Non solo Iran: dove i diritti delle donne sono calpestati senza fare notizia

Da oltre tre settimane non cessano le proteste in Iran scaturite dalla morte di Mahsa Jina Amini, la donna curda arrestata perché indossava il velo in modo errato e per la cui morte è accusata la polizia morale di Teheran. Bene che se ne parli e che in tanti Paesi si svolgano manifestazioni di solidarietà. Tuttavia, ad una analisi giornalistica imparziale, è impossibile non notare la sproporzione tra l’attenzione mediatica data in Occidente a questo caso rispetto ad altri, né si può esimersi dall’annotare come i principali media siano sempre assai pronti a coprire le proteste che avvengono in alcuni Paesi (quelli in cattivi rapporti con l’Occidente) tralasciando invece di dare conto di tante altre situazioni.

L’Iran è uno di quei paesi verso cui, per l’Occidente, viene facile puntare il dito senza assumersi troppe responsabilità individuali. Dire “lì ci sono i cattivi” e qui i buoni tutto sommato non risulta così complicato, anzi. Il problema di fondo è che scansiamo continuamente alcune situazioni: tendiamo ad unirci a cori di voci già esistenti e piuttosto grossi (tutta l’Europa condanna ad esempio le violenze in Iran, come è giusto che sia, e pure noi) ma facciamo fatica a dare la stessa importanza a chi non ha una voce o una storia così forte da arrivare impetuosa nelle nostre tv, o sui nostri giornali. O quando non conviene. Non riusciamo a dargli continuità, come se di diritti e condizione della donna importasse parlarne solo quando sono evidentemente cancellati. Eppure nel mondo, in media, le donne continuano ad avere il 75% dei diritti in meno rispetto a quelli di cui possono godere gli uomini e, come segnala il rapporto stilato da Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione), dal titolo “Il corpo è mio. Diritto a autonomia e autodeterminazione”, fra le 40 milioni di persone vittime di forme di schiavitù moderna (come matrimonio forzato e traffico di esseri umani), più di 7 su 10 sono donne. Numeri piuttosto gravi a cui dovremmo dare una certa importanza.

Se i diritti non sono di tutti si chiamano privilegi

Il principio di fondo è che in tutto il mondo le donne (e più in generale tutte le persone) debbano avere la possibilità di poter accedere agli stessi diritti essenziali. Tra questi c’è ad esempio il diritto all’istruzione, quello di espressione e di libertà di voto, quello di vivere senza violenza e schiavitù, e molti altri ancora. Merita una menzione a parte l’uguaglianza di genere, una condizione in cui le persone “ricevono pari trattamenti, con uguale facilità di accesso a risorse e opportunità, indipendentemente dal genere”. Tale diritto è sancito anche dalla nostra Costituzione, che all’articolo 3 prevede che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ce l’ha insegnato pure Gino Strada, medico, attivista e co-fondatore di Emergency, che in una frase ha racchiuso il senso di tutto: «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, sennò chiamateli privilegi».

Tuttavia siamo lontani da una società che contempli questo pensiero come un mantra e probabilmente non esiste alcun Paese al mondo che abbia raggiunto la parità di genere. Le donne subiscono discriminazioni in tutto il pianeta, manifestandosi in diverse forme. Tra cui quella lavorativa. Secondo il rapporto Women, Business and the Law 2022 della Banca mondiale, nel mondo quasi 2 miliardi e mezzo di donne in età lavorativa non hanno pari opportunità economiche e 95 fra i paesi analizzati non garantiscono la parità di retribuzione per lo stesso lavoro svolto. Per 82 milioni di loro non esiste alcuna protezione legale contro questa forma di discriminazione.

Sulle violenze fisiche i dati sono ancora più allarmanti. Una donna su 3 nel mondo subisce violenza (fisica o sessuale). Anche i matrimoni precoci sono una forma di violenza di genere e condizionano la persona per tutta la sua vita. Le stime del 2020 dicono che nel mondo “ci sono circa 650 milioni di donne sposate prima dei 18 anni, e ogni anno 12 milioni di ragazze si sposano prima di raggiungere l’età adulta”, soprattutto in India. Capita che tali unioni subentrino poi per “riparare” uno stupro: succede ancora in 20 Paesi nel mondo – come la Thailandia o la Russia – in cui la legge permette al violentatore di sposare la vittima per evitare procedimenti penali. Il rischio è, tra l’altro, che molte di loro subiscano mutilazioni genitali: ad oggi Unicef e Unfpa contano oltre 200 milioni di donne che vivono con le conseguenze delle MGF (molte di loro in Somalia), ma ci sono almeno altre 4 milioni di ragazze che ogni anno rischiano di riceverle.

