Studenti e parte del corpo docente delle scuole e delle università italiane sono in mobilitazione da tempo contro gli accordi di ricerca e gli investimenti tra le industrie belliche, il settore della difesa e le istituzione della formazione. Soprattutto verso chi collabora e partecipa al genocidio palestinese in corso. Torino, Pisa, Roma, Genova, Bari, Napoli, Firenze; sono numerosi i poli universitari che hanno allargato le mobilitazioni, mettendo nel mirino non solo la cooperazione della ricerca italiana con l’occupazione israeliana della Palestina ma, più in generale, la sempre più pervasiva presenza dell’industria militare e dell’immaginario militaresco dentro i luoghi della formazione. È da tempo. infatti, che gli istituti di formazione, costretti alla necessità di trovare fondi privati a causa della cronica mancanza di investimenti pubblici, finiscono sovente per accettare collaborazioni ogni tipo d’industria, inclusa quella bellica. Il problema è che quelle degli armamenti, come ogni tipo di impresa, finanziano la scuola per avere un ritorno, anche in termini di formazione. Al punto che gli studenti e molti professori denunciano quella che ormai chiamano apertamente la «militarizzazione della formazione» in Italia.
Ricerca e cultura non sono neutrali
Non è la prima volta: da anni, ormai, collettivi e professori protestano contro l’avanzamento degli accordi di cooperazione e ricerca industriale, scientifica e tecnologica tra le proprie facoltà e i vari ministeri e industrie del settore bellico. Già due anni fa, nel 2022, numerosi collettivi universitari si erano mobilitati in solidarietà con il Kurdistan, contro i bombardamenti turchi e gli accordi tra aziende belliche, ma anche contro la guerra tra Ucraina e Russia, chiedendo sempre di rompere gli accordi e i finanziamenti con il mondo militare, in particolare con Leonardo, azienda leader nel settore. «La ricerca, la logistica e la produzione di armi sono i punti chiave da bloccare, per sabotare le guerre, fermare il genocidio del popolo palestinese, sostenere concretamente le popolazioni che subiscono la violenza della guerra sulla propria pelle», scrivono su un volantino gli studenti della Sapienza di Roma, finiti sui notiziari per le manganellate subite durante un presidio poi corteo al rettorato per chiedere la sospensione degli accordi con gli atenei israeliani. «Gli studenti e le studentesse della Sapienza hanno individuato questo obiettivo: bloccare gli accordi di ricerca tra l’istituzione accademica romana e quelle israeliane, consapevoli che la ricerca e la cultura non sono neutrali».

Tra le richieste degli studenti in protesta, c’erano le dimissioni della rettrice, Antonella Polimeni, dal comitato tecnico-scientifico di Med-Or, la fondazione di Leonardo SpA presieduta da Marco Minniti. Med-Or nasce nel 2021 con l’obiettivo di «promuovere attività culturali, di ricerca e formazione scientifica, al fine di rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso e del Medio ed Estremo Oriente». Citiamo ancora dal sito internet della fondazione: «Med-Or è un soggetto nuovo nel suo genere, globale e collaborativo, nato per unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale». Sono 15 i rettori delle università italiane che fanno parte del comitato scientifico, oltre a numerosi professori universitari. «Med-Or si può intendere come l’apparato accademico di Leonardo SpA per ricevere fondi e finanziare la ricerca accademica, determinandone però la direzione verso gli interessi bellici. Il fatto che la rettrice ne faccia parte è secondo noi un indicatore evidente del suo grado di complicità con questa industria produttrice di morte» dichiarano gli studenti e le studentesse dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, la cui rettrice, Tiziana Lippiello, è anch’essa nel consiglio della fondazione. Grazie alle contestazioni e nonostante gli attacchi da parte di una buona fetta della politica, a Torino, alla Normale di Pisa e a Bari, il Senato accademico ha deliberato la non adesione al bando del Ministero degli Esteri con gli atenei israeliani (MAECI); la Statale di Milano ha sospeso l’accordo di collaborazione con l’Università israeliana di Ariel, in Cisgiordania, e il rettore Bronzini dell’Uniba (Bari) ha dato le sue dimissioni dalla Fondazione Med-Or. Ma nella maggior parte degli atenei, la militarizzazione della ricerca avanza.
