venerdì 3 Febbraio 2023

La NATO non ha alcuna intenzione di proteggere i serbi in Kosovo

La KFOR – la missione Nato in Kosovo – ha respinto la richiesta del governo di Belgrado di inviare un proprio contingente a difesa dei serbi in Kosovo, in base a quanto prevede la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’ONU. La risposta è arrivata alla vigilia del Natale ortodosso, che cade il 7 gennaio: nella lettera con cui ha respinto la richiesta, la missione NATO ha dichiarato di ritenere «non necessario il ritorno dell’esercito serbo sul territorio della Repubblica del Kosovo», in quanto ai fini della sicurezza è già presente la KFOR, secondo quanto previsto dalla medesima risoluzione adottata nel 1999. Quest’ultima però prevede anche che in caso di aggravamento delle tensioni, la Serbia possa fare richiesta per inviare una propria divisione, fino ad un massimo di mille militari, da stanziare ai valichi di frontiera, nei siti religiosi cristiani ortodossi e nelle aree a maggioranza serba. Il presidente serbo, Alexandr Vucic, ha criticato la decisione di inviare una risposta negativa proprio il giorno della Vigilia di Natale – ritenendola non casuale – ma allo stesso tempo si è detto non sorpreso dal comportamento dei funzionari occidentali: «sapevamo tutti e ci aspettavamo quella risposta, penso di averlo annunciato da qualche parte», ha detto Vucic alla Tv privata Pink.

La richiesta da parte del governo di Belgrado di inviare le proprie forze armate è arrivata in seguito agli scontri verificatisi soprattutto nel mese scorso, ma che si protraggono ormai dall’estate scorsa a causa della richiesta di Pristina di reimmatricolare le targhe serbe dei veicoli con targhe kosovare, cosa che ha suscitato la reazione dei serbi che non riconoscono il Kosovo come territorio autonomo. Da lì in avanti si sono verificate tensioni tra serbi – residenti soprattutto a nord del Kosovo – e autorità kosovare. Alcuni funzionari serbi, infatti, si sono dimessi dai loro ruoli nelle istituzioni di Pristina fino a quando un ex poliziotto kosovaro di etnia serba è stato arrestato con accuse ritenute false da Belgrado. Ciò ha suscitato la rabbia dei serbi che hanno reagito innalzando barricate e facendo blocchi stradali: a causa di tali tensioni, le istituzioni di Belgrado hanno fatto richiesta di inviare loro contingenti nelle aree più colpite dagli scontri interetnici.

La situazione si è ulteriormente aggravata con il ferimento di due giovani serbi di 11 e 21 anni, aggrediti con colpi di arma da fuoco il giorno della Vigilia di Natale: il responsabile sarebbe un soldato fuori servizio, membro delle forze di sicurezza del Kosovo. Un episodio che mostra come la sicurezza dei serbi nelle aree più calde non sia garantita dalle forze presenti sul territorio. «Hanno scritto che stanno osservando attentamente ciò che sta accadendo nel nord, mentre solo due ore prima i ragazzi serbi sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco, che tutti hanno cercato di nascondere», ha detto Vucic. Secondo il presidente serbo, questo dimostra che la leadership NATO «si preoccupa principalmente delle soluzioni politiche, dei paesi membri della NATO, che sono i mentori di tutto questo, delle loro soluzioni per il futuro e non della sicurezza reale». Secondo Vucic, inoltre, la risposta della KFOR alla richiesta della Serbia era quasi scontata a causa del sostegno occidentale all’indipendenza del Kosovo. «Non mi aspettavo una risposta diversa dalla KFOR, e ora la questione è se andare o meno alla sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», ha asserito.

Secondo il governo serbo, dunque, la missione NATO non sta facendo abbastanza per proteggere la minoranza serba in Kosovo, in quanto non avrebbe interessi a farlo: i suoi obiettivi, infatti, sarebbero di natura politica e non di sicurezza. Motivo per cui Belgrado ritiene necessario l’intervento di un proprio contingente militare. In merito, pochi giorni fa si sono svolte delle manifestazioni anche a Strpce, enclave serba nel sudest del Paese, per protestare contro il ferimento dei due giovani serbi e per chiedere maggiore sicurezza per la popolazione locale serba. Quanto alle prossime mosse del governo di Belgrado, Vucic ha affermato che «ci sono diverse opzioni, aspetteremo e faremo notare come e in quali luoghi non hanno protetto la vita serba, dal ragazzo Stefan Tomić a Klokot». Rispetto alla missione della NATO in Kosovo, sempre Vucic ha detto di non poter dire se sta svolgendo il suo lavoro in modo ammirevole o scadente, ma che la questione è un’altra, ossia che è «solo uno strumento politico nelle mani delle più importanti potenze occidentali».

[di Giorgia Audiello]

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