mercoledì 24 Luglio 2024

Intervista all’autore di ‘Anything to Say?’ L’opera d’arte per Assange, Snowden e Manning

Dai più piccoli borghi del Belpaese alla Città Eterna, da Parigi all’Est-Europa, dalla vicina Svizzera fino alla terra dei canguri: queste solo alcune delle tappe che dal 2015 Davide Dormino – artista e scultore romano – ha percorso per esporre nelle maggiori piazze la sua opera più importante. Si chiama Anything to Say? ed è una scultura in bronzo a grandezza naturale raffigurante Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning, ciascuno in piedi su una sedia. Al loro lato ce n’è una quarta, questa volta vuota per invitare noi spettatori a salire al fianco di coloro che hanno avuto il coraggio di denunciare le peggiori malefatte dei governi mondiali. Ma quali importanti incontri hanno scaturito l’idea dell’opera? Quanto tempo e sacrifici ci sono voluti per realizzarla? Abbiamo raggiunto telefonicamente Davide per chiederglielo personalmente.

Lei è nato a Udine il 19 giugno 1973 e sin da piccolo si è innamorato di disegno e scultura. Successivamente si è spostato a Roma, dove arriva ad insegnare all’Accademia di Belle Arti… e poi l’Anything to Say?. In realtà non c’è soltanto questo. Mi racconti quello che sta in mezzo, tutto ciò che manca.

Sì, diciamo che vivo i primi quattro anni della mia vita a Udine, dato che mio padre faceva il militare, ma avendo la famiglia a Viterbo, torno presto lì. A 19 anni, dopo il Liceo Artistico mi trasferisco a Roma per studiare all’Accademia di Belle Arti. Chiaramente dire a un genitore «voglio fare l’artista», è come dire «mi lancio nel vuoto» e di conseguenza non fui subito compreso, anche se col tempo sono riuscito a ricevere il loro supporto. Ho iniziato poi ad insegnare, scoprendo che anche quella è una vera e propria vocazione, che permette agli studenti di sviluppare il senso critico. Dunque, Anything to Say? è il frutto della mia ricerca artistica. Ogni essere umano, ma l’artista nello specifico, prova a porsi delle domande, senza però darsi delle risposte. La mia era: come posso, attraverso l’arte, dare forma alla libertà di espressione e di informazione? E la risposta fu quella quarta sedia vuota al fianco di Assange, Manning e Snowden. Ebbene, dopo avere avuto l’intuizione mi sono concentrato sul capire come creare un’opera che non fosse affiancabile ad alcun credo politico e soprattutto come renderla pubblica, per tutti. Per sostenere le spese (dal momento che solamente la fusione in bronzo è costata 70mila euro) ho lanciato un crowfunding internazionale. Era più un modo per me di testare e capire se quello che avevo in mente potesse avere un senso per la collettività. Al tempo ricevetti più di 400 donazioni e da lì, sono stato due anni seduto al computer per immaginare come realizzarla e dove collocarla. Alla fine, il primo maggio 2015, l’opera finalmente approda a Berlino e inizia il suo viaggio. 

Per non dare nulla per scontato, mi racconti chi sono i personaggi dell’opera, che cosa hanno mosso nelle trame della politica, ma soprattutto nella sua coscienza politica. 

Certo. In Italia la notizia di Wikileaks arrivò per vie traverse e con una certa lentezza. Nel mio caso, venni colpito nel 2010, da un’intervista che Assange fece al TEDx dove disse: «Gli uomini capaci, generosi, non creano vittime, ma si prendono cura delle vittime». Capii che Assange era, ed è, un visionario, un eretico, un dissidente. Perché chi è che ha la forza ed il coraggio di rivelare crimini di guerra e malefatte dei governi per il solo scopo di darci la possibilità di informarci e capire da che parte del mondo vogliamo stare? Poi c’erano gli altri due personaggi, Snowden e Manning, che hanno avuto un ruolo cruciale in queste rivelazioni. Ho quindi deciso di immaginare qualcosa che potesse omaggiare il coraggio di questi tre uomini, ora due uomini e una donna. Molti li definiscono eroi, molti altri personaggi contraddittori o traditori. Io ho il mio punto di vista, ma quello che ho cercato di fare nel lavoro è dare una visione democratica. Perché se si osserva la scultura, questa può sembrare anche un’esecuzione pubblica: basterebbe mettergli un cappio al collo, dare un colpetto alla sedia ed ecco fatto che si ribalta la prospettiva. Le persone, perciò, devono essere libere di scegliere e per essere libere di scegliere devono essere informate. È bene quanto meno creare una consapevolezza, che tra l’altro è l’unica cosa che potrà salvare Assange. Di certo non sarà la legge, ma la pressione dell’opinione pubblica. Mi colpì tantissimo un signore anziano a Strasburgo, nel 2016. Era un po’ trasandato devo dire ed avvicinandosi mi disse: «Questa è la vera Statua della Libertà». Pazzesco.

