti in quel nido di vespe. L’AGCM, Autorità garante della concorrenza e del mercato, invece ha sanzionato le principali banche coinvolte dallo scandalo: nel 2017 un procedimento per pratiche commerciali scorrette – “modalità di offerta dei diamanti gravemente ingannevoli e omissive” – si è concluso con un multa di 4 milioni per Unicredit, 3,35 per Banco BPM, 3 milioni per Banca Intesa e 2 milioni per Mps – la quale, per inciso, si è trovata alla fine 250 milioni di minusvalenze in pancia, ossia il rosso rimasto in bilancio dopo aver ricomprato i diamanti stessi dai propri clienti. Come gli altri istituti coinvolti – tolto BPM che ha rimborsato agli acquirenti il 60% di differenza tra il valore e prezzo d’acquisto -, anche MPS ha deciso di mettere mano al portafoglio e sistemare le cose, secondo qualcuno una scelta per evitare guai peggiori sotto al profilo penale. Va anche detto che questi diamanti erano offerti agli affezionati clienti e risparmiatori anche con paginate a pagamento comprate sui principali quotidiani italiani, così come con fior di opuscoli e materiale informativo in virtù del quale, secondo norme Consob degli anni ’90, non poteva che trattarsi di prodotti di investimento offerti dagli istituti di credito, e quindi di materiale che sarebbe dovuto rientrare nell’ambito bancario.

Il dossier della Procura di Milano

La bolla è scoppiata presto, però. Nel 2013 Banca d’Italia ha mandato la prima ispezione a Banca Aletti, il giro di soldi e di incassi che ruotava intorno ai diamanti è finito sui tavoli di Roma e Via Nazionale ha informato Consob e Agcm. Ha poi preso il via presso la procura di Milano un procedimento penale che nel 2021 si è chiuso col rinvio a giudizio di 105 persone e cinque società, delle quali quattro banche e un intermediario. L’altra banca, Intesa San Paolo (che in ordine di tempo è stata l’ultima ad avviare il commercio dei diamanti nel 2015), insieme alla Diamond Private Investment, hanno patteggiato col consenso dei magistrati. I capi di imputazione non erano leggerissimi: truffa, autoriciclaggio, riciclaggio, corruzione fra privati e perfino ostacolo all’autorità di vigilanza. Per una situazione interna a BPM e ai controlli sulle società quotate previsti dal decreto 231 del 2001, nell’organismo di vigilanza sedeva anche Gherardo Colombo, chiamato per così dire a ripulire l’immagine dell’istituto che prima della vicenda legata ai diamanti aveva attraversato la burrasca legata a Massimo Ponzellini, l’ex presidente arrestato per associazione a delinquere per presunti finanziamenti illeciti (poi assolto in appello, mentre per l’accusa di corruzione privata è caduta per intervenuta prescrizione). L’indagine è stata poi smembrata in uno spezzatino di filoni di inchiesta legati alle città sedi delle banche, e da voci di corridoio appare avviata verso un’inesorabile prescrizione. Sono stati comunque rimborsati circa 300 milioni ai malcapitati clienti che fidandosi delle loro banche hanno comprato diamanti che avevano un valore largamente inferiore a quello per cui sono stati prelevati dai caveau.

Un funzionario senza paura

La vicenda di Carlo Bertini, licenziato per aver scoperchiato il pentolone che bolliva già da tempo, è legata al suo incarico di coordinatore nazionale del gruppo di vigilanza congiunto – Joint Supervisory Team o JST in acronimo – su MPS. Ogni realtà bancaria significativa ne aveva uno, creati e coordinati dalla BCE alla quale Banca d’Italia in queste vicende ha passato la palla quando ha iniziato a scottare, invocando il suo vaglio sulle carte e sulla situazione sullo scandalo diamanti, insieme ad una procedura per antiriciclaggio che non era propriamente il cuore del problema, visto che le pietre preziose venivano vendute con bonifici e certificati scritti, tutto tracciato dalla A alla Z. Va anche detto che nella struttura di Via Nazionale, ognuna delle banche coinvolte nelle vendite era monitorata da un gruppo di vigilanza, ma non ci sono altri esempi come quello di Carlo Bertini in questa storia. Nessuno dei suoi colleghi, che negli altri gruppi avevano il suo stesso ruolo, ha scelto di farsi avanti e diventare un whistleblower che ha invocato “l’omessa vigilanza prudenziale” sulle vicende delle banche che vendevano pietre preziose a prezzi taroccati. Qualcuno gli ha scritto privatamente per elogiare il suo coraggio «da uno su un milione», ma al momento di aiutarlo condividendo mail che avrebbero testimoniato il clima di piombo in cui ha dovuto lavorare per mesi, gli hanno detto scusa non me la sento.