Aziende militari e università, sempre di più gli accordi
Secondo i dati resi pubblici da Fondazione MedOr, sono sessanta i progetti di ricerca congiunta tra Leonardo e gli atenei italiani, mentre cinque università hanno stipulato veri e propri accordi quadro: la Sapienza di Roma, i Politecnici di Milano e Torino, l’Università di Genova e quella di Bologna. A queste si aggiungono i progetti con altre aziende del campo della difesa e quelli che coinvolgono direttamente i corpi dell’Esercito italiano e il Ministero della Difesa. Spesso le informazioni concrete circa le attività in atto sono secretate e gli studenti chiedono trasparenza per capire se gli atenei partecipano direttamente alla corsa al riarmo. Un esempio: l’Università di Pisa ha convenzioni con l’Accademia navale e il Ministero della Difesa per corsi di studi e ricerche su immagini satellitari, sistemi sonar ed effetti di esposizione a onde elettromagnetiche; con aziende come GE Avio (azienda specializzata in progettazione, produzione e manutenzione di sistemi per l’aeronautica civile e militare); Leonardo SpA; MBDA Italia SpA (azienda leader su scala globale, specializzata nel settore dei sistemi missilistici); HPE COXA (azienda con specializzazione, tra le varie, anche nella manifattura di precisione nel settore difesa e aerospazio); Pietro Beretta SpA; Simmel Difesa SpA (azienda di produzione di munizioni per fanteria e marina, facente parte di Nexter Group, consorzio industriale francese produttore di armamenti di ogni tipo). A ciò si aggiungono ricerche in convenzione con il Centro interdipartimentale di studi e ricerche storico-militari. L’importo complessivo di questi contratti, non tutti peraltro stipulati dietro corrispettivo economico, supera il milione di euro.
L’università neoliberista
«L’attuale modello di istruzione universitaria trae origine dalla Riforma Ruberti che nel 1989 introdusse il concetto di “autonomia universitaria”», è scritto nell’opuscolo Università e guerra, pubblicato nel 2022 dalla rete No Muos, che ad oggi rappresenta uno dei tentativi più completi di far luce nelle relazioni tra mondo della formazione e industria bellica. In linea con le teorie dello Stato minimo, i governi degli anni ’80 avviarono un processo di de-responsabilizzazione dello Stato dall’economia, privatizzando alcuni settori strategici e adottando modelli di gestione aziendali anche per il pubblico. «L’autonomia universitaria si inseriva perfettamente in questo processo, relegando ai singoli atenei il compito di gestirsi da soli dal punto di vista finanziario, amministrativo e didattico. La stessa riforma introduceva inoltre la possibilità per gli atenei di ricevere finanziamenti dai privati». Governi di ogni colore negli ultimi trent’anni hanno tagliato miliardi di euro all’università: nel 2008 la legge 133/08 (decreto Brunetta) tagliava al Fondo di finanziamento ordinario dell’università (FFO) 1,4 miliardi di euro complessivi per il quinquennio 2009/13, il DEF del 2014 tagliava 30 milioni per il 2014 e 45 per il 2015; la legge di stabilità del 2015 riduceva di 87 milioni il FFO; nel 2017 le università perdevano 63 milioni di finanziamento. Di pari passo aumentava invece la tassazione diretta imposta agli studenti, che dal 2005 al 2018 è cresciuta di 400 milioni di euro.
La ristrutturazione economica avviata a seguito della crisi pandemica ha reso le aziende italiane ancora più aggressive nella competizione nazionale e internazionale, spingendo per implementare settori di ricerca e sviluppo utili ad accaparrarsi nuove fette di mercato. Tra queste, la ricerca bellica assume una particolare importanza, dato l’aumento costante di investimenti di cui gode in una fase in cui i venti di guerra soffiano sempre più forti. Sembra quasi che il destino delle università nell’epoca del neoliberismo sia quello di dover accettare finanziamenti privati per poter continuare a esistere. Ma non è così, come sottolinea Antonio Mazzeo (docente, saggista e ricercatore in Studi per la pace e la risoluzione dei conflitti, tra i massimi esperti del tema), che pone un accento importante: «Oggi in università si sostiene che senza l’apporto di privati e aziende è impossibile fare ricerca in università. Questo è un luogo comune del tutto privo di valore scientifico, la maggioranza delle risorse finanziarie che vengono spese nella ricerca sono fondi dell’UE, dello Stato, della Regione e in generale degli enti pubblici» dice a L’Indipendente. «Accettare finanziamenti è una scelta ed è importante capire che non si ricevono mai finanziamenti dai privati in modo disinteressato. Spesso le università che cooperano assumono scelte strategiche nel complesso militare-industriale». All’interno del suo ultimo libro, Mazzeo spiega come «contemporaneamente alla privatizzazione e precarizzazione del sistema educativo, si assiste a un soffocante processo di militarizzazione delle istituzioni scolastiche e degli stessi contenuti culturali e formativi. Come accadeva ai tempi del fascismo, le scuole tornano a essere caserme mentre le caserme si convertono in aule e palestre per formare lo studente-soldato votato all’obbedienza perpetua».

