giovedì 2 Febbraio 2023

Le istituzioni USA si sbarazzano di TikTok

Che la relazione tra TikTok, social intimamente connesso all’azienda cinese ByteDance, e il Governo statunitense non fosse delle più affiatate era cosa nota sin da che Donald Trump sedeva nella stanza ovale, tuttavia ora le istituzioni hanno adottato contro l’applicazione una posizione netta e determinata. L’ultima legge di bilancio dell’Amministrazione Biden ha infatti pressoché reso illegale l’uso di TikTok nelle vicinanze di qualsiasi struttura ed entità federale, con il risultato che legislatori e personale vario dovranno rimuovere l’app dai propri smartphone.

Il Senato aveva votato all’unanimità l’emendamento noto come “No TikTok” solamente settimana scorsa, un proposito che è stato dunque infilato in un bilancio complessivo che conta la bellezza di 4.115 pagine. Il pesante carteggio è stato approvato in tempi brevissimi: il 23 dicembre la legge di spesa aveva già raggiunto la Camera e ha ottenuto una maggioranza di 225 voti contro 201. Risulta difficile credere che un dossier tanto corposo possa essere stato adeguatamente analizzato in tempi così contenuti, tuttavia il fatto che gli USA stessero rischiando seriamente di subire un blocco amministrativo parziale a causa dell’indeterminatezza degli investimenti può aver contribuito notevolmente ad oliare gli ingranaggi della macchina burocratica. 

Il Presidente Joe Biden ha firmato la legge ieri, venerdì 30 dicembre, avviando tra le altre il percorso attraverso cui l’Amministrazione vuole spurgarsi di TikTok. I legislatori avranno fino a febbraio per determinare le modalità d’azione, ma è facile credere che chi di dovere finirà con l’attingere all’esperienza già collaudata di quelle entità governative che hanno provveduto a proibire il social in forma indipendente.

Nel grande schema delle cose, la possibilità che un politico USA possa o meno usare un’app pensata per il pubblico giovanile sembra un cosa di poco conto, eppure solamente il mese scorso il direttore dell’FBI, Chris Wray, aveva dichiarato senza mezzi termini che il Governo cinese potrebbe usare il social per portare avanti delle “operazioni d’influenza” atte a manipolare milioni di dispositivi. L’azienda nega questa possibilità e cerca di rassicurare la classe dirigente rimarcando come da giugno i dati dei cittadini a stelle e strisce siano filtrati dai server americani, cosa che dovrebbe impedire a Beijing di procedere con attività di spionaggio. Sebbene i presupposti siano corretti, la posizione di TikTok è grandemente complicata dal fatto che recentemente sia emerso che ByteDance abbia licenziato quattro dipendenti dopo che questi hanno trafugato i dati personali di diversi cittadini americani, tra cui quelli di alcuni giornalisti che hanno scritto dei legami tra il social e la Cina.

Che le scelte editoriali dei social contribuiscano a definire l’immaginario delle masse è cosa nota, ma il sospetto che questi programmi possano essere letteralmente adoperati per lo spionaggio non fa che enfatizzare l’urgenza della classe governativa di delineare le priorità del proprio operato. Nel caso europeo, ma anche in quello italiano, il dilemma si estende ben oltre al solo TikTok – che comunque è molto amato dai politici nostrani – e tocca anche i vari Instagram, Facebook, Twitter e omologhi, portali che risultano per vie traverse in mano agli Stati Uniti e che raramente si conformano a tutte le regole dell’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei dati e il rispetto delle leggi sulla concorrenza sleale.

[di Walter Ferri]

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