giovedì 21 Settembre 2023

Il neocolonialismo e il diritto a rimanere a casa propria

«Coloro che emigrano sperimentano la separazione dal proprio contesto e spesso anche uno sradicamento culturale e religioso. La frattura riguarda le comunità di origine che perdono gli elementi più vigorosi e intraprendenti e le famiglie quando migra uno o entrambi i genitori, lasciando i figli nel Paese di origine. Di conseguenza, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra». L’ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti nel 2020. Ultimamente non vi è politico o giornalista che non si riempia la bocca della parola diritto. C’è chi teorizza il diritto a non usare il Pos, chi il diritto a girare con 5000 € in contanti in tasca, chi il diritto alla moda, all’eleganza, come ha fatto Aboubakar Soumahoro nel suo tentativo, fallito, di difendere la moglie che gira con borse griffate mentre i lavoratori nelle sue cooperative se la passano male. Ma del diritto a non emigrare, del diritto a poter rimanere a casa propria, del diritto a prosperare nel Paese dove si nasce, in pochi hanno il coraggio di parlare. Il motivo è semplice. Toccare le cause che spingono milioni di cittadini a lasciare la propria terra per cercar fortuna al di là dello Stretto di Gibilterra, del Bosforo o del Rio Bravo è come toccare i fili della luce.

Il controllo dei flussi come arma imperialista

Nel 2020 tornai in Italia dall’Iran via terra. Attraversai la Turchia, la Bulgaria ed i Balcani. A Istanbul mi colpì il numero di giovani siriani, molti dei quali senza tetto, nel quartiere storico di Sultanahmet. Inoltre, poco lontano Sarajevo, in Bosnia, visitai il centro-accoglienza di Usivak. Mi accompagnò un ragazzo afgano di Herat. Aveva una ventina di anni. Aveva attraversato il confine iraniano-afgano a Kohsan, di lì era arrivato a Teheran, poi Tabriz e poi tutta l’Anatolia fino a Istanbul. Mi disse che entrare in Bulgaria era stato molto più facile del previsto. Voleva arrivare in Germania ma dalla Bosnia era complicato uscire. A Usivak conobbi altri ospiti del centro. C’erano siriani, afgani, pakistani e moltissimi marocchini. Già ne avevo incontrati tanti nel quartiere ottomano di Sarajevo. Mi spiegarono che per loro, sebbene soltanto lo Stretto di Gibilterra li dividesse dalla Spagna, era molto più semplice entrare in Europa attraverso la rotta balcanica. Erano tutti arrivati in Bosnia dopo aver preso un aereo per Istanbul e attraversato il confine con la Bulgaria. Per entrare in Turchia non avevano avuto bisogno neppure del visto. Al presidente turco Erdogan, evidentemente, quella massa di disperati alla ricerca di un futuro in Europa era ed è molto utile. O per indebolire l’Europa stessa creando tensioni sociali in Grecia e Bulgaria o, banalmente per ottenere in cambio della gestione dei migranti denari freschi provenienti dalla Commissione. Sei miliardi di euro, ad oggi, sono finiti nelle tasche di Erdogan arricchendo la Turchia e, di fatto, consegnandole un’arma di ricatto politico da usare quando riterrà più opportuno. Ennesima strategia fallimentare da parte europea. Oggi la Turchia, oltre a controllare la rotta balcanica, di fatto, controlla anche gran parte di quella mediterranea. Truppe di Ankara, complice la guerra in Libia del 2011 voluta da Sarkozy e dalla Clinton e avallata in modo indecente dal governo Berlusconi, sono presenti in Turchia e l’influenza di Erdogan sul Paese è cresciuta a dismisura. Questi fatti dovrebbero convincerci, una volta per tutte, che il controllo dei flussi migratori è divenuto un’arma geopolitica. Dunque un’arma potenzialmente imperialista. Erdogan pare intoccabile. A lui tutto è concesso. Può effettuare raid in Siria, può massacrare la popolazione curda, può aprire o chiudere, a suo piacimento, il “rubinetto” dei flussi. La Turchia è membro della Nato. Come la Francia del resto. E anche alla Francia, in Africa, tutto è consentito. Tout est pardonné. Fu Nicolas Sarkozy, più di ogni altro, a volere la morte di Gheddafi. L’ex dittatore libico aveva finanziato la campagna elettorale di Sarkozy per le presidenziali del 2007. Inoltre Gheddafi intendeva sviluppare – anche grazie a Mosca e Pechino – il rascom, un satellite interamente africano con un obiettivo ambizioso: rendere le telecomunicazioni più libere dal controllo occidentale. Non solo. Jean-Paul Pougala, economista e docente di Sociologia e Geopolitica a Ginevra, ritiene che Gheddafi avesse in mente la creazione di tre istituzioni finanziarie sulle quali far poggiare la Federazione africana, una sorta di unione del continente. Gheddafi pensava ad una Banca africana di investimenti con sede a Sirte, in Tripolitania, città particolarmente cara al rais, una Banca centrale africana con sede ad Abuja, in Nigeria, Paese più popoloso del continente e possibile motore dell’economia della Federazione e il Fondo Monetario Africano con sede a Yaoundé, in Camerun.