Grafico diritti delle donne
Percentuale di donne nella fascia di età 15–49 che decidono liberamente in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi (comprende le decisioni sull’assistenza sanitaria, sull’uso della contraccezione e sulla possibilità di rifiutare un rapporto sessuale), in base alle aggregazioni macro-regionali utilizzate dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS),2007–2018\Fonte Unfpa

I numeri sconvolgono ma non sorprendono: un mondo dominato da leader uomini non può che plasmarsi sulla base delle loro esigenze. Come si legge nel saggio “Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano”, della giornalista Caroline Criado Perez, persino gli smartphone sono pensati per stare nel palmo della mano di un uomo. Nel 2019 le donne rappresentavano solo il 25% dei politici nel mondo: solo 11 di queste ricoprivano il ruolo Capo di Stato e 10 erano a Capo del governo. Si tratta di culture «che non pensano che le donne debbano avere autonomia fisica e che invece siano proprietà della famiglia. È un approccio tribale e antiquato alla sessualità e all’onore mescolati insieme» ha commentato Dima Dabbous, studiosa e direttrice di Equality Now in Medio Oriente e Africa.

Non succede solo in zone del mondo che proverbialmente consideriamo totalitariste e non curanti dei diritti, come l’Afghanistan o la Siria ad esempio, di cui oggi non ci occuperemo ma su cui abbiamo scritto tanto). O come il Pakistan, in cui nonostante il voto sia un diritto costituzionale, in molte aree alle donne è ancora proibito recarsi alle urne.   

Parliamo invece anche di paesi (di cui citeremo solo una piccola parte) con cui l’Italia, ad esempio, intrattiene rapporti commerciali e diplomatici e presso cui spesso si recano dei nostri rappresentanti politici. E verso cui, per questo, raramente si punta il dito.

Tunisia

Con la nuova Costituzione, varata poco più di un mese fa, il presidente Kaïs Saïed vuole mettere le cose in chiaro: la Tunisia fa parte della Umma, ed è cioè una nazione islamica, e come tale dovrà «perseguire gli obiettivi della comunità dei fedeli musulmani», come recita l’articolo 5. Le attiviste sostengono che a questo punto la legge possa legittimare il dominio maschile, servendosi del pretesto religioso (che di fatto si sostituisce al diritto stesso), più di quanto la semplice consuetudine non faccia già. La leader femminista Hédia Jrad, intervistata dal Manifesto, ha espresso la sua preoccupazione in questo modo: «Siamo lontani dalle speranze suscitate dalla rivoluzione del 2011. L’articolo 5 potrebbe rimettere in causa il diritto all’aborto, ostacolare il dibattito sull’uguaglianza nel diritto di successione, limitare la parità, confondere cittadinanza e identità religiosa, ricorrere al concetto di onore per attentare all’integrità fisica delle donne e alla loro dignità».

Donne tunisine in protesta
Attiviste tunisine in protesta\ Fonte Il Manifesto

Arabia Saudita

Le sue terre hanno ospitato più volte molti dei nostri politici. Dal più noto Matteo Renzi, che ricevuto dal Principe Mohammed bin Salman, primo ministro del paese e figlio del re, ha tessuto lodi infinite sul paese a Emma Bonino che nel 2013 auspicava il rafforzamento dei rapporti per via di “numerose cose che ci accomunano”. In realtà la speranza è che ci siano più cose che ci differenziano, visto che in Arabia Saudita, ancora oggi, è il parente maschio – che si tratti del marito o del padre ad esempio – che prende le decisioni più importanti al posto della donna. Esistono, tra l’altro, degli istituti (chiamati Dar al Reaya) in cui rinchiudere le ragazze che, come spiega il Ministero per le risorse umane e lo sviluppo sociale saudita, hanno bisogno di “correzione sociale” e di “rafforzamento della fede religiosa” perché si sono allontanate dalla retta via (per intenderci hanno tentato di denunciare o fuggire da abusi subiti in contesti familiari). Di questi centri si conosce poco: le informazioni sono frammentate e i video denuncia circolati negli anni sono stati rimossi dopo poco. Molte di loro, anche una volta fuori, faticano a raccontare per paura di ritorsioni. Altre si tolgono la vita, altre ancora spariscono e basta: molte detenute finiscono negli istituti perché ripudiate dalla famiglia, perciò nessuno le cerca o si preoccupa di loro.

