venerdì 19 Luglio 2024

Chiapas, dopo 30 anni il subcomandante Galeano lascia il comando dell’EZLN con una poesia

Pipa in bocca, passamontagna calato in testa, tenuta da battaglia e il carisma di un leader rivoluzionario. Per il governo messicano un ribelle da reprimere; per molti altri un’icona della lotta contro il liberalismo e l’oppressione dei popoli. La figura del Subcomandante Insurgente Marcos, conosciuto al mondo dal 1° gennaio del 1994 (quando l’EZLN occupò San Cristobal de Las Casas e altri 6 municipi del Chiapas al grido di “libertà, terra, giustizia” per le comunità indigene) già si era trasformata. Nel 2014 Marcos ne aveva dichiarato la morte simbolica per trasformarsi nel Subcomandante Galeano, in onore ad un maestro di una scuola zapatista assassinato quell’anno. Un passaggio del ruolo di comando dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale che aveva dal 1983. Ora, dopo 9 anni, anche il Subcomandante Galeano lascia la scena e Marcos torna ad assumere il “suo” nome, ma questa volta si firma Capitano Insurgente Marcos. Di comandanti ce ne sono decine nell’EZLN; di subcomandanti, solo uno. Morendo, il Subcomandante Galeano (alias Marcos) lascia il ruolo di vocero (portavoce) e di rappresentante dell’EZLN alle nuove generazioni, riprendendo il suo nome di battaglia iniziale ma con un ruolo di semplice comandante. Chi sarà il suo successore è ancora un mistero.

SupGaleano è morto. È morto come è vissuto: infelice. Ma sì, prima di morire, si è preoccupato di restituire il nome a colui che è carne e ossa ereditati dal maestro Galeano. Ha raccomandato di mantenerlo vivo, ovvero, di lottare. È così che Galeano continuerà a percorrere queste montagne.”, ha scritto l’ormai capitano Insurgente Marcos sul comunicato I morti starnutiscono? pubblicato domenica 29 ottobre. Continuare la lotta è il messaggio finale del testo, in un momento dove in Chiapas la violenza sta esplodendo e le comunità zapatiste sono sotto costante attacco di paramilitari, narcos e dello Stato. Nello scritto, oltre a chiedere la liberazione di due basi di appoggio indigene dell’EZLN imprigionate, Manuel Gómez Vázquez e José Díaz Gómez, Marcos ha chiesto aiuto per le vittime dell’uragano Otis ad Acapulco, nello stato di Guerrero, e ha annunciato un centro di raccolta.

Il passaggio di testimone era già nell’aria, ma è stato reso pubblico al mondo e ufficiale nel modo che il comandante Marcos ama: attraverso poesie, racconti ed allegorie.
Ne I motivi del lupo, la prima parte del comunicato pubblicato il 22 ottobre, Marcos riprendeva una poesia scritta nel 1913 dal nicaraguense Rubén Dario. Nella seconda c’è un racconto, che analizza anche la poesia stessa. Così si intuisce che, forse, la prossima figura leader sarà donna. E così espone il suo pensiero con una lunga riflessione sulla violenta guerra “dello Stato di Israele contro il popolo della Palestina”.

Torna a far parlare di sé l’EZLN, la cui rete di appoggio pochi mesi fa aveva diffuso un comunicato sulla situazione attuale in Chiapas, che definiva “sull’orlo della guerra civile” a causa della guerra del narcotraffico, della violenza dei paramilitari e della crescente militarizzazione delle forze di polizia promossa dal governo di López Obrador. Le comunità zapatiste, in particolare, sono sotto costante assedio da parte di gruppi armati, dell’esercito e dello spionaggio del Ministero della Difesa Nazionale (Sedena), come rivelato da una massiccia fuga di e-mail dell’agenzia.

“L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), che ha mantenuto la pace e sviluppato il suo progetto autonomo nei suoi territori e ha cercato di evitare scontri violenti con i paramilitari e le altre forze dello Stato messicano, viene costantemente molestato, attaccato e provocato,” dice il comunicato, che sottolinea come i governi di Carlos Salinas a López Obrador hanno cercato di isolare, delegittimare e sterminare le comunità e le organizzazioni zapatiste.

Il movimento da anni si è anche impegnato in una lotta aperta contro alcuni mega-progetti para-statali come il Tren Maya (1500 km attraverso 5 stati) o il Corridoio Interoceanico che, se realizzati, devasterebbero grandi parti di territori indigeni, oltre che strumentalizzare la figura dell’indigeno per giustificare una politica estrattivista. Un elemento in più per cui forse vengono attaccati dal governo di Obrador, che ha fatto di alcuni di questi progetti un suo cavallo di battaglia in campagna elettorale.

il subcomandante Marcos in una foto del 1999

A maggio un ampio e documentato studio del Centro per i diritti umani Fray Bartolomé de las Casas aveva evidenziato “violazioni sistematiche dei diritti umani” in Chiapas. Il documento prova anche le parole degli zapatisti sulle responsabilità del governo e dello Stato nel clima di violenza e repressione nella regione. “Sono notevoli le interazioni tra la criminalità organizzata, i gruppi armati e gli evidenti legami con i governi e le imprese”. Per lo studio, le conseguenze di questa interazione tra criminalità, autorità e settore privato si traducono in “sistematiche violazioni dei diritti umani”. Frayba accusa inoltre lo Stato messicano di essere “omissivo, permissivo e acquiescente di fronte all’attuale violenza generalizzata”, che ha portato a un peggioramento dei problemi esistenti come sfollamenti forzati, detenzioni arbitrarie, torture, attacchi a difensori dei diritti umani e giornalisti e violazioni del diritto alla terra, che inoltre “stanno creando scenari per nuove forme di contro-insurrezione”.

Una grossa manifestazione svoltasi nel giugno di quest’anno a Città del Messico ha portato la tematica in piazza, esigendo “di fermare la guerra” contro le comunità zapatiste. Negli anni, l’EZLN aveva scelto la via “pacifica” nella sua lotta contro lo Stato. La costruzione di un mondo diverso, basato su un sistema socio-economico-politico differente da quello capitalista, invece della guerra aperta e diretta contro di esso. Ma le comunità zapatiste sono sempre state attaccate, nonostante l’accordo di pace che lo Stato non ha mai rispettato. La domanda è se, prima o poi, le continue violenze nello Stato del Chiapas (e in particolare contro le comunità indigene) arriveranno a spingere l’EZLN a cambiare la propria tattica.

[di Monica Cillerai]

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