Alcuni anni fa WikiLeaks pubblicò una mail inviata alla Clinton da Sidney Blumenthal, funzionario americano già collaboratore di suo marito Bill. La mail è del 2 aprile del 2011, pochi giorni dopo l’inizio di Unified Protector, l’operazione militare a guida Nato che costrinse alla fuga Gheddafi prima del suo assassinio. Ecco il testo della mail: «Secondo le informazioni disponibili, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento. Verso la fine del mese di marzo 2011 questi stock sono stati spostati a Sabha (sud-ovest in direzione del confine libico con il Niger e il Ciad); presi dai caveaux della Banca centrale libica a Tripoli. L’oro è stato accumulato prima dell’attuale ribellione e doveva essere utilizzato per stabilire una moneta panafricana basata sul dinar libico. Questo piano è stato progettato per fornire ai Paesi africani francofoni un’alternativa al franco francese (CFA)». Nella mail Blumenthal inserisce un commento di un suo informatore: «Secondo individui ben informati tale quantità di oro vale più di 7 miliardi di dollari. Gli ufficiali dei servizi segreti francesi hanno scoperto il piano dopo lo scoppio dell’attuale ribellione e questo è stato uno dei fattori che hanno convinto il presidente Nicolas». Un’alternativa al Franco CFA, una moneta di stampo coloniale, ancorata al franco francese prima, e all’euro poi, garantita dal Tesoro francese ed ancora utilizzata da molti Paesi africani sebbene quelli che fanno parte dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa) stiano via via adottando una nuova valuta, l’Eco, sempre agganciata all’euro ma non più vincolata alla Banca di Francia. Ad ogni modo pare che Gheddafi volesse, con la creazione di istituzioni finanziarie africane, con la costruzione di maggiore autonomia politica per l’Africa e con una nuova moneta panafricana, rendere più indipendente il continente. È probabile che sia stato ucciso per questo, altro che per la tutela dei diritti umani in Libia. Oltretutto i francesi intendevano colpire gli interessi di Eni in Libia, tutto a vantaggio di Total.

