venerdì 3 Febbraio 2023

Le elezioni ungheresi mostrano il potere del controllo dei dati

Il 3 aprile 2022, l’Ungheria si è sottoposta alle elezioni parlamentari che hanno dato forma alla nuova Assemblea Nazionale. Al conteggio dei voti ha vinto Fidesz, partito che è al potere dal 2010 sotto la guida di Viktor Orbán, tuttavia da più parti si fa notare che il processo elettorale è stato caratterizzato da un torbidume che inquina, o perlomeno mette in dubbio, la validità democratica dell’intero episodio politico. A distanza di mesi, lo Human Rights Watch solleva in tal senso ulteriori dubbi, accusando l’Amministrazione ungherese di aver sfruttato i dati digitali dei cittadini per dominare il panorama delle inserzioni politiche.

L’ONG ha formalizzato la sua indagine in un report da 85 pagine, un fitto documento che riassume dati e opinioni raccolte da tecnici informatici, esperti di privacy, rappresentanti politici e normali cittadini. L’immagine che viene delineata è quella di un Governo che, abusando del potere a sua disposizione, ha attinto alle informazioni private delle persone al fine di sfruttarle a fine propagandistici. Tutti i dettagli raccolti attraverso la burocrazia digitale sarebbero infatti stati utilizzati per promuovere Fidesz e di influenzare i risultati delle elezioni attraverso un uso mirato e martellante di chiamate, messaggi telefonici e inserzioni internettiane.

L’indagine identifica nello specifico come siano stati adoperati in maniera impropria i dati raccolti attraverso la registrazione agli ordini professionali, durante la sottoscrizione a agevolazioni fiscali e, soprattutto, in occasione delle prenotazioni delle vaccinazioni contro il coronavirus. La legalità di una gestione tanto creativa di questi dettagli sensibili è concessa dal decreto No. 179/2020 (V.4) introdotto il 4 maggio 2020, una risoluzione che ha garantito all’Amministrazione Orbán delle deroghe sull’applicazione del General Data Protection Regulation (GDPR) europeo. Le norme, aspramente contestate dallo European Data Protection Board (EDPB), avevano formalmente lo scopo di garantire all’Ungheria l’accumulo massivo di informazioni utili a studiare il Covid-19, tuttavia la validità di quel decreto potrebbe secondo i legali dell’ONG estendersi a tutte le pratiche che hanno a che vedere con la cosa pubblica.

Human Rights Watch non manca di far notare che anche i partiti d’opposizione siano stati tutt’altro che ligi nel gestire i dati impiegati nella propria campagna elettorale, tuttavia lo stratagemma di cui è accusata Fidesz eleva il problema ben oltre alla sola questione della violazione della privacy, sfocia in una dimensione manipolatoria che incentra sulle entità al potere un controllo totalitario delle informazioni cedute per necessità da cittadini inconsapevoli. Questa inedita dinamica va letta all’interno di un panorama nazionale in cui Orbán ha assicurato da tempo che la parte politica al potere, ovvero la sua, possa esercitare massimo controllo sui media, sulla Giustizia e sulla Commissione elettorale. Non solo, Fidesz ha strutturato le elezioni disegnando una suddivisione distrettuale che premia il partito dominante e ha trionfato anche grazie al forte sostegno degli ungheresi che vivono all’estero, sostegno che però è messo in dubbio da una gestione opaca dei voti postali.

L’ammiccare dell’Ungheria al concetto di “democrazia illiberale” non sfugge certamente agli occhi della Commissione Europea – nel 2015 l’allora Presidente Jean-Claude Juncker aveva salutato pubblicamente Orbán definendolo «dittatore» –, tuttavia è difficile credere che le accuse mosse dall’ONG possano alterare significativamente i già complessi rapporti diplomatici tra Bruxelles e Budapest, soprattutto in un contesto diplomatico in cui il Primo Ministro di Budapest ha il sostegno e la stima di molti leader autoritari europei. 

[di Walter Ferri]

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