lunedì 4 Marzo 2024

Questo pane che spezzo (This bread I break), una poesia di Dylan Thomas, 1943

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
Questo vino su un albero straniero
Nei suoi frutti era immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
Gettò a terra le messi,
schiacciò la gioia dell’uva.

In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
Batteva nella carne che vestiva la vite;
Un tempo, in questo pane,
Il frumento era allegro in mezzo al vento;
L’ uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.

Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
Devastare le vene, erano un tempo
Frumento ed uva, nati
Da radice e da linfa sensuali.
È il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

(Traduzione di Ariodante Marianni)

Il senso nasce sempre da una trasformazione, anche in questa poesia che appare come una panteistica eucaristia, così qualcuno l’ha definita.

Il cambiamento prende la veste di un incantesimo, la forza di una visione mistica, il proprio io si eleva a metafora ma scende anche a parlare con le sostanze del pasto simbolico che è sacro, religioso e nello stesso tempo carnale, concreto.

Siamo tutti parole di una natura che stenta ad esprimersi come totalità, siamo sottomessi a continue metamorfosi, a cambiamenti di stato a cui non possiamo sempre dare consenso. La nostra identità si presta al gioco degli altri, ad assumere nuove vesti, a farsi vino se era uva, pane se era avena. Così il poeta che preme in ciascuno di noi, e che noi reprimiamo o esaltiamo, non ha scampo, è costretto a diventare qualcosa d’altro, l’ordinario di una vita qualsiasi o il piccolo nulla o il grande lampo di un giorno.

La nostra veste, cantava la beat generation, risuona degli accordi che non siamo noi a decidere, è materia plastica e duttile di una modellazione intelligente e disinteressata, altrimenti è schiava degli interessi, dei tempi, delle convenienze. È sostanza sì ma sostanza sonora di parole nel vento; il poeta tuttavia, o chi suona o chi canta dev’essere più forte del vento. Vivere nella trasformazione, come il grano nel pane, il grappolo nel vino. Le grandi immagini delle parole e dei sogni, delle visioni e dei misteri risuonano di una perennità e insieme di un”assoluta semplicità, essenziale, minuziosa, cesellatrice che sa farsi parte di una grande visione perché si trasforma, da un piano astratto, velleitario a materia vivente, a cibo essenziale.

Così l’essere vivente, individuale, con la forza dell’immaginazione, può anche travolgere le leggi fisiche, le imperiose leggi del dominio e dell’ovvio, impadronendosi di un linguaggio, di una visione potenzialmente universali.

Così la poesia può continuare a farsi comprendere cioè a essere semplicemente, silenziosamente ascoltata.

[di Gian Paolo Caprettini]

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