giovedì 1 Dicembre 2022

La BCE alza di nuovo i tassi d’interesse, spingendo l’Eurozona verso la recessione

Dopo la riunione della Banca Centrale Europea del 27 ottobre, l’istituto di Francoforte ha deciso un rialzo dei tassi d’interesse di altri 75 punti base (pb) per contrastare l’inflazione – che a settembre ha raggiunto nell’Eurozona il 9,9% – riportandola al livello del 2% come previsto dai regolamenti europei. La BCE aveva già effettuato un rialzo di 50 pb a luglio e un secondo sempre di 75 pb a settembre. «Con questo terzo importante aumento consecutivo dei tassi ufficiali, il Consiglio direttivo ha compiuto progressi sostanziali nel ritirare l’accomodamento della politica monetaria. Il Consiglio direttivo prevede di aumentare ulteriormente i tassi d’interesse per garantire il tempestivo ritorno dell’inflazione al suo obiettivo a medio termine del 2%», si legge nel comunicato ufficiale della BCE. È possibile che in seguito ci saranno ulteriori rialzi sul costo del denaro, sebbene questi saranno valutati di volta in volta in base ai dati del quadro macroeconomico. La decisione presa dalla presidente Christine Lagarde è in linea con il principale obiettivo della BCE, ossia garantire la stabilità dei prezzi.

Tuttavia, la decisione del principale istituto di credito europeo non è priva di rischi per l’economia reale: il rialzo dei tassi d’interesse, infatti, rientra nelle più classiche manovre di politica monetaria restrittiva che, aumentando il costo del denaro, implicano anche una contrazione della domanda e, dunque, il pericolo di recessione. Ad avvertire sul potenziale rischio di un rialzo dei tassi è stato niente di meno che il direttore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il quale ha spiegato che «L’aumento dell’inflazione è oggi accompagnato da un brusco deterioramento delle prospettive di crescita economica, che riflette la perdita di potere d’acquisto dei redditi. In questo contesto, rialzi dei tassi eccessivamente rapidi e pronunciati finirebbero per aumentare i rischi di una recessione». Di conseguenza, ha aggiunto Visco, «si tratta di un rischio che merita di essere attentamente considerato».

Tanto più che quella attuale in larga parte non è un’inflazione da domanda, ma da offerta, ossia innescata da variabili esogene, in questo caso prevalentemente geopolitiche, che hanno reso difficile l’approvvigionamento di determinati beni e materie prime. Sebbene, infatti, la BCE abbia per anni portato avanti una politica di tassi zero o negativi, ciò è andato per lo più a vantaggio dell’economia finanziaria che non di quella reale, sottoposta – al contrario – a costanti politiche di austerità. Discorso parzialmente diverso, invece, va fatto per la politica monetaria portata avanti dalla Federal Reserve americana la cui massiccia iniezione di liquidità nel sistema economico in seguito alla crisi pandemica ha generato un effettivo aumento di domanda. Anche in questo caso, comunque, incidono le congiunture politiche internazionali, quali la guerra in Ucraina e le decisioni dell’OPEC+ di non aumentare la produzione di petrolio per quanto riguarda l’inflazione energetica.

L’aumento dei tassi d’interesse comporterà maggiori difficoltà nel rimborso dei mutui a causa dei rincari sulle rate e nella richiesta di prestiti da parte di famiglie e imprese. Secondo un report di Mutuionline, «La stretta del credito adottata dalla Bce, nel tentativo di riportare sotto controllo l’inflazione, è destinata ad avere pesanti ripercussioni su tutti i cittadini e le attività economiche». Il sito spiega che «se una famiglia accendesse oggi un mutuo a tasso fisso avrebbe una rata più onerosa in media del 24% rispetto a quella che richiederebbe un analogo mutuo a tasso fisso stipulato appena nel dicembre 2021». La situazione è addirittura peggiore per quanto riguarda i mutui a tasso variabile: «nel caso di un mutuo a tasso variabile di 115mila euro, della durata di 25 anni, la rata mensile subisce un aumento medio del 14%. Questo si traduce in un aggravio di +59,45 euro al mese, ovvero +713,38 euro annui», spiega ancora Mutuionline.

A lanciare l’allarme sulle conseguenze di un’eccessiva e troppo rapida stretta creditizia da parte delle banche centrali è stata anche, a fine settembre, la United Nations conference for trade and development (Unctad) dell’ONU, la quale nel “Trade and Development Report 2022” ha avvertito che «Le decisioni di politica monetaria e fiscale nelle economie avanzate rischiano di spingere il mondo verso la recessione globale e la stagnazione prolungata, infliggendo danni peggiori della crisi finanziaria del 2008 e dello shock del Covid-19 nel 2020». Secondo il rapporto, «I rapidi aumenti dei tassi di interesse e l’inasprimento fiscale nelle economie avanzate, combinati con le crisi a cascata derivanti dalla pandemia di Covid e dalla guerra in Ucraina, hanno già trasformato un rallentamento globale in una recessione, con l’auspicato atterraggio morbido che sembra improbabile. […] In un momento di calo dei salari reali, inasprimento fiscale, turbolenze finanziarie e insufficiente sostegno e coordinamento multilaterali, un’eccessiva stretta monetaria potrebbe inaugurare un periodo di stagnazione e instabilità economica per molti Paesi in via di sviluppo e alcuni sviluppati».

Che cosa spinge, dunque, le banche centrali a proseguire sulla strada del rialzo dei tassi? Di certo la lotta all’inflazione per mezzo del rialzo dei tassi è ben visto dagli speculatori finanziari e dai creditori degli stati sovrani, in quanto un’alta inflazione avvantaggia i debitori e – di contro – riduce l’importo dei creditori. Al debito pubblico si applica la stessa logica: lo Stato, nella sua veste di debitore, con l’aumento dell’inflazione alleggerisce il peso reale del suo debito. Con l’aumento dell’inflazione, infatti, cresce il Pil nominale e con esso il gettito fiscale. Ancora una volta, dunque, le decisioni della BCE avranno l’effetto di sostenere la speculazione finanziaria, specie se si considera che, fino ad ora, la stretta monetaria non ha avuto effetti sul contenimento dell’aumento dei prezzi.

Al riguardo è recentemente intervenuto anche il neoministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il quale ha fatto intendere indirettamente che le cause dell’inflazione sono dovute a fattori esterni e che quindi un aumento dei tassi non sarebbe risolutivo: «confidiamo nella saggezza della Bce nell’interpretare le cause della recente impennata dell’inflazione e nel tener conto del rallentamento in corso nell’economia europea. Inoltre, riteniamo che essendo i prezzi energetici il principale fattore di spinta al rialzo dei prezzi al consumo, l’inflazione debba essere contrastata anche intervenendo sui fondamentali del mercato del gas […] e che gli interventi per calmierare le bollette per famiglie e imprese rimangano prioritari».

[di Giorgia Audiello]

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