Nel testo, Mazzeo ripercorre il processo di militarizzazione e di penetrazione del complesso militare-industriale all’interno delle università e delle scuole di ogni ordine e grado, quello che definisce «l’ultimo step» di quello che è il progressivo e dirompente processo di militarizzazione della società, dell’economia, della politica e della didattica, che ha investito l’Italia e altri Paesi occidentali, «comprimendo sempre più gli spazi di partecipazione e agibilità democratica».
Come spiega il Movimento No MUOS, la questione è innanzitutto economica e remunerativa: «le aziende belliche che finanziano la ricerca universitaria creano profitto da quelle stesse ricerche e possono attingere a un bacino ampio di stagisti e tirocinanti da impiegare presso le proprie strutture». Vi sarebbe poi un piano di interesse politico e propagandistico, ossia «legittimare le aggressioni imperialiste e diffondere la cultura della difesa e della sicurezza nei territori, che serve a normalizzare la guerra e le sue conseguenze».
Orizzonti di guerra
Alla cultura della pace e della promozione di diritti e libertà, governi, forze politiche e vertici delle forze armate contrappongono dunque la cultura della difesa e della sicurezza. «Non c’è documento programmatico o di bilancio in cui non compaia almeno una volta il concetto di cultura della difesa», ricorda ancora Mazzeo. Per comprenderne le origini e il significato bisogna andare al testo della legge n. 124 del 2007, con cui sono stati riformati i servizi segreti. Tra gli obiettivi della nuova architettura d’intelligence viene specificato quello di «far crescere la consapevolezza per i temi dell’interesse nazionale, e della sua difesa, in tutte le declinazioni che esso assume di fronte alle sfide della globalizzazione e alle minacce transnazionali che arrivano dentro il sistema Paese mettendo a rischio la sua integrità patrimoniale e industriale, la sua competitività, la sicurezza delle sue infrastrutture e dei sistemi informativi». Anche il Documento programmatico 2020-22 dello Stato maggiore della difesa enfatizza il ruolo centrale del sistema universitario per il rafforzamento del comparto militare, specificando che «Il processo di ammodernamento delle Forze armate richiede una base industriale nazionale solida e capace di sviluppare prodotti all’avanguardia […] è pertanto necessario dare ulteriore concretezza alla cooperazione tra difesa, università e industria di settore». Da qui l’esigenza di quello che è stato ribattezzato PNRM, ossia un Piano nazionale della ricerca militare, che coinvolga ministeri della Difesa e dell’Istruzione e le università da svolgere «presso industrie, piccole e medie imprese, università e enti di ricerca nazionali, pubblici e privati, volti a favorire il mantenimento/potenziamento dei livelli di eccellenza a livello europeo/mondiale in taluni specifici settori tecnologici».
Nell’ultimo biennio, il Segretariato generale della difesa ha sottoscritto importanti accordi di cooperazione con gli atenei. L’11 aprile 2022 è stata firmata una convenzione con il Centro interuniversitario di ingegneria delle microonde per applicazioni spaziali (MECSA) per realizzare progetti di ricerca nell’ambito delle microonde per applicazioni di tipo spaziale, telerilevamento, componentistica elettronica a radio frequenze. Al Centro interuniversitario aderiscono attualmente 14 atenei. Il 13 gennaio 2022 è stato invece formalizzato un accordo con l’Università Federico II di Napoli e con il Politecnico di Bari per individuare percorsi di ricerca e sviluppo sui temi dell’innovazione tecnologica e della riqualificazione delle aree militari. Nel maggio 2021 la Federico II ha siglato anche un accordo quadro con il Centro alti studi per la difesa (CASD) e il Comando operazioni in rete dello Stato maggiore per sviluppare progetti formativi comuni, dalla cyber security all’analisi di problematiche complesse, dinamiche delle strutture organizzative, gestione dell’innovazione. E l’elenco potrebbe continuare.