So che in qualche modo ha contribuito a questo progetto anche il giornalista americano Charles Glass. In che circostanze vi siete conosciuti e com’è nata poi l’idea?

Sempre nel 2010 mi trovavo in Francia da un amico in comune con Charles, presente anche lui lì con noi. Ricordo che discutevamo sulla vicenda Wikileaks e, ad un certo punto, abbiamo parlato di realizzare qualcosa. Dopo qualche tempo, uscito il progetto e fatto il crowfunding, ricevo un SMS da Charles Glass: «Ciao Davide, come stai? Sei libero il 24 novembre per una cena con J. a Londra?»: quel “J” era Julian Assange, che lui già conosceva. Così volai a Londra ed insieme andammo in ambasciata dell’Ecuador. Quando incontrai Assange, ebbi la sensazione di stare di fronte a, non so… A parte questa carnagione bianchissima, i capelli bianchi, questa voce baritonale, alto dieci metri! Sembrava di stare di fronte a qualcuno che conosceva i segreti del mondo, tant’è vero che parlò tutta la sera ininterrottamente. Un po’ perché, ovviamente, recluso lì dentro non aveva grandi possibilità di incontrare persone… ma si vedeva proprio che aveva un tempo limitato per esprimersi. Gli mostrai quindi l’idea e ciò che stavo facendo, ma non si espresse particolarmente. Fu abbastanza distaccato perché, giustamente, era una cosa che in qualche modo lo riguardava. Comunque, vedere un uomo che aveva consapevolmente sacrificato la sua vita per un ideale mi ha fatto capire che purtroppo, se si vogliono fare delle cose che hanno un senso, il sacrificio è inevitabile e il rischio va corso.

Come si sviluppa il tutto? L’idea, l’arrivo in piazza, la logistica, la scelta della città e così via.

L’opera funziona così: in genere ricevo un invito da parte di un’organizzazione, un comitato, un festival. Quindi il contesto cambia. Può essere giornalistico, politico, artistico. Consideri che io faccio questo lavoro tutti i giorni, tre o quattro ore al giorno, da dieci anni gratis, per la gloria. Per motivi etici non ho mai incassato un euro. Quello che viene richiesto da parte mia e del mio team (siamo in due) è: capire se l’organizzazione è seria, trovare una piazza, chiedere i permessi, trovare i soldi per lo spostamento dell’opera e infine le spese di viaggio e alloggio, fine. A tutto questo deve essere comunque correlato un evento in cui venga coinvolto il pubblico e alcune personalità locali che possano prendere parola sulla quarta sedia vuota. Quindi il palco, lo stage è l’opera stessa. Da lì inizia tutta una campagna pubblicitaria. Però l’aspetto interessante è che comunque abbiamo sempre ricevuto da sindaci, assessorati o quant’altro i permessi per esporre l’opera. In due occasioni è stato particolarmente difficile: in Australia e a Roma, la mia città. Qui, nel 2016 ho esposto l’opera davanti all’Università La Sapienza e ho dovuto attendere due mesi prima di avere una risposta per capire se il marciapiede che avevo scelto di fronte all’entrata facesse parte della facoltà o del Comune di Roma. A Parigi invece, al Centre Pompidou, il direttore mi diede le chiavi e mi disse: «Mettila dove vuoi», per farti capire la differenza delle burocrazie locali.

Come è stato manifestare nella terra di Assange, con il padre al suo fianco? Quali erano le sue emozioni?

Prima di tutto ricordiamoci che i monumenti di solito sono per le persone morte, invece questi signori sono ancora vivi e possono essere salvati! Quindi l’idea di farli stare nelle piazze è un po’ come liberarli simbolicamente. Portare Assange a casa è stata un’emozione fortissima, perchè era la sua terra lì. Devo dire che mi aspettavo molta più gente però, anche solo il fatto che ci fosse il papà e tanti altri ospiti importanti ha dato comunque una grossa visibilità a questo evento e soprattutto ha generato ulteriore consapevolezza e informazione anche in persone che sapevano poco di questa storia.