Il finimondo dopo un report

Col gruppo di vigilanza che coordinava, Bertini ha trovato in MPS la stessa situazione che aveva spinto Banca d’Italia ad avviare le ispezioni e le comunicazioni anni prima e che aveva già convinto Report nel 2016 a dedicare una puntata al business dei diamanti. Quindi in realtà non è finito nei guai per aver scoperto il bubbone, ma per aver scoperto che il bubbone era ancora lì dopo tanto tempo e che non era stata nemmeno bloccata la commercializzazione delle pietre preziose agli sportelli. Il suo report su MPS, condiviso secondo le regola coi suoi superiori, pare aver scatenato il finimondo nella struttura: raccontano di uffici dove qualcuno urlava come un pazzo, altri che lo chiamavano per dirgli che di certe cose si parla solo a voce o al massimo con qualche pizzino, e da lì è iniziato il suo incubo professionale e personale conclusosi in questi giorni, dopo anni di pressioni, intimidazioni e manovre da lui denunciati in più occasioni. Banca d’Italia si è cautelata affermando che la commercializzazione dei diamanti non rientrava nei propri compiti di controllo e monitoraggio, non essendo un prodotto bancario, e che il funzionario Carlo Bertini, con i suoi atteggiamenti e le sue dichiarazioni, ha gettato discredito e recato grave danno alla reputazione dell’istituto e dei suoi rappresentanti: Bertini alla fine è stato anche denunciato per violazione di segreto d’ufficio.

Lui, invece, racconta un’altra storia. «È una vicenda enorme e sono stato massacrato con metodi fascisti e mafiosi, e questo per la verità nessuno l’ha nemmeno contestato» commenta con l’amaro in bocca di chi ha visto crollargli addosso una vita di impegno e di lavoro, oltre che la fiducia nelle istituzioni a cui ha dedicato la carriera. Quando si è presentato in una caserma per denunciare quanto gli stava succedendo, gli uomini in divisa lo hanno avvisato di pensarci bene, perché si sarebbe infilato in una brutta storia; e quando ha contattato i magistrati di Milano per offrire la propria disponibilità a collaborare all’inchiesta penale, invece del magistrato titolare del fascicolo che gli aveva pur dato appuntamento in una caserma della Guardia di Finanza, si è trovato di fronte un luogotenente che si è limitato a verbalizzare alcune sue dichiarazioni. Alla vigilia di quello che avrebbe dovuto essere il suo incontro con i pm, qualche bonaria conversazione con superiori negli uffici della Banca lo ha lasciato molto perplesso per i toni e per la scelta delle parole. Lui ha raccontato tutto questo nella puntata di Report che gli è costata probabilmente il posto e la carriera.

Perizia psichiatrica

Da quando ha inoltrato il suo rapporto, inchiodando l’istituto alle sue responsabilità, per Bertini è iniziato un inferno quotidiano, con colleghi o ex colleghi che hanno fatto velate pressioni perfino sulla moglie, a sua volta dipendente della Banca. È stato sottoposto a perizia psichiatrica a Tor Vergata e i medici non hanno potuto che concludere il loro esame con tutto nella norma: «Idoneo alla mansione specifica». La relazione è poi inspiegabilmente rimasta un mese nel cassetto, forse confidando in qualche cedimento di nervi che non c’è mai stato. Hanno anche provato a spostarlo in uffici periferici, diciamo così, senza ottenere il suo consenso. Così come gli hanno preferito colleghi molto meno qualificati per incarichi di prestigio, come racconta lui. Tutto questo è andato avanti finché Bertini, stanco del clima in cui era costretto a lavorare, ha contattato Report per raccontare la sua storia e per denunciare quello che stava passando. Il giorno dopo in cui ha registrato l’intervista definitiva che poi è stata messa in onda, al prezzo di mettere in moto il procedimento poi sfociato nel licenziamento, è stato sospeso d’urgenza dall’incarico e dallo stipendio per un anno. Dopo la messa in onda della puntata su Rai 3, il caso Bertini è diventato una bomba che è esplosa tra i palazzi romani. La Banca ha disposto il suo licenziamento, che il Tar ha poi annullato come illegittimo per l’assenza dell’avvocato al procedimento, ma senza escluderlo di nuovo «ove ne sussistano i presupposti»; che evidentemente c’erano, per Via Nazionale, che ha avviato una seconda procedura di allontanamento, non prima di averlo sospeso una seconda volta perché secondo l’istituto il suo ritorno in servizio avrebbe turbato la serenità dei colleghi. Il Tar ha respinto il suo ricorso e il Consiglio di Stato ha confermato la validità del procedimento: Carlo Bertini, whistleblower licenziato per non aver saputo essere una statua di marmo, è un ex dipendente della Banca d’Italia.

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Salvatore Maria Righi

Giornalista professionista dal 1992, è stato per 15 anni caposervizio e inviato della redazione romana del quotidiano L’Unità, occupandosi di inchieste di cronaca e criminalità. Per L'Indipendente cura la rubrica "pagine oscure d'Italia"

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5 Commenti

  1. Articolo molto intéressante che racconta il lato scomodo delle cariche di responsabilità. Bertini é un esempio da seguire, per poter ancora avere fiducia nel sistema sociale e delle istituzioni che regolano e dirigono gran parte dei meccanismi del nostro quotidiano. Tante persone qualificate oggigiorno lasciano i loro incarichi, nel pubblico e privato per ritirarsi da pratiche di lavoro non solo scomode ma anche scorrette e fuori dalle regole. Chi resta?

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