sabato 20 Aprile 2024

I crimini di guerra della Turchia in Kurdistan nel silenzio dei media

Durante tutto il mese di gennaio e in questa prima metà di febbraio, nel silenzio generale dei media, in Medio Oriente è stato e sta venendo portato avanti un altro conflitto, che similmente a quello in corso a Gaza, va avanti da decenni e vede in particolare una delle forze coinvolte operare senza nessuno sconto: si tratta della guerra in Kurdistan, e nello specifico nell’area siriana della Regione, meglio nota come Rojava. Secondo varie associazioni umanitarie e giornali curdi, tra i pochi se non gli unici a trattare la questione, le autorità turche, qualche volta affiancate dai propri partner regionali, stanno continuando senza sosta a prendere di mira luoghi sensibili e civili, compiendo veri e propri crimini di guerra, e portando avanti una guerra di repressione etnica ignorata dai Paesi occidentali per convenienze geopolitiche che si attuano in una impassibile forma di realpolitik. A pochi passi dall’anniversario dell’incarcerazione del leader e fondatore del PKK Abdullah Öcalan, le voci discordanti in Occidente sono assenti e anzi si continua a usare i curdi come moneta di scambio, mentre i silenti attacchi turchi continuano a bersagliare il loro territorio.

Le notizie più attendibili sugli scontri attivi sul territorio del Kurdistan, area montuosa a cavallo tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, provengono da organizzazioni umanitarie e fonti giornalistiche certamente di parte, che tuttavia sono le uniche a discutere con una certa frequenza della vicenda. Gli ultimi fatti di cronaca risalgono a domenica 11 febbraio, quando un drone turco si è abbattuto su un centro di riabilitazione della Federazione dei Veterani Feriti di Guerra, a Qamishlo, in Siria, uccidendo due ufficiali dell’Unità di Protezione delle Donne (YPJ), il noto braccio armato femminile delle forze curde. In seguito a questo attacco la stessa Amministrazione Autonoma del Nordest della Siria (AANES) ha puntato il dito contro le autorità turche, muovendo pure pesanti accuse secondo le quali Ankara starebbe revitalizzando Daesh apposta per destabilizzare la resistenza curda. Proprio i curdi, tra cui le brigate dell’YPJ, infatti, sono stati protagonisti nella lotta regionale contro l’ISIS, contribuendo più che attivamente al suo respingimento.

Quello di domenica è solo l’ultimo dei recenti attacchi passati in sordina che la Turchia sta lanciando sul territorio del Kurdistan siriano, che negli ultimi giorni è stato a più riprese bersagliato anche attraverso azioni di repressione dei civili, e ulteriori crimini umanitari. Il 29 gennaio una piattaforma dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari ha pubblicato un bollettino in cui comunica che in seguito all’escalation in corso da ottobre 2023, la regione del Rojava sta registrando parecchi problemi nell’approvvigionamento di carburante che sta ormai arrivando vicino all’esaurimento, e a breve rischierà di non bastare per far funzionare le attività agricole e mediche, ma anche per gestire il servizio di riscaldamento e garantire la disponibilità in cucina. Il tutto viene descritto “come diretta conseguenza del sistematico e ripetuto bersagliamento di infrastrutture e servizi civili critici”, che secondo tale report, avrebbe portato almeno 1 milione delle persone che vivono in città e villaggi a non avere accesso all’elettricità, e oltre 2 milioni ad avere accesso limitato all’acqua potabile. I danni si sono poi estesi anche alle strutture sanitarie, di cui 12 nell’ambito privato, tanto che 28 ospedali avrebbero interrotto i propri servizi.

Le azioni di repressione turche contro i ribelli curdi non si limitano alla parte del Kurdistan siriano, ma toccano in generale anche le altre aree della regione. In Iraq, per esempio, verso la metà di gennaio, sono stati riportati una serie di bombardamenti nel nord del Paese in seguito ai quali sono state rase al suolo abitazioni di civili in numerosi villaggi nei pressi della città di Amadiya. Il 25 e il 26 gennaio sarebbero invece state colpite una fattoria e una struttura ospedaliera e in generale le azioni di repressione avrebbero causato l’abbandono da parte della popolazione di almeno 600 villaggi.

Da ottobre 2023 i curdi hanno rilanciato la propria lotta armata in Turchia, che negli ultimi giorni avrebbe portato a una serie di azioni di rappresaglia nei confronti dei militari di Ankara, causando almeno 3 morti. Il popolo curdo è sempre stato descritto come un “popolo guerriero”, e l’Occidente, USA in particolare, si è spesso servito della sua resilienza per portare avanti i propri interessi nella regione mediorientale, come per esempio nel caso della sopra citata guerra territoriale e militare contro Daesh. Essi però sono altrettanto spesso stati utilizzati come moneta di scambio, come nel recente caso degli accordi tra Erdogan e Paesi della Scandinavia candidati a entrare nella NATO, nei confronti dei quali il Presidente turco ha sciolto la propria riserva siglando un patto comprando la pelle dei curdi che abitano nella regione. Si sta rendendo a tal proposito sempre più evidente il doppio gioco che Erdogan sta facendo nel condannare il massacro palestinese da una parte per continuare a perpetrare la propria personale rappresaglia etnica dall’altra, nell’assoluta libertà garantita dal silenzio generale.

[di Dario Lucisano]

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