lunedì 24 Giugno 2024

La perdita di biodiversità sarebbe la principale causa delle epidemie di malattie infettive

Secondo un nuovo studio pubblicato su Nature, la perdita di biodiversità è la principale causa ambientale delle epidemie di malattie infettive, le quali divengono più pericolose e diffuse. In quella che in gergo tecnico è definita ‘meta-analisi’, i ricercatori hanno scoperto che tra tutti i ‘fattori di cambiamento globale’, la perdita di specie è risultata come il più importante nell’aumentare il rischio di epidemie. Seguono i cambiamenti climatici, l’inquinamento chimico e l’introduzione di specie non autoctone. L’urbanizzazione è risultata invece associata a una diminuzione del rischio, questo perché le aree urbane tendono ad ospitare meno animali selvatici e ad avere migliori infrastrutture igienico-sanitarie rispetto agli ambienti rurali. Gli esperti hanno analizzato 2.938 osservazioni sulle risposte delle malattie infettive ai fattori di cambiamento globale in 1.497 combinazioni ospite-parassita, coprendo tutti i continenti tranne l’Antartide.

L’interesse per le zoonosi, le malattie causate da agenti trasmessi per via diretta o indiretta dagli altri animali all’uomo, è aumentato dopo la pandemia di Covid19. Al di là dell’effettiva provenienza del Sars-Cov2, sono molte le patologie che attualmente allarmano le autorità sanitarie mondiali, come l’influenza suina e l’influenza aviaria, che hanno avuto indubbiamente origine nella fauna selvatica. Nel complesso, tre quarti delle malattie emergenti nell’uomo sono zoonotiche. Studi precedenti hanno già evidenziato il legame tra queste patologie e i cambiamenti ambientali, ma non era stato ancora chiarito quali fossero i fattori con il maggiore impatto. I ricercatori hanno inoltre notato che molti dei fattori sono interconnessi. Ad esempio – hanno scritto gli scienziati – “i cambiamenti climatici e l’inquinamento causano la perdita e la frammentazione degli habitat, che a loro volta possono indurre una maggiore perdita di biodiversità”.

L’insorgenza di nuovi agenti eziologici, tuttavia, non è un accadimento del tutto al di fuori del nostro controllo, piuttosto un evento che ha quasi sempre una sua genesi potenzialmente evitabile. Il requisito è però quello di essere pronti a modificare l’impatto dell’uomo e della produzione sull’ambiente. Dal virus della Mers che prima di arrivare a noi è passato per i dromedari, all’HIV arrivato all’uomo direttamente dai cugini scimpanzé: non è un caso che tutte le patologie infettive potenzialmente epidemiche si siano sviluppate in contesti in cui lo spillover – il cosiddetto ‘salto di specie’ – sia stato agevolato. Stesso discorso per i focolai di Ebola e i due coronavirus che hanno provocato l’epidemia di SARS. Un rapporto pubblicato dal WWF, ad esempio, evidenziava già nel 2020 che tra la perdita di biodiversità e il verificarsi di epidemie c’è uno stretto legame e che, in particolare, «il passaggio di patogeni dagli animali selvatici all’uomo è facilitato dalla progressiva distruzione e alterazione degli ecosistemi». Le specie selvatiche quindi, costantemente minacciate, vengono sacrificate in aree sempre più ristrette dove il contatto con le attività umane è via via maggiore. «In assenza di zone tampone naturali – spiegava il documento – l’uomo è criticamente esposto a malattie che diversamente tenderebbero a diffondersi esclusivamente tra le specie animali».

Insomma, non è una novità che il rischio di nuove epidemie sia esacerbato dalla devastazione dell’ambiente naturale. Uno studio pubblicato su Nature Food poco dopo la pandemia di Covid, ad esempio, è perfino riuscito a generare una mappa delle aree della Cina più vulnerabili in tal senso. I ricercatori, allo scopo, hanno analizzato circa 30 milioni di chilometri quadrati di copertura forestale, agricola e artificiale, assieme alla densità del bestiame e della popolazione umana, la distribuzione delle specie di pipistrello e i cambiamenti nell’uso del suolo nelle regioni da quest’ultime popolate. I risultati hanno evidenziato che le interazioni uomo-bestiame-fauna selvatica in Cina possono originare hotspot potenzialmente in grado di incrementare la trasmissività dei coronavirus dagli animali all’uomo. Quindi, non solo la distruzione degli ecosistemi, anche gli allevamenti vanno considerati come dei ‘sorvegliati speciali’. Infatti, è soprattutto quando gli animali sono tenuti in condizioni intensive che diventano focolaio di malattie zoonotiche, come già accaduto nel 2003, 2009 e 2012 per l’influenza aviaria e suina. Questo al netto di altre possibilità di diffusione, come gli esperimenti di “guadagno di funzione“, verosimilmente all’origine della diffusione del Sars-Cov-2.

[di Simone Valeri]

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