martedì 27 Febbraio 2024

Il caso di Ilaria Salis e la politica come marketing elettorale

Era successo con la tragica uccisione di Giulia Cecchettin ad opera del suo ex fidanzato. Poi, quando le porte girevoli delle prime pagine hanno lasciato spazio ad argomenti un po’ più leggeri, con il “pandoro-gate” di Chiara Ferragni, che dopo dibattiti televisivi e meme sui social sembra già quasi passato alla storia. In questi giorni, a monopolizzare lo scontro politico tocca invece alla vicenda di Ilaria Salis, che da destra a sinistra i partiti stanno sfruttando per riallinearsi sull’asse politico, cercando di offrire il proprio “prodotto” ai vari target di riferimento. Sebbene Ilaria Salis sia reclusa in Ungheria da circa un anno e le pessime condizioni di detenzione fossero già ampiamente note (su L’Indipendente ne avevamo già parlato a inizio dicembre, quando sui media mainstream al suo caso non era ancora stata dedicata una riga), la politica ha cominciato a esprimersi sul caso solo quando l’immagine della donna trascinata in Aula in catene ha fatto il giro delle reti televisive e degli smartphone degli italiani. Tutta carne (nel vero senso della parola) utile alla campagna elettorale in vista delle elezioni Europee di giugno, in cui le varie anime del centro destra procedono in ordine sparso, mentre le opposizioni – elettoralmente in grossa difficoltà – cercano di sfruttare gli evidenti punti di non ritorno della loro comunicazione.

Tutti contro tutti

Guardando allo spettro della compagine di centro-destra, la comunicazione espressa dai leader ha palesato una grande (e strategica) distanza tra gli azionisti di governo. La più silenziosa è stata Giorgia Meloni, che appare in un’evidente stato di difficoltà, frutto del combinato disposto di una serie di fattori. In primis, infatti, l’anima “istituzional-patriottica” che ha deciso di darsi come premier, nella specifica situazione, fa a pugni con la sua tradizionale vicinanza al presidente ungherese Orban. Inoltre, il profilo della concittadina di cui dovrebbe difendere i diritti – quello di una lavoratrice antifascista accusata (ancora senza prove e senza un giudizio finale) di aver partecipato al pestaggio di un estremista di destra – non piace affatto al suo elettorato di riferimento, cioè quello che si è coltivata negli anni dell’opposizione “urlata” contro la “sinistra dei centri sociali”. Ciò crea una evidente ingessatura: ogni singolo passo può costituire il prodromo dell’inciampo. Meloni si è infatti mantenuta in equilibrio, chiedendo da un lato all’Ungheria di rispettare la «dignità» di Salis e garantirle un «giusto processo», ma sollevando Orban dalle responsabilità, affermando che a Budapest «vige l’autonomia dei giudici e i governi non entrano nei processi».

A fiutare la ghiotta occasione per farsi notare è stato Matteo Salvini – che da Meloni si è visto sottrarre un’infinità di voti negli ultimi anni –, il quale è entrato in tackle scivolato sulla vicenda con la sua più classica strategia: coccolare il suo elettorato di riferimento rispondendo in maniera “giusta” (almeno per la presa sui potenziali votanti) alle domande sbagliate. Davanti ai microfoni dei cronisti che gli chiedevano di esprimersi sulle immagini di Salis in manette e al guinzaglio in Ungheria, il leader del Carroccio ha infatti risposto: «È assurdo che questa Salis in Italia faccia la maestra», «Vi pare normale che una maestra elementare vada in giro per l’Europa a picchiare e sputare alla gente?», «sono preoccupato che bimbi di 6-7 anni stiano con individui del genere». Deviando completamente dal piano logico della discussione, Salvini pesca a suo uso e consumo elementi narrativi che rimandano immediatamente all’immaginario conservatore – in primis quello della famiglia e della fisiologica protezione dei bambini che ne sono il frutto – rinunciando per la prima volta a quel garantismo che rappresenta il perno del suo programma (almeno per quanto riguarda politici e colletti bianchi, come testimoniato al pieno appoggio alle riforme promosse dal ministro della giustizia Carlo Nordio). Una scena che non può non far tornare alla mente quanto avvenne 4 anni fa, quando Salvini, ai giornalisti che gli chiedevano di commentare la condanna dei due carabinieri puniti per l’omicidio di Stefano Cucchi, rispose che la vicenda «testimonia che la droga fa male sempre e comunque e io combatto la droga in ogni piazza».