A Parigi nel continente africano è ancora tutto concesso

[Sékou Touré, politico guineano]
Quel che è certo è che la recente storia africana è caratterizzata da decine di colpi di Stato spesso avallati, se non addirittura organizzati, dai servizi segreti occidentali, a cominciare da quelli francesi. Il 13 gennaio 1963, in Togo, il presidente Sylvanus Olympio venne assassinato a seguito di un colpo di Stato organizzato da Gnassingbé Eyadéma, militare togolese nonché veterano dell’esercito francese che aveva combattuto nella Legione straniera in Algeria ed Indocina contro i movimenti di liberazione che lottavano per affrancarsi dal colonialismo francese. Olympio intendeva dotare il Togo di una propria moneta. Quattro anni prima in Guinea, il SDECE (Service de documentation extérieure et de contre-espionnage), i servizi segreti francesi dell’epoca, organizzarono in Guinea l’operazione “Persil”. Sékou Touré, presidente del Paese, non intendeva rompere con la Francia tuttavia voleva dotare la Guinea di una moneta sovrana per ottenere un’indipendenza reale e non solo di facciata. Con il referendum del 1958 la Guinea aveva scelto l’indipendenza dalla Francia e la propria moneta. Fu il primo Paese a farlo. Parigi non dimenticò e, per evitare che altri potessero seguire l’esempio della Guinea, iniziò una guerra politico-economica senza precedenti. I servizi segreti francesi finanziarono gruppi di mercenari che destabilizzarono il Paese. Inoltre, sempre il SDECE riuscì a riversare un enorme quantitativo di banconote guineane false per far crollare l’economia del Paese già piuttosto deficitaria. Fu questa l’operazione “Persil”. Modibo Keïta, presidente del Mali, venne deposto da un golpe incoraggiato dalla Francia. Anch’egli aveva avanzato la richiesta di una robusta modifica dell’area CFA. Anche Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, venne assassinato per le sue battaglie anti-colonialiste. Sankara si rifiutò di pagare il debito del Paese perché riteneva l’assistenzialismo finanziario occidentale una forma subdola di colonizzazione. Sankara non accettava l’eccessiva influenza parigina sulla sua terra. «Il debito è ancora il neocolonialismo con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici. Anzi, dovremmo invece dire “assassini tecnici”. Sono loro che ci hanno proposto i canali di finanziamento dei finanziatori. Questi finanziatori ci sono stati consigliati,
raccomandati. Ci hanno presentato dei dossier e dei movimenti finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso». Questo discorso venne pronunciato da Sankara poche settimane prima di essere assassinato. «Senza l’Africa la Francia non avrà storia nel ventunesimo secolo»: parole di Francois Mitterrand nel 1957. E Chirac, nel 2008, disse: «Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo».

Porti aperti vs porti chiusi: un dibattito che sposta il problema

Il continente africano è ancora un continente sotto occupazione. L’occupazione più pericolosa è quella finanziaria. I movimenti di liberazione africani, i partiti politici che portano avanti politiche sovrane, le lotte e le rivendicazioni dei giovani, non ricevono attenzioni dalle nostre parti. D’altro canto mostrare chi lotta per il diritto di restare a casa propria sarebbe altamente pericoloso per l’élite politica. Per quell’establishment politico-finanziario compatto quando si tratta di inviare armi in Ucraina, quando si tratta di difendere i parametri europei, quando si tratta di esprimere solidarietà ad Israele senza sé e senza ma nonostante in Palestina esista l’apartheid. Quel sistema politico, mediatico e finanziario che ha un disperato bisogno di trovare argomenti per differenziarsi agli occhi degli elettori e dei lettori. E in tal senso l’argomento principe è la questione migratoria. Da una parte i porti chiusi, dall’altra le cooperative aperte. Da una parte chi dice «tornatevene a casa vostra», dall’altra chi pensa all’accoglienza in modo peloso. «Dobbiamo accogliere più migranti, serve manodopera e i nostri giovani sono pochi». Questo disse Enrico Letta alcuni mesi fa. È una frase neo-colonialista. Tito Boeri, ex Presidente dell’INPS nel 2017 disse: «Se chiudessimo le frontiere ai migranti non saremmo in grado di pagare le pensioni. Ogni anno gli stranieri versano otto miliardi di euro in contributi e ne prelevano tre. È vero, un giorno avranno la pensione pure loro, però molti torneranno al loro Paese d’origine. I loro versamenti saranno a fondo perduto». I migranti ci arricchiscono insomma. E se le migrazioni arricchiscono l’Europa evidentemente impoveriscono l’Africa. Da anni l’Africa perde “gli elementi più vigorosi e intraprendenti”, per usare un’espressione di Papa Francesco, ma questo non interessa praticamente a nessuno. Lo status quo non va modificato e l’uomo bianco deve restare il deus ex machina. L’uomo bianco che vuole dare di più al continente africano (dare di più, mica depredare di meno), l’uomo bianco degli ipocriti piani Marshall per l’Africa, l’uomo dell’accoglienza come se fosse l’accoglienza la risposta alla povertà e alla mancanza di sovranità in Africa. La debolezza manifestata dall’Europa rispetto alla guerra in Ucraina è una tragedia per tutti noi europei, ucraini innanzitutto. Chissà se tale manifesta sudditanza agli USA da parte europea non possa almeno convincere i popoli africani che è giunta l’ora di ribellarsi apertamente al neocolonialismo europeo, cominciando da quello francese. Forse i pomodori sono maturi e il potere del “caporalato politico-finanziario”, per lo meno in Africa, inizia scricchiolare.

[di Alessandro Di Battista]

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