lunedì 4 Marzo 2024

Una passeggiata in Palestina

Ha scritto l’esploratore e alpinista norvegese Erling Kagge che camminare può essere “un gesto sovversivo”, sia per i percorsi che fai sia per i pensieri illimitati che ti apre nella mente come sentieri sempre nuovi. L’esempio che vi suggerisco è in questa linea.

“Venne a trovarmi a Cambridge il mio amico Raja Shehadeh, ex avvocato per la difesa dei diritti umani e appassionato camminatore di sentieri, residente a Ramallah, in Palestina… Raja mi parlò di claustrofobia, conflitto e restrizioni della libertà di movimento. Per un palestinese, spiegò, era poco salutare camminare fuori dalle grandi città, e se proprio decidevi di farlo era ancor meno salutare portarsi dietro una cartina, una macchina fotografica o una bussola, dato che se trovavi una pattuglia israeliana erano tutti oggetti che potevano dare adito a sospetti, requisizioni e perfino arresti. Un amico di Raja si era fatto undici giorni di carcere per aver scattato fotografie durante un’escursione…

Raja percorreva le colline e gli antichi sentieri della regione di Ramallah da più di quarant’anni. Quando aveva cominciato le sue escursioni, prima della Guerra dei sei giorni del 1967, l’aspetto delle colline non era molto diverso dalla remota epoca dell’occupazione romana, e gli era consentito spostarsi più o meno liberamente: poteva effettuare cioè quella che in arabo viene detta una sarha. Nella forma verbale originaria, sarha significava ‘portare il bestiame al pascolo di prima mattina, per farlo vagare e brucare liberamente’. Il termine passò poi nella sfera umana per indicare l’azione del viandante che vaga senza vincoli o piani prefissati…

A partire dal 1967, con l’occupazione israeliana dei territori palestinesi… era sempre più difficile trovare sentieri intorno a casa sua che non fossero attraversati da strade costruite per i coloni, o che non portassero vicino a un’area di addestramento delle milizie o a una postazione dell’esercito israeliano…

Le sue sortite, comunque, erano proseguite: una a settimana, come minimo, ma in genere di più. La chiusura a opera degli israeliani di sentieri che da secoli collegavano villaggi e centri abitati rendeva spesso necessarie lunghe deviazioni. Camminare era sempre più complicato, ma al tempo stesso, e in proporzione, era diventato per lui sempre più importante. Era un modo per sottrarsi alla compressione spaziale operata dall’occupazione: un gesto minimo ma costante di disobbedienza civile”.

Da: Robert Macfarlane, Le antiche vie. Un elogio del camminare, Einaudi 2012, pp. 218-19.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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