giovedì 1 Dicembre 2022

Transizione energetica: l’Europa cerca l’idrogeno verde in Africa

Per far fronte alla crisi energetica e ridurre la cosiddetta ‘dipendenza dal gas russo’, ormai è chiaro che servano delle strategie diversificate. Tra queste, anche in un’ottica di transizione ecologica, rientra ad esempio il ricorso all’idrogeno verde. L’Unione europea, non a caso, ha l’obiettivo di aumentare la produzione annuale di idrogeno sostenibile, al 2030, da 5 a 10 tonnellate. È inoltre prevista l’importazione dall’estero di ulteriori 10 tonnellate, di cui l’80% è più che probabile che arrivi dall’Africa. Alcuni Paesi hanno infatti già in cantiere vari progetti allo scopo di soddisfare il fabbisogno energetico UE, come Egitto, Marocco, Algeria e Namibia. La produzione del vettore energetico pulito in questione, tuttavia, richiede un’enorme capacità installata di energie rinnovabili che, invece, potrebbe essere sfruttata dai Paesi africani per la loro decarbonizzazione. C’è poi il rischio che il tutto sfoci – come denunciato in un dossier di Corporate Europe Observatory e Transnational Institute – in un “accaparramento neocoloniale di risorse”.

Tra i progetti in cantiere va citata una collaborazione tra la Germania e la Namibia: un investimento, da parte della prima, di 40 milioni di euro per finanziare studi su tecnologie e siti idonei per produrre idrogeno verde. Un’associazione temporanea tra la britannica Nicholas Holding e la tedesca Enertrag sarà invece dedicata alla gestione del progetto Hyphen Hydrogen Energyper. Per oltre 9 miliardi di dollari, l’obiettivo sarà quello di produrre, nel deserto del Namib, 300mila tonnellate all’anno di idrogeno. Tuttavia, quest’ultimo non sarà solo verde. Di idrogeno, infatti, ne esistono diverse sfumature, ognuna con un proprio grado di sostenibilità. Quello ‘verde’, poiché derivante dalla sola idrolisi dell’acqua alimentata da fonti rinnovabili, è quello potenzialmente più pulito. Quello ‘blu’, è invece intimamente legato alle fonti fossili in quanto ricavato dagli idrocarburi e prodotto all’interno di giacimenti esauriti. E infine quello ‘grigio’, sempre di genesi fossile ma la cui anidride carbonica liberata, a differenza del precedente, non viene immagazzinata bensì liberata direttamente in atmosfera. Dal ‘verde’ al ‘grigio’, passando per il ‘blu’, l’impatto climatico risulta quindi crescente. Ad oggi, più del 90% dell’idrogeno prodotto è ‘grigio’, ma l’obiettivo dei paesi industrializzati è di invertire le percentuali a favore del ‘verde’. Difficile però che quello ‘blu’, di diretto interesse delle compagnie fossili, abbandoni la scena. Anzi. Anche nel caso africano, viene quasi sempre tirato in ballo. Come nel caso dell’Egitto, dove l’italiana Eni ha firmato un accordo con due società energetiche locali per realizzare degli studi di fattibilità sulla produzione di idrogeno sia verde che blu. Ad ogni modo, il passaggio dalle fossili pare quasi obbligato. In Algeria, ad esempio, è in corso la valutazione di un progetto pilota di idrogeno verde tra Eni e Sonatrach tuttavia incluso nell’accordo per aumentare le importazioni di gas in Italia attraverso il gasdotto TransMed.

C’è poi la questione etica. Per soddisfare la domanda europea di idrogeno verde i Paesi Nordafricani dovrebbero aumentare in modo significativo la loro capacità installata di rinnovabili. Nel solo caso del Marocco, per rispondere alla domanda potenziale di idrogeno, andrebbero ad esempio sviluppati 8 Gigawatt (GW) aggiuntivi di energia rinnovabile entro il 2030, 36.7 GW entro il 2040 e 78.2 GW entro il 2050. Allo stato attuale, il Paese è fermo a 3 GW e mezzo. In Egitto ne servirebbero 36, mentre ad oggi la sua capacità rinnovabile è di poco più di 6 GW. Se invece l’Algeria volesse sostituire i ricavi delle esportazioni di gas con l’idrogeno verde – si legge nel già citato dossier – “dovrebbe installare 500 GW di pannelli solari, più di mille volte la capacità attuale”. In pratica, i Paesi africani dovrebbero utilizzare il loro potenziale rinnovabile per decarbonizzare l’Europa quando invece potrebbero ridurre direttamente la loro impronta climatica. «È pur vero – ha spiegato il ricercatore Aldo Liga a Il Fatto Quotidiano – che i finanziamenti UE dovrebbero comunque sostenere la decarbonizzazione del Magreb e che l’industria europea, in quanto molto più impattante di quella africana, andrebbe considerata prioritaria in un’ottica di lotta alla crisi climatica». La produzione di idrogeno verde, ad ogni modo, richiede molta elettricità e acqua, nonché disponibilità di suolo e materie prime. Basti pensare che per ogni chilogrammo di idrogeno occorrono 9 litri di acqua: un fattore non trascurabile per dei Paesi a già elevato stress idrico.

[di Simone Valeri]

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