martedì 18 Giugno 2024

”The cats will know”, una poesia di Cesare Pavese (1950)

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali 
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole –
viso di primavera
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

Il pensiero può farsi canzone, prendere le sue ripetizioni, uscire dalla grammatica della prosa, sfidare sensazioni che non si potrebbero altrimenti dire. La mente, il cuore diventano allora un selciato che riceve la pioggia, che si riempie di un rumore già udito mille volte, la pioggia che nel mito è fertile, è portatrice di vita, è la sessualità di un dio o di una dea che preferiscono non incarnarsi, godere di una virtualità assoluta.

Una pioggia che annuncia tempi senza durata, attraversamenti di passi, di gesti, di visi che restano indistinti nei riflessi. Una pioggia in cui le voci sfuggono nel passato e in un improbabile futuro perché nel momento presente sono soltanto echi.

«Le mie ore sono sposate all’ombra./ Non tendo più l’orecchio per sentire il raschio di una chiglia/ sulle pietre nude dell’approdo»:  così Sylvia Plath. Così perché l’impercettibile si impadronisce della poesia come dell’esperienza e nello stesso tempo deve fare i conti con l’imponderabile, con l’improvviso rumore o con qualche presenza ombrosa, le famose immortali muse inquietanti. Poesia è terapia, lieve  vertigine, negazione delle percezioni sensibili, fiducia affidata a muti ascoltatori, a gatti che non vanno in Paradiso, come scriveva Virginia Woolf. Il domani non è futuro ma sensazione inscritta ora in una mancanza, nella mancanza di un “te” oggetto di amore.

Se il desiderio non è dichiarato non per questo non esiste, il desiderio è unito indissolubilmente al pensiero stesso, ai «dolci pensieri», secondo Leopardi, pensieri che non sono mai saggi, come Omero pretendeva per gli eroi estranei alle passioni.

In fondo i poeti e i loro versi sono ombre che si dileguano, «le poesie distillate da poesie svaniscono» (W. Whitman), le parole sfilacciate perché «stanche e vane», come dice Pavese, non fissano gli eventi, non descrivono cose, non designano oggetti, appartengono a tempi inconsistenti, sanno di passato e di futuro, sono promesse dell’alba dimenticate poi prima di addormentarsi. Se qui i gatti e la pioggia sono protagonisti è perché «lo ripete anche l’aria che quel giorno non torna»: iniziava con questo ritmo un’altra poesia di Pavese, Risveglio. E appunto le parole del risveglio, ancora impregnate di sonno e di sogno, sono quelle del poeta e dell’amore inevitabilmente lontano, cioè non presente alla scrittura.

«Dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte»: la poesia è davvero un viaggio che sfida la selva oscura, che vuole a tutti i costi rifondare una nuova aurora, un tempo nuovo, e i nuovi volti e le altre voci, di altri incontri, di altri giorni.

Questa poesia, splendidamente italiana, perché incardinata a una musica nascosta che la rende canzone, sigilla la vita di uno scrittore che vent’anni prima, nel 1930, scrivendo I mari del Sud, iniziava così: «Camminiamo una sera sul fianco di un colle,/ in silenzio»: un camminare che esprime una intera ispirazione, nel saliscendi delle sue belle colline, un po’ scabre e bruciate, colline forse come donne, «dove sono cresciute le frutta che ho sempre mangiato» (Le maestrine). Destinate, in quanto poesia, ad abitare insieme memoria e desiderio, mai il qui e ora che svanisce.

[di Gian Paolo Caprettini]

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