Donne afghane

Ungheria

Nonostante nel 2014 il parlamento ungherese avesse sottoscritto la Convenzione di Istanbul, uno strumento internazionale giuridicamente vincolante, presente dal 2011, per contrastare la violenza contro le donne, nel 2020 il paese ha deciso di non rinnovare il proprio impegno in materia. Una notizia che di fatto è stata seguita negli anni successivi da alcuni eclatanti episodi, che non hanno fatto altro che rimarcare gli stereotipi di genere, minimizzando l’importanza di combattere le disuguaglianze. Lo scorso luglio un think tank (gruppo di esperti) molto vicino al Primo ministro Viktor Orbán (spesso osannato da Salvini)  ha redatto un documento indirizzato al Parlamento in cui si esprimeva forte preoccupazione per “il fenomeno dell’istruzione rosa”: in altre parole, si legge che “permettere” alle donne di studiare e farsi una carriera metta in pericolo l’economia e svantaggi gli uomini (e tra l’altro ridurrebbe la natalità). Sono molti gli esperti che reputano il paese in continua recessione dal punto di vista delle disuguaglianze di genere, compresa Dunja Mijatovic, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, che nel 2019 gli aveva fatto visita. Anzi, secondo lo European Gender Equality Index – un rapporto che valuta lo sviluppo in termini di parità di genere nei paesi sulla base di alcuni indicatori – in quest’ambito sono praticamente dieci anni che l’Ungheria non fa alcun tipo di progresso.

Il Premier Orban
A sinistra il Premier Orban

Israele

L’ONU, con diverse risoluzioni, ha più volte accusato Israele di essere il principale ostacolo “per quanto riguarda il progresso, l’autosufficienza, e l’integrazione nello sviluppo della società” delle donne palestinesi e arabe più in generale. Capita spesso che casi di omicidi (il più delle volte fatti in nome dell’onore) all’interno delle comunità arabe finiscano nel dimenticatoio. Gli aggressori rimangono impuniti (solo il 20% viene condannato). Le vittime, quando sopravvivono, o i testimoni, sono molte volte giudicati dalle autorità israeliane come “non attendibili”. La discriminazione culturale gioca un ruolo chiave: gli inquirenti reputano la violenza nei confronti delle donne una tradizione propria del mondo arabo, e per questa va “capita” e tollerata.

Sono solo alcuni degli innumerevoli esempi di cui potremmo parlarvi. Ma alla fine c’è una cosa su cui è importante riflettere. Molti dei piccoli traguardi raggiunti in alcune parti del mondo sono principalmente merito della lotta che organizzazioni e movimenti per i diritti delle donne portano avanti.  Non dei governi, non della politica. Tali gruppi risultano di vitale importanza, anche a livello di conoscenza: istruiscono anche chi non ne ha l’opportunità, inculcandogli l’importanza di rivendicare i propri diritti. Come succede spesso, però, i fondi in favore di tali gruppi sono insufficienti o mal distribuiti. Nel periodo 2016-2017 solo l’1% degli aiuti a sostegno dell’uguaglianza di genere è andato alle organizzazioni per i diritti delle donne. Una lotta così grande e così importante non può accontentarsi delle briciole.

[di Gloria Ferrari]

 

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1 commento

  1. “persino gli smartphone sono pensati per stare nel palmo della mano di un uomo”? Pensa te che io credevo fossero fatti per venderne il più possibile (e quindi per stare nelle mani di tutti…)!
    Secondo me in molti casi bisognerebbe stare sempre molto attenti a non farsi trascinare nell’isteria collettiva e nella propaganda, anche perché altrimenti si rischia di danneggiare più che favorire le istanze che si ritengono giuste (e che magari, ragionando a mente fredda su dove sta veramente il limite, lo sono pure).

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