Spesso lei afferma che Anything to Say? è la sua opera più conosciuta per questioni mediatiche. Eppure, questi personaggi non sono sulla bocca di tutti e nemmeno sulle prime pagine dei quotidiani. Qual è la motivazione secondo lei? Sempre che sia d’accordo con ciò che ho detto.

La motivazione è molto semplice: sono tre personaggi scomodi e il mainstream fa di tutto per occultare ed infangarne l’operato, perché se si schierassero a favore loro – cosa che alcuni giornali fanno naturalmente – vorrebbe dire schierarsi contro il potere. L’informazione non è libera, lo sappiamo, ma ci sono molte testate, come anche la vostra, che invece trattano quello che il mainstream non racconta ed è esattamente quello che hanno fatto questi signori. All’inizio delle rivelazioni di Wikileaks, tutti i più importanti giornali al mondo hanno sostenuto le notizie, poi però hanno abbandonato completamente la figura di Assange, Snowden e Manning. È una questione di interessi, è una questione politica, sempre.

Lei si trova spesso in trasferta in varie città europee. Ha riscontrato delle differenze per quanto riguarda l’esposizione in Italia e all’estero? Ha un peso diverso?

Guardi, lo ha avuto fino a un po’ di tempo fa. Ora da circa un anno si è consolidato un comitato in Italia molto importante ed attivo chiamato Free Assange Italia. Anche alcuni politici hanno iniziato a schierarsi, lo hanno fatto un po’ il Movimento Cinque Stelle, poi mi viene in mente il gruppo Alternativa, guidato da Pino Cabras, Alessandro Di Battista, l’Onorevole Marco Rizzo dei Comunisti Italiani… Ci sono dei politici, anche parlamentari europei, che stanno lavorando sulla causa Assange, ma l’opinione pubblica italiana è cresciuta moltissimo in questi ultimi anni. Anche la mia opera ha aiutato. Poi lo scorso anno il programma della Rai Presa Diretta, condotto da Riccardo Iacona, ha mandato in onda una puntata di un’ora e mezza che è stata vista da milioni e milioni di telespettatori che hanno così avuto la possibilità di conoscere a fondo la storia di Assange. C’è inoltre la giornalista Stefania Maurizi che da sempre ha lavorato ai file di Wikileaks e di Snowden e sta dando un contributo fondamentale in Italia. La consapevolezza in Italia è aumentata, infatti sto ricevendo sempre più richieste per esporre qui la mostra.

Per quale motivo avete scelto di realizzare un’opera a livello del suolo e, soprattutto, itinerante? 

È un’opera classica come fattezze, perché figurativa, riconoscibile. Quindi è un monumento classico a tutti gli effetti, di bronzo, pesante, che a differenza dei monumenti di cui sono piene le piazze non è posta su un piedistallo, non la si guarda a distanza… L’idea invece era quella che potesse essere fruibile da tutti, partecipativa, in modo che chiunque possa salire sulla sedia senza grandi sforzi (dato che la sedia è alta quarantacinque centimetri). Itinerante, perché deve traghettare questo messaggio al più alto numero di persone possibili. È l’opera che va a cercare il pubblico. È l’opera che invita le persone a salire sulla quarta sedia e a compiere un’azione a favore della libertà di espressione, di informazione e al diritto di sapere.

In un certo senso Assange e Snowden hanno costruito dei ponti, hanno collegato e trasmesso. Potremmo quindi dire che tutti, nel loro piccolo, possono crearne di nuovi?

Assolutamente sì, ognuno di noi ha la possibilità di dare il proprio contributo all’evoluzione umana attraverso le proprie pratiche. L’arte in particolare, dato che racconta il mondo e la nostra civiltà. L’arte prova a unire quei puntini della nostra emotività. Non potrà cambiare il mondo, ma può darci la capacità di guardare alto, di avere una visione diversa e di mostrarci le contraddizioni del nostro tempo e di vedere il mondo con occhi nuovi.

Qual è il suo sogno più grande?

Il mio sogno più grande è semplicemente continuare a fare quello che sto facendo. È bello sognare, ma è più bello realizzare i sogni ed io sono un uomo del fare. Da un punto di vista relativo al mondo invece, ho un sogno un po’ utopico: vorrei che le persone iniziassero ad aprire gli occhi e a manifestare il dissenso contro ciò che credono non sia giusto. Io penso che la realtà si possa correggere, ma si deve correggere attraverso le azioni, oltre che le parole. 

[di Riccardo Ongaro]

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