Anche Forza Italia cerca a pieno titolo di sfruttare la situazione a fini elettorali, avvalendosi anche dell’incarico ricoperto dal suo leader Antonio Tajani, attuale ministro degli Esteri. «Il nostro ambasciatore in Ungheria anche oggi andrà al ministero per protestare contro questo trattamento riservato ad una detenuta. Vedremo se si potrà ottenere gli arresti domiciliari, o portarla in Italia per scontare una eventuale condanna – ha detto Tajani negli scorsi giorni in riferimento a Ilaria Salis –. Siamo di fronte a una violazione delle norme comunitarie. Condurre in quella maniera un detenuto è fuori luogo e non in sintonia con la nostra civiltà giuridica». Chiaro l’intento di voler rafforzare, agli occhi degli elettori, la propria posizione di unica forza europeista, liberale, moderata e cristiano-democratica dello scacchiere politico del centro-destra. Importante è anche ricordare che il PPE, formazione politica europea cui partecipa Forza Italia, è in rotta con Fidesz, il partito di Orban, messo sostanzialmente alla porta nel 2019 a causa dell’approvazione di “leggi illiberali” in Ungheria e per aver attaccato in maniera troppo vigorosa l’ex presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker (appartenente al PPE). Anche da questo punto di vista il centro-destra gioca in ordine sparso, poiché FDI rientra nel gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei – di cui Meloni è attualmente presidente – e la Lega di Salvini nel gruppo “Identità e Democrazia”, al fianco di Marine Le Pen. Anche per questo, il veloce riallineamento a cui stiamo assistendo non sembra essere secondario.

Opposizioni all’attacco

Nelle crepe del centro-destra si è fisiologicamente inserita l’opposizione, come sempre alla ricerca di argomenti su cui differenziarsi e attaccare, andando come spesso accade a rimorchio dei propri quotidiani di riferimento, come La Repubblica. «Se Salvini sostiene che una persona accusata di lesioni non possa fare la maestra io chiedo a lui se una persona accusata di sequestro di persona e condannata per oltraggio a pubblico ufficiale possa fare il ministro», ha dichiarato pubblicamente la segretaria del PD Elly Schlein. Un’affermazione per una volta chiara e netta, a prova di “titolone” di giornale, seppure obiettivamente servita su un piatto d’argento, cui Schlein aggiunge l’accusa di «nostalgia di Medioevo» da parte della Lega. Anche qui, andando a pescare una formula trita e ritrita, utilizzata allo sfinimento (e spesso fuori luogo) dall’universo “progressista”. Ciò che ancora sorprende, però, è la tendenza del centrosinistra – e in particolare del PD – a utilizzare casi di cronaca per ergere a paladini i suoi protagonisti, andando spesso fuori dal seminato. Il che, molte volte, manifesta una grande debolezza in partenza della propria leadership. Ad ogni modo, Schlein ritiene che Salis debba essere «riportata in Italia» per «scontare i domiciliari» nel nostro Paese. Ma la donna è sottoposta alla custodia cautelare in attesa di giudizio in Ungheria per fatti che sarebbero avvenuti in quel Paese, dunque, giuridicamente, risultano prevalenti le esigenze processuali che impongono la custodia cautelare in Ungheria. Tale prospettiva appare dunque alquanto complicata, anche se il governo pare proprio volersi muovere in tal senso.

A cavalcare l’ondata mediatica, seppure in maniera più equilibrata, è stato il leader del M5S Giuseppe Conte. Il quale, a differenza di Schlein, ha ricoperto in passato la massima carica di governo. E che, seppure tra le righe e con ironia, lo fa pesare. «C’è una nostra connazionale in catene in Ungheria e i nostri patrioti non si sono dimostrati solerti nei suoi confronti», ha detto tre giorni fa l’ex presidente del Consiglio, annunciando che il suo partito ha presentato sul caso un’informativa urgente alla premier Meloni. Commentando le prime parole di Tajani, che aveva affermato di non essere stato informato dagli ambasciatori, Conte ha dichiarato: «Bastava leggere le rassegne stampa di mesi fa, la notizia era già sui giornali». Il problema è che nessuno tra i leader politici, né della maggioranza né dell’opposizione, aveva mai proferito una sola parola sulla vicenda. Nemmeno quando, lo scorso novembre, i legali di Salis avevano depositato una lettera scritta dalla loro assistita, in cui la donna raccontava le giornate di “23 ore su 24 in cella completamente chiusa” in spazi estremamente ristretti e all’interno di una sezione mista, denunciando di non aver potuto comunicare con la sua famiglia “per più di sei mesi”, che scriveva di essere stata interrogata “senza difensore e interprete” e raccontava la pratica di mettere ai prigionieri, in occasione dei trasferimenti per le udienze, “un cinturone di cuoio con una fibbia a cui legano le manette; anche i piedi sono legati tra loro”, insieme a “un’ulteriore manetta a un solo polso a cui è fissato un guinzaglio di cuoio”. Per esprimersi, ottenendo magari qualche like in più e maggiore consenso, alla politica che conta serviva evidentemente che le immagini fossero trasmesse in televisione.

[di Stefano Baudino]

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