mercoledì 17 Aprile 2024

Quanto interessa il riciclo tessile? Storia di due preoccupanti fallimenti

In un momento storico in cui non si fa altro che parlare di economia circolare, la recente notizia del fallimento dell’azienda svedese Renewcell, specializzata nel riciclo del cotone, così come quella di qualche mese fa della momentanea sospensione delle attività di Mylo, start up americana dedicata alla produzione di un materiale alternativo alla pelle generato a partire dal micelio, lascia un attimo interdetti. Per quanto l’argomento riciclo sia all’ordine del giorno, all’atto pratico tutto ciò sembra non ricevere né i finanziamenti necessari né l’attenzione da parte di quelle grandi maison che sui nuovi materiali dovrebbero scommettere ed investire su larga scala. E questo ha costretto a tirare il freno a mano a tutte quelle aziende visionarie che sono state capaci di immaginare un futuro differente, ma non ce la possono fare se il mercato non collabora.

Renewcell: la fine dei pionieri del cotone riciclato chimicamente

La storia di Renewcell inizia nel 2012, grazie ad una ricerca del Royal Institute of Technology di Stoccolma, con la quale l’azienda ha sviluppato un processo circolare pionieristico per il riciclo del cotone. Il procedimento prevede la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti tessili, che vengono disciolti in una massa solvente di alta qualità che dà vita ad un nuovo materiale tessile chiamato Circulose®, pronto per essere successivamente trasformato in abiti. Questo brevetto è al momento l’unico materiale riciclato da tessuto a tessuto su larga scala e di alta qualità; fino ad oggi circa 60.000 tonnellate di rifiuti tessili sono state trasformate in Circulose®, creando un sistema funzionante e scalabile a circuito chiuso. Proprio per questo Renewcell ha ricevuto numerosi riconoscimenti nel corso degli anni, tra i quali quello del Time come una delle 100 migliori invenzioni al mondo nel 2020 e la vittoria del Nordic Council Environment Prize 2023. Vittoria che, purtroppo, non è stata in grado di garantire continuità al progetto. Infatti, nonostante l’impegno dell’azienda e le previsioni di un aumento della domanda di tessili riciclati (alla luce anche del nuovo divieto dell’UE di distruggere i vestiti invenduti e dell’obiettivo che tutti i prodotti tessili venduti sul mercato dell’UE siano riciclabili e, in larga misura, realizzati con fibre riciclate) nei giorni scorsi ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale distrettuale di Stoccolma perché “non è stata in grado di garantire finanziamenti sufficienti“. Dalle stelle alle stalle nel giro di poco e nonostante la revisione strategica dello scorso novembre e le trattative con i maggiori azionisti (tra cui figura in prima linea H&M), non è stata trovata una soluzione a lungo termine per reperire i capitali necessari al proseguimento delle operazioni. Non resta che chiudere, dunque, con sommo dispiacere di chi ci ha creduto e anche con un po’ di amaro in bocca, perché innovazioni di questo tipo sono fondamentali per la transizione verso un’industria tessile più sostenibile e circolare. Ammesso che sia la direzione dove si intende andare.

Mylo, lo stop all’alternativa alla pelle

Storia simile è capitata qualche mese fa alla start up americana Bolt Threads, produttrice di Mylo, un innovativo materiale alternativo alla pelle prodotto dal micelio (apparato vegetativo dei funghi). Le sperimentazioni, iniziate nel 2009, avevano attirato l’attenzione di marchi come Stella McCartney, Hermes ed Adidas, che hanno sperimentato ed utilizzato per primi questo materiale nelle loro collezioni. Attenzioni sì, ma anche finanziamenti: agli albori degli studi sui materiali di nuova generazione l’azienda aveva trovato finanziamenti per circa 300 milioni di dollari. Una cifra che ha permesso di sperimentare, innovare e perfezionare il materiale ma che, arrivata ad un certo punto, non è più stata in grado di sostenere il progetto. Dopotutto, quello che non si auto-finanzia (o viene finanziato), prima o poi è destinato a sparire. Mylo, però, non è sparito; è solo stato messo “in pausa, un attimo di riflessione per valutare le circostanze, studiare nuove strategie o una eventuale cessione del brevetto a terzi, pur di non mandare all’aria tutto quanto conquistato fino a questo momento. 

Il materiale, in effetti, ha dei limiti produttivi e sicuramente necessita di essere implementato, ma le premesse per essere un’alternativa alla pelle c’erano tutte. Forse è anche per questo che il suo operato è stato sempre osteggiato da chi, sulla pelle degli animali, ci ha costruito il proprio business da sempre.

Prezzi, richiesta o… sabotaggio?

Gli esperti del settore individuano, tra i principali fattori di insuccesso di questi nuovi materiali, la questione prezzo, la richiesta dell’industria e l’attrattiva sui consumatori. Per ovvie ragioni, tutte queste alternative ai tessuti tradizionali, hanno dei costi più elevati; il che non vuol dire impossibili o proibitivi, soprattutto per quei marchi e aziende che hanno, in ogni caso, dei prezzi di vendita molto alti. Soltanto un costo maggiore della materia prima che andrebbe visto come un investimento concreto sull’economia circolare (visto che mangerebbe una minima parte di quei margini spropositati caricati sul prezzo finale del prodotto). Eppure, a parte pochi adottatori precoci, le grandi aziende si sono tenute alla larga, oppure avvicinate per un breve periodo o per piccolissime quantità, insufficienti a far conoscere questi materiali ad un pubblico più grande. Per questo fa molto sorridere chi tira in ballo “la scarsa attrattiva sui consumatori”: se non opportunamente informati e se non hanno la possibilità di vedere, toccare e provare i nuovi materiali, come fanno le persone a capire se queste alternative sono realmente interessanti o no? 

Questi eventi, guardati in un contesto più ampio e alla luce degli interessi di tutti i giocatori del settore, fanno più pensare ad un sabotaggio architettato a regola d’arte che ad un fallimento naturale. 

[di Marina Savarese]

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