martedì 23 Luglio 2024

Meta censura il massacro israeliano e licenzia chi si oppone: la denuncia di un dipendente

Un ex ingegnere informatico di Meta ha trascinato in tribunale il suo ex datore di lavoro accusandolo, tra le altre, di discriminazione e ingiusto licenziamento. Il tecnico informatico, Ferras Hamad, sostiene di essersi visto rescindere il contratto dopo che ha cercato di rimediare alla tendenza della Big Tech di fare affidamento su algoritmici che, fatalmente, oscurano i contenuti che riguardano il massacro subito dal popolo palestinese. La denuncia, datata 4 giugno 2024 e depositata la Corte superiore dello Stato della California, descrive Hamad, cittadino statunitense di origine palestinese, come un professionista il cui valore è ampiamente riconosciuto dai propri superiori. La fiducia lavorativa maturata dal momento della sua assunzione si sarebbe però incrinata nel dicembre del 2023, ovvero quando il tecnico si sarebbe reso conto di alcune “irregolarità”, ovvero del fatto che alcuni contenuti relativi alla Palestina erano stati oscurati in maniera “altamente insolita”

I post notati da Hamad, sostiene l’accusa, avevano subito delle segnalazioni che erano state mitigate, risolte e chiuse in tempi alquanto sospetti. Il passaggio tra le tre fasi non era accompagnato da nessuna nota e la marcatura temporale a loro attribuita indicava che tutto il processo era avvenuto istantaneamente. Denunciando nelle chat preposte il problema, Hamad sarebbe stato contattato privatamente da colleghi esterni al suo gruppo di lavoro, i quali gli avrebbero consigliato di porre fine alla sua indagine al fine di evitare di incappare in non meglio specificate violazioni delle policy aziendali. Il 25 gennaio, tornato dalle vacanze invernali, Hamad sarebbe stato convocato da Lindsay Gold, un’investigatrice di Meta incaricata di esaminare le sue dichiarazioni.

Il 2 febbraio 2024, la sera prima della data di maturazione delle sue azioni, Hamad ha ricevuto comunicazione del suo licenziamento. Il tecnico riporta che le motivazioni fornitegli fanno riferimento alle policy sull’accesso dei dati degli utenti in riferimento a un episodio specifico: Hamad era intervenuto per correggere un atto censorio irregolare avvenuto nei confronti del fotogiornalista Motaz Azaiza, i cui contenuti erano stati immotivatamente etichettati come pornografici e fraudolenti. Meta sostiene che l’intervento di Hamad sia stato giustificato da un sedicente legame di familiarità con Azaiza, legame che il tecnico disconosce. Ufficialmente, il portavoce di Meta Andy Stone si è limitato a sostenere che l’ingegnere informatico sia stato liquidato per aver violato le policy di trattamento dei dati, senza però scendere nei dettagli.

Risulta difficile anticipare quali saranno le evoluzioni del caso giuridico, molti dei suoi risvolti sono ancorati in interpretazioni amministrative e quasi sicuramente il tutto troverà un epilogo in un accordo risolto a porte chiuse. Ciò che è certo, è che questa testimonianza offre uno spaccato sui dietro le quinte del funzionamento di Meta. È infatti noto che Instagram e Facebook, ambo social controllati dalla Big Tech, siano soliti rimuovere o nascondere i post legati alla crisi palestinese, tuttavia la giustificazione asserita dall’azienda è sempre stata quella di una moderazione generica che si lega ai contenuti, più che alla loro provenienza. Che si tratti di Palestina, Israele, Ucraina o di altre regioni, insomma, certi contenuti verrebbero rimossi a prescindere dal contesto, indiscriminatamente. La testimonianza di Hamad mette però in dubbio questo assunto.

L’ingegnere informatico accusa Meta di essere solita cancellare i messaggi interni dei dipendenti che discutono dei bombardamenti subiti dai palestinesi, di aver oscurato le critiche del personale relative agli sforzi di moderazione che hanno colpito i palestinesi e i popoli mussulmani, di aver rimosso i contenuti che fanno riferimento alla giornata ONU della Palestina (29 novembre), di aver sguinzagliato le risorse umane contro coloro che hanno inserito nelle proprie comunicazioni un’emoji della bandiera palestinese e persino di aver aver fatto scomparire le foto delle scarpe Nike Air Jordan, le quali erano probabilmente caratterizzate da abbinamenti cromatici troppo affini ai colori pro-palestinesi. I legali di Hamad fanno notare che una simile severità censoria non sia mai stata adottata nei casi di situazioni omologhe, quali l’attentato di Hamas a Israele o l’invasione russa dell’Ucraina.

[di Walter Ferri]

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