venerdì 30 Gennaio 2026

Gender pay gap: la disparità salariale tra uomo e donna è bufala o realtà?

Quello della differenza salariale tra uomini e donne è un tema da lungo tempo dibattuto. Da una parte chi ritiene si tratti di un problema ben lontano dall’essere risolto, che testimonia come il cammino verso una reale parità di genere in Italia sia lungi dall’essere terminato. Dall’altra non manca chi ritiene, ed ha cercato di dimostrare, che si tratta di una questione su cui si combatte una battaglia politica sganciata dalla realtà dei fatti, che invece testimonierebbe come in verità non esista alcuna sostanziale differenza nel salario percepito da uomini e donne a parità di ruolo e qualifica. Ma come stanno realmente le cose? Abbiamo cercato di capirlo una volta per tutte, dati alla mano.

Ogni anno il centro studi del World Economic Forum (WEF) pubblica il Global Gender Gap Report, un indice che misura i livelli di parità di genere nei diversi paesi del mondo; come negli anni passati, anche in questo l’Italia si è posizionata nella seconda metà della classifica, restituendo tuttavia dati peggiori del solito. Il nostro paese è infatti scivolato dal 63° posto al 79°, con un punteggio generale di 0.705 contro l’ultimo di 0.720. In particolare, i dati che si rivelano più critici sono quelli che concernono la rappresentanza politica, il potere decisionale, l’accesso alle opportunità e l’impatto delle donne sulla società. Anche sul fronte della parità economica, poi, nonostante un leggero miglioramento, l’Italia è ben lungi dal ricoprire una posizione dignitosa, classificandosi 104° con un punteggio di 0.618.

Le analisi condotte dal WEF e gli elementi che emergono da esse viaggiano sugli stessi binari di quelle pubblicate sul sito di Almalaurea, e nello specifico con quelle relative alle condizioni occupazionali dei neolaureati del belpaese. Nonostante l’Italia sia il paese con in proporzione il maggior numero di laureate, essa è anche uno di quelli in cui la disparità di salari si fa sentire in maniera più marcata. Gli studi di Almalaurea evidenziano infatti come malgrado in Italia le neolaureate al biennio siano non solo di più, ma anche più brave degli uomini, esse guadagnino meno nella maggior parte dei casi. Alla fine del biennio, di fronte a uno stipendio medio maschile di €1463 le donne guadagnano solo €1242 e il tasso di disoccupazione femminile è più alto di oltre quattro punti.

Certo si deve stare attenti a non fare di tutta l’erba un fascio; nelle note metodologiche Almalaurea ci tiene a ricordare come l’ammontare dello stipendio dipenda da innumerevoli fattori, quali l’esperienza lavorativa, il tipo di contratto e il genere di lavoro… ma paradossalmente è proprio per tutti questi fattori che lo scenario che emerge è svilente: basta infatti gettare un rapido sguardo ai dati occupazionali per svestire i luoghi comuni sul lavoro femminile della maschera retorica sotto la quale si celano. “Le donne lavorano meno ore degli uomini”: è vero, la maggior parte dei neolaureati che lavora part time è di sesso femminile (stiamo parlando di quasi tre su quattro), ma anche se confiniamo la nostra analisi alla sola componente economica è facile notare come lo stipendio medio part time dei neolaureati maschi coi suoi €824 sia superiore a quello femminile, che si ferma a €752. “Le donne hanno meno voglia di lavorare”: insomma; perché se da un lato è vero che l’11% delle neolaurate non lavora e non cerca (contro il 7,8% maschile), dall’altro è vero anche che sono più le donne che non lavorano ma cercano (14,1% contro 9,2%) e, soprattutto, che il numero di studentesse-lavoratrici (59,1%) e di lavoratrici-studentesse (62.1%) è di gran lunga superiore a quello degli studenti-lavoratori (40,9%) e dei lavoratori-studenti (37.9%).

Ultimo, ma non meno importante, il fattore Corso di Laurea: “Le donne scelgono di fare lavori meno pagati”. Le lauree che vengono notoriamente pagate di più sono le cosiddette STEM, mentre i percorsi che vengono pagati di meno sono principalmente quelli di area umanistica. È effettivamente vero che spesso le prime siano a netta prevalenza maschile, mentre i secondi a netta prevalenza femminile, ma va rivelato come le donne ottengano risultati migliori e vengano pagate meno in ogni caso. E come se ciò non bastasse, il fatto che ci siano più neolaureati STEM e più neolaureate umanistiche, non influenza il divario di remunerazione a tal punto da cancellarne l’esistenza: se si conduce infatti un’analisi più approfondita sui dati forniti da Almalaurea si può scoprire come lo stipendio maschile è comunque nettamente superiore a quello femminile, anche se si escludono i CdL in cui gli uomini sono più delle donne e vengono pagati tanto, e le donne sono più degli uomini e vengono pagate poco. Infatti, anche se non prendiamo in considerazione i CdL a prevalenza femminile in cui le donne sono pagate meno della media nazionale e i CdL a prevalenza maschile in cui gli uomini sono pagati più della media nazionale, otteniamo uno stipendio medio di €1375 per gli uomini e di €1293 per le donne. Insomma, al di là del percorso universitario scelto, le nostre neolaureate vengono effettivamente pagate meno degli uomini.

Dopo tutto, sono solo 12 le lauree in cui le donne vengono pagate almeno quanto gli uomini. A questo punto possiamo dirlo: le evidenze mostrano che il differenziale salariale di genere è un fattore ancora esistente e non di poco conto.

[di Dario Lucisano]

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3 Commenti

  1. Aggiungo che avrei la curiosità di chiedere ai fautori dell’ingiusta disparità salariale fra uomini e donne (preferisco l’italiano, quando possibile) qual è secondo loro il motivo dietro a tale pratica, perché a me, anche nel caso sia così, resta piuttosto oscuro.

  2. Mi pare che l’’articolo Avesse come obiettivo la conclusione a cui è arrivato fin dall’inizio. Già partire da dei dati del World economic forum è discutibile, e ogni volta che viene giustamente riportata una spiegazione per un qualche divario nella frase immediatamente successiva viene regolarmente smentita (e non sempre efficacemente direi).

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