La retorica della guerra globale permanente
«Si è passati da un processo di scambio di favori in cui le università venivano messe a contratto dalle aziende militari per lo sviluppo congiunto e l’acquisizione di know-how, a un processo di vera e propria cooptazione dell’università all’interno di quelle che sono le definizioni delle scelte politico-strategiche», precisa Mazzeo. «La scuola diventa il luogo dove socializzare la cultura della difesa e della sicurezza, la cultura della guerra, delle forze armate, la cultura della necessità di investire maggiori risorse finanziarie, culturali, umane per lo sviluppo della cultura militare». È un processo complesso, «perché in uno stato di guerra, una guerra che è ormai globale e permanente, la scuola non può restare fuori, non può non essere lo strumento in cui si tiene lo stretto collegamento tra il mondo che determina i conflitti e le nuove generazioni, che da una parte sono chiamate a esprimere il loro consenso rispetto alle forze armate, e dall’altra parte saranno la carne da cannone per un nuovo conflitto. Per cui c’è il bisogno di acquisire la convinzione, la accettazione che la guerra è inevitabile, è strutturale, e fa parte del sistema, e bisogna sostenerla se dovesse scoppiare». Il modello circolare scuola caserma-lavoro è il nuovo format di costruzione del cittadino modello, un processo che non ha risparmiato nessuna area geografica del Paese e ha coinvolto scuole di tutti gli ordini e i gradi.
Securitarismo, la nuova direzione politica di Stato

Parate militari, esercitazioni, gite d’istruzione nelle caserme, giochi, lezioni da parte delle forze armate e di quelle di polizia, fino a numerosissimi percorsi di alternanza scuola-lavoro in aziende belliche. Il modello scuola-caserma-lavoro viene ormai sdoganato fin dalla più tenera età nelle scuole, anche se inizia a incontrare l’opposizione di genitori, docenti, associazioni che non vogliono arrendersi a questo destino dell’educazione pubblica. Un panorama di opposizione all’interno del quale è nato l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che porta avanti una costante attività di monitoraggio e denuncia. «Abbiamo fatto una verifica di tutti gli accordi esistenti tra uffici scolastici regionali e Ministero dell’Istruzione, della Difesa, corpi di polizia e dell’esercito, scoprendo che questa situazione di ingerenza delle forze armate nelle scuole è andata molto oltre quello che noi stessi pensavamo», spiega a L’Indipendente Nino De Cristofaro, dell’Osservatorio. «Se prima la scuola aveva l’obbiettivo di istruire ai valori della pace, ora questo obiettivo si sta trasformando nell’esatto opposto. Noi sosteniamo che altri corpi dello Stato non debbano entrare nelle scuole. E lo sosteniamo motivandolo con la dichiarazione dei Diritti dell’infanzia, ratificata anche dall’Italia, che chiede che durante l’età della formazione bambini e ragazzi non abbiano contatti con le forze militari. Perché sulla violenza contro le donne a scuola si deve invitare un poliziotto e non qualcuno che lavora in un centro anti-violenza? E come questo ci sono tantissimi altri esempi. Non crediamo che la polizia possa avere compiti educativi. Pensiamo che l’educazione spetti alla scuola e non certo alle forze armate, anche perché facendo sedere in cattedra esponenti delle forze di polizia o dell’esercito passa l’idea che gli studenti debbano essere addestrati a obbedire, anziché essere stimolati a pensare con la loro testa». Per continuare a organizzare la propria attività, l’Osservatorio ha preparato un congresso, che si terrà a Roma. Il progetto è quello di chiamare a raccolta i cittadini, a cominciare dagli insegnanti, con l’obiettivo di far capire che, secondo le parole di Nino De Cristofaro, la battaglia è innanzitutto culturale e che «il problema generale alla base di tutto è l’idea securitaria, il securitarismo come politica imperante che si sta diffondendo in Italia e che porta con sé l’idea della disciplina e della punizione come unica forma per mantenere l’ordine».
[di Monica Cillerai]



