giovedì 1 Dicembre 2022

Dopo la lunga guerra civile Etiopia e ribelli Tigrè firmano la pace

Tra il governo etiope e i ribelli del Tigrè, protagonisti ormai da due anni di una sanguinosa guerra civile, pare sia arrivato il momento di deporre le armi: Olusegun Obasanjo, ex presidente nigeriano che ha ricoperto il ruolo di mediatore durante i negoziati di pace, ha detto che questa volta si tratta di uno stop agli scontri definitivo e permanente. Anzi, «non è la fine del processo di pace, ma l’inizio», dal momento che i rappresentanti delle due parti, riunitesi a Pretoria, in Sudafrica, insieme agli intermediari designati, hanno ripetuto più volte che porre fine alle sofferenze del loro popolo è più importante di qualsiasi altra cosa.

Gli accordi di pace si sono concentrati grossomodo su alcuni punti chiave, che potremmo riassumere così: cessazione immediata delle ostilità, con la promessa che duri nel tempo, ripristino dell’ordine costituzionale, analisi delle questioni derivanti dal conflitto e delle differenze politiche – principalmente per favorire il ripristino dei legami sociali e la ripresa economica – e controlli periodici per verificare che l’attuazione dell’accordo prosegua, affidati principalmente ad una commissione dell’Unione Africana, un organizzazione internazionale comprendente tutti gli Stati africani. Tutte indicazioni stilate sulla base di principi ritenuti fondamentali, alcuni per l’una e altri per la fazione opposta, tra cui: “il rispetto per la sovranità, l’integrità territoriale e l’unità della Repubblica democratica federale d’Etiopia, la legalità e il rispetto delle norme e dei principi costituzionali sanciti dalla Costituzione federale etiope, il rispetto dei diritti umani fondamentali e delle norme e principi democratici, la protezione dei civili e il rispetto della Carta africana sulla democrazia, le elezioni e il governo, e infine l’accesso umanitario senza ostacoli a tutti i bisognosi di assistenza, senza che questo venga strumentalizzato”.

Un capitolo a parte merita la questione della violenza, su cui a Pretoria ci si è molto soffermati. Gli abusi e le uccisioni verificatesi in questi anni da entrambe le parti sono stati più volte documentati da ONG e testate internazionali. Da parte della popolazione locale, nello stesso arco di tempo, sono arrivate moltissime denunce di stupri e violazioni dei diritti umani. Pramila Patten, rappresentante speciale delle Nazioni Unite, come segnalato da Al-Jazeera, ha detto qualche mese fa di essere molto preoccupata per le gravi accuse provenienti dalla regione. Soprattutto da Mekelle, capitale del Tigrè. Secondo quanto riferito, alcune donne sono state costrette dai militari a fare sesso in cambio di prodotti di prima necessità. Per questo motivo gli accordi prevedono tra le altre cose che non si verifichino più atti di violenza palesi e nascosti – tra cui anche la posa di mine, gli attacchi aerei – e che in generale vengano sospese tutte le “forme di propaganda ostile, retorica e incitamento all’odio”.

Di fatto i documenti includono un sacco di cose, motivo per cui arrivare fino a qui non è stato affatto semplice. I negoziati infatti erano già cominciati il 25 ottobre, ma prima di quella data ce ne erano stati alcuni altri, segreti, mediati dagli Stati Uniti. In generale si tenta da mesi di raggiungere una tregua, l’ultima delle quali si era interrotta ad agosto – con la ripresa dei combattimenti e l’avanzata da parte dell’esercito governativo guidato dal primo ministro Abiy Ahmed – dopo un periodo di “pace” durato cinque mesi. Il timore che riaccada è reale e concreto, soprattutto perché le due parti attive all’interno del conflitto hanno dovuto accettare alcune condizioni decise da attori esterni.

Al momento sembra comunque che l’accordo possa reggere: entrambe le parti – rappresentate da Redwan Hussien, consigliere per la sicurezza del premier etiope e Getachew Reda, portavoce delle autorità regionali del Tigrè – hanno espresso la volontà di tenere fede a quanto detto, sperando che anche l’altra parte faccia lo stesso: «Spetta ora a tutti noi rispettare questo accordo».

Ma perché esercito e ribelli si sono scontrati per così tanto tempo? Il conflitto è scoppiato nel novembre 2020, a poca distanza dalle elezioni governative non autorizzate tenutesi nella regione del Tigré, durante le quali il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè) ha ottenuto una vittoria schiacciante sul primo ministro Abiy Ahmed Ali (premio Nobel per la Pace nel 2019). Quest’ultimo ha deciso così di guidare l’esercito in un attacco contro la regione, nel tentativo di sottomettere i ribelli. All’attacco da parte delle truppe governative sono seguiti quelli messi in atto dal TPLF, che ha esteso gli scontri anche alle vicine province di Amhara e Afar. Il resto è un susseguirsi di attacchi reciproci, perdite e conquiste di territori. Episodi che negli ultimi 24 mesi hanno causato migliaia di morti, 2 milioni di sfollati e profughi e 9 milioni bisognosi di aiuti urgenti.

[di Gloria Ferrari]

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