giovedì 1 Dicembre 2022

Dal 1970 ad oggi le popolazioni animali sono calate del 69%

Secondo quanto emerso dai dati del Living Planet Report 2022, il rapporto biennale sulla salute del pianeta lanciato dal WWF, negli ultimi 50 anni le popolazioni selvatiche di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci sono calate in media del 69%. In particolare, quelle d’acqua dolce hanno registrato una diminuzione dell’83%, la più grande rispetto a qualsiasi altro gruppo di specie, mentre la biodiversità della fauna selvatica in America Latina e nella regione dei Caraibi è calata in media del 94%.

Ma non solo. Fornito dalla Zoological Society of London, il Living Planet Index – che comprende quasi 32mila popolazioni di 5.230 specie di vertebrati – mostra che, nelle regioni tropicali, le popolazioni di vertebrati selvatici monitorati sta crollando.

La causa risiede nelle attività antropologiche. Secondo quanto emerso dalle mappe globali delle minacce elaborate dagli autori della ricerca per 23.271 specie, infatti, l’agricoltura è la più diffusa per gli anfibi, mentre caccia e bracconaggio lo sono per uccelli e mammiferi. Nelle regioni polari, nella costa orientale dell’Australia e nel Sud Africa si sono rilevate le più alte probabilità di impatto al cambiamento climatico, con una maggiore vulnerabilità per gli uccelli. In particolare il cambiamento climatico è stato collegato alla perdita di intere popolazioni di oltre mille specie vegetali e animali.

Inoltre, circa metà delle minacce nei confronti delle specie d’acqua dolce sono rappresentate dalla perdita e dalle modifiche dell’habitat, come dighe e bacini idrici artificiali che ne mettono a rischio la sopravvivenza.

Tra le specie analizzate troviamo anche squali e razze oceaniche, le cui specie sono diminuite del 71% negli ultimi 50 anni. Anche i delfini rosa di fiume nella Riserva di sviluppo sostenibile di Mamirauá sono stati analizzati e la popolazione risulta crollata del 65% tra il 1994 e il 2016.

“A meno che non si limiti il riscaldamento globale a meno di 2°C, o preferibilmente 1,5°C è probabile che il cambiamento climatico diventi la causa principale della perdita di biodiversità nei prossimi decenni” hanno concluso gli autori.

[di Iris Paganessi]

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