mercoledì 7 Dicembre 2022

Milano, attivisti per l’emergenza abitativa accusati di associazione a delinquere

Il Tribunale di Milano ha emesso una sentenza contro 9 membri del Comitato Abitanti Giambellino Lorenteggio di Milano, accusati di “associazione a delinquere con la finalità di occupazione e resistenza”. Nel primo grado del processo, rinominato dai media “Robin Hood”, sono state comminate agli imputati pene che vanno da 1 anno e 7 mesi a 5 anni e 5 mesi. I militanti avrebbero costituito per i pm una “struttura criminosa” nata appositamente per l’occupazione illegale di edifici di proprietà di Aler (Agenzia Lombarda Edilizia Residenziale), che venivano poi affidati alle famiglie in situazioni di disagio abitativo. Il fine era di rispondere alla situazione di emergenza abitativa nel Comune di Milano dove, a fronte di 23 mila famiglie in graduatoria in attesa che sia loro assegnato un appartamento, sono ben 10 mila le case vuote e non ancora assegnate. Si tratta della prima volta, in Italia, in cui si riconosce il reato di “associazione a delinquere” per questo tipo di attività.

L’inchiesta è stata avviata nel 2018 dal pm Piero Basilone, il quale per primo aveva avanzato l’ipotesi che si trattasse di associazione a delinquere in senso tecnico, tesi poi avvallata dal suo successore Leonardo Lesti. La suddetta “struttura criminosa” sarebbe nata per la “consumazione continuativa e professionale dei delitti di ‘invasione di terreni ed edifici’” con “il programma sociale di invadere e occupare alloggi di edilizia residenziale pubblica Aler” e dotata per questo di “idonei supporti logistici” quali “attrezzi per scassinare le porte o le lastre in metallo all’ingresso degli immobili Aler, nuove serrature e porte per sostituire quelle divelte, attrezzature per lavori elettrici e di idraulica e muratura, telefoni cellulari e schede per i contatti”. Agli imputanti, condannati anche a rifondere i danni patrimoniali e non patrimoniali ad Aler, viene contestata anche la resistenza a pubblico ufficiale, non perché vi siano stati episodi di violenza o siano state profferite minacce, ma perché si ritiene che la presenza di un gran numero di persone nel corso degli sgomberi messi in atto dalle forze dell’ordine fosse di per sé sufficiente a impedirne lo svolgimento delle mansioni.

Il Comitato dichiara di aver svolto attività sociali per aiutare i residenti di Giambellino, quartiere “problematico” di Milano, quali il doposcuola di quartiere, la mensa popolare, le attività sportive, lo sportello anti-crisi e quello medico e così via. La presenza fisica sui luoghi in cui avvenivano gli sgomberi non era finalizzata ad impedirne la messa in atto, ma a offrire supporto alle persone che venivano costrette ad abbandonare la casa. “Secondo la procura occupare una casa vuota da 10 anni significa cancellare il diritto di qualcun altro” scrive il Comitato sui propri social.

Sono gli stessi pm ad aver riconosciuto che i militanti del Comitato “non agivano per fini di lucro, ma avrebbero avuto come scopo comune (la) giustizia sociale e la tutela del diritto alla casa, volta a creare una soluzione all’emergenza abitativa, parallela e contrapposta a quella delle istituzioni”. I singoli reati (commessi quindi non nell’ambito di una volontà delittuosa organizzata come quella di un’associazione a delinquere) possono essere stati commessi «da persone che si trovavano in stato di necessità, come stranieri con figli, mamme abbandonate dai loro compagni», spiega uno degli avvocati della difesa, Eugenio Losco, che riferisce anche come vi siano «moltissimi presupposti per appellare la sentenza».

[di Valeria Casolaro]

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