giovedì 2 Febbraio 2023

L’Inghilterra è attraversata dalla più grande ondata di scioperi dagli anni ’80

L’Inghilterra è attraversata da un’ondata di scioperi senza precedenti potenzialmente in grado di paralizzare il Paese. L’astensione dal lavoro del personale delle ferrovie, degli autobus e della metropolitana – che ha letteralmente bloccato la circolazione nel Regno Unito – è la risposta all’inflazione alle stelle che attanaglia l’Inghilterra, a cui non corrisponde un aumento salariale – richiesto a gran voce dai lavoratori – in grado di compensare l’aumento dei prezzi, ma non solo: le cause delle profonde proteste che lacerano il Paese sono anche da ricercare nella crisi energetica, con milioni di persone che non riescono a pagare le bollette i cui costi sono aumentati in modo esponenziale e che sono destinati a crescere ulteriormente visto il gelo che si è abbattuto sul Paese, scatenando quella che i tabloid inglesi hanno definito una “tempesta artica”. A causa di questi fattori, la Gran Bretagna sta vivendo una delle più grandi crisi economiche degli ultimi decenni, aggravata non tanto dalla Brexit – come sostiene buona parte del circuito “mainstream” – bensì dalle rigide politiche di austerità messe in atto dal primo ministro conservatore, vicino alla banca americana Goldman Sachs, Rishi Sunak.

Nelle ultime settimane prima di Natale, è previsto che gli scioperi si estendano ad altre categorie di lavoratori, quali il personale sanitario, autisti di ambulanze, addetti ai bagagli, personale delle poste ed esaminatori di guida. Secondo il Guardian, «Il risultato sarà una delle interruzioni più significative per l’economia britannica nella memoria recente». A fronte di questi avvenimenti, il governo in carica non pare avere la minima intenzione di ascoltare le proteste dei lavoratori, attraverso il dialogo con le parti sociali, bensì minaccia di reprimere gli scioperi, allertando l’esercito, dopo aver convocato una riunione del “Cobra” Cabinet Office Briefing Rooms di Whitehall (Cobr) – il Comitato per le emergenze nazionali.

Sempre il Guardian riporta che «I prezzi dell’energia elettrica nel Regno Unito hanno raggiunto livelli record, poiché un’ondata di freddo gelido e un calo delle forniture di elettricità generata dall’energia eolica hanno contribuito a far salire i costi all’ingrosso. Nel frattempo, questa settimana sono previste ulteriori interruzioni dei viaggi con temperature che dovrebbero rimanere ben al di sotto dello zero durante la notte». Secondo The Indipendent, invece, anche molte industrie sono pronte ad organizzare i propri scioperi questo mese e il personale della Royal Mail – la più importante azienda postale britannica – è deciso ad unirsi ai ferrovieri nelle proteste. Il prestigioso quotidiano britannico riferisce anche che, in media, la decrescita delle risorse a disposizione dei cittadini britannici si attesterà quest’anno al 3%, la contrazione maggiore dal 1977.

Nonostante ciò, l’amministrazione di Rishi Sunak non ha alcuna intenzione di “scendere a compromessi” per placare la rabbia sociale scatenata dalle politiche economiche restrittive e dalle congiunture geopolitiche. Ha anzi minacciato di chiamare l’esercito per coprire almeno in parte i disservizi provocati dagli scioperanti e per garantire la continuità del National Health Service (il Servizio sanitario nazionale). In questo, Sunak si sta mostrando uno dei leader più duri dopo Margaret Thatcher e Ronald Reagan, entrambi pionieri delle politiche di austerità di cui Sunak pare l’erede più diretto. Il neo primo ministro di origini indiane ha affermato, del resto, che il governo non cambierà la sua posizione sui salari e che, dunque, lo sciopero terminerà solo se i sindacati faranno un passo indietro. «Mentre il governo farà tutto il possibile per ridurre al minimo le interruzioni, l’unico modo per fermarle completamente è che i sindacati tornino al tavolo e annullino questi scioperi», ha dichiarato.

Si tratta, dunque, della più grande lotta dei lavoratori del Regno Unito dagli anni Ottanta, resa possibile anche grazie alla Brexit che ha ridotto la concorrenza con i lavoratori stranieri, aumentando le possibilità di rivendicazioni salariali da parte degli inglesi. Come su L’indipendente avevamo già spiegato nel febbraio scorso, una delle conseguenze della Brexit – ovvero quella di generare una stretta del mercato del lavoro con la diminuzione della manodopera proveniente da paesi terzi – si è rivelata un’ottima notizia per i lavoratori inglesi, che hanno visto crescere il loro potere contrattuale dato che non esiste più alle loro spalle una grande mole di forza lavoro disoccupata disposta a prenderne il posto accettando condizioni peggiorative. Certo, è presto per prevedere quali risultati potrà dare il braccio di ferro cominciato tra sindacati e governo, ma il fatto stesso che il Regno Unito sia alle prese con la più grande ondata di scioperi operai dall’era di Maragaret Tatcher è sintomo di un cambiamento.

[di Giorgia Audiello]

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2 Commenti

  1. La soluzione sarebbe semplice! Esproprio immediato dei miliardi delle multinazionali ovunque siano per redistribuirli alle fasce povere e al ceto medio, che sono stati derubati da questi ladri legalizzati con il benestare dei governi. Per velocizzare la cosa consigliarei di ripristinare la ghigliottina dopo un attento rastrellamento dei vari CEO delle soprascritte multinazionali.

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