venerdì 24 Maggio 2024

L’Europa contribuisce all’inquinamento in Africa inviando auto obsolete

A causa della spinta alla sostituzione del parco automobilistico, l’Europa sta contribuendo all’inquinamento in Africa in quanto vi esporta milioni di veicoli obsoleti che non soddisfano gli standard minimi di emissioni. Queste le conclusioni di un Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente finalizzato a sostenere i paesi in via di sviluppo nell’adozione di politiche più sostenibili. Secondo il documento, sono stati circa 14 i milioni di vecchi veicoli esportati dall’Europa, ma anche da Giappone e Stati Uniti, tra il 2015 e il 2018. Quattro su cinque di questi veicoli sono finiti dentro i confini di Paesi poveri, dei quali più della metà in Africa. Un fenomeno in crescita e destinato ad acuirsi ancor più col passare del tempo e la definizione di nuove norme in linea con la transizione all’elettrico. L’export di auto obsolete, nel 2015, si limitava a soli tre milioni e mezzo di auto usate, ma già nel 2019 ne sono stati esportati cinque milioni.

Tra i tre principali esportatori di auto usate, l’Unione europea si attesta in prima posizione contribuendo al 54% del flusso totale, seguita da Giappone (27%) e Stati Uniti (18%). Le principali destinazioni dei veicoli usati dall’UE sono l’Africa occidentale e settentrionale, il Giappone esporta principalmente verso l’Asia e l’Africa orientale e meridionale, mentre gli Stati Uniti perlopiù verso il Medio Oriente e l’America centrale. Nel complesso, il 70% dei veicoli commerciali leggeri esportati è stato quindi destinato a paesi in via di sviluppo. Nel periodo in esame, l’Africa ne ha importato il maggior numero (40%), seguita dall’Europa dell’Est (24%), dall’Asia (15%), dal Medio Oriente (12%) e l’America Latina (9%). Questo commercio, che secondo le Nazioni Unite andrebbe regolamentato, avanza una serie di preoccupazioni legate alle emissioni inquinanti e climatiche dei veicoli usati, alla loro qualità e sicurezza, al consumo di energia e ai costi di gestione. In relazione all’impatto ambientale è poi verosimile che il fenomeno non faccia altro che esacerbare le già pessime condizioni dei paesi poveri in termini di inquinamento. La maggior parte dei paesi in via di sviluppo ha infatti una regolamentazione blanda, limitata o inesistente sull’importazione dei veicoli usati importati e le poche norme che esistono sono spesso scarsamente applicate.

Dei 146 paesi analizzati nel rapporto, solo 18 hanno adottato un divieto assoluto di importazione di veicoli usati per motivi ambientali, di sicurezza o per tutelare la propria industria manifatturiera. In definitiva è proprio tale divario nelle misure politiche tra mercati esportatori e importatori ad aver alimentato questo commercio globale di veicoli usati obsoleti, vecchi, non sicuri e inquinanti. Una quota ampia dei veicoli destinati ai paesi poveri manca infatti dei requisiti ambientali di base, andando così a contribuire in modo determinante all’inquinamento atmosferico e alle emissioni climatiche nei paesi destinatari. Oltre l’80% dei veicoli esportati dai soli Paesi Bassi – ha evidenziato ad esempio il rapporto – era infatti al di sotto della standard Euro 4 e la maggior parte non aveva nemmeno un certificato di circolazione valido. Nel complesso, la flotta globale di veicoli leggeri – quelli su cui il rapporto si è focalizzato – è destinata a raddoppiare entro il 2050. Non a caso, circa il 90% di questa crescita avverrà nei Paesi non OCSE, ovvero tutti quelli che importano un gran numero di veicoli usati dai paesi economicamente più avanzati. Ad oggi, nonostante il ruolo critico che svolgono negli incidenti stradali, l’inquinamento dell’aria e gli sforzi per mitigare il cambiamento cambiamento climatico, non esistono attualmente accordi regionali o globali sul commercio internazionale di veicoli usati.

[di Simone Valeri]

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