giovedì 1 Dicembre 2022

Relazione DIA: Cosa Nostra è indebolita, ma aspetta al varco la politica

L’associazione mafiosa Cosa Nostra, anche se indebolita dall’azione repressiva della magistratura e delle forze dell’ordine, è ancora una delle consorterie più autorevoli e attende “al varco” la politica italiana sui nodi più spinosi della normativa antimafia. È questa una delle questioni più rilevanti che emergono dalla nuova relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, che ha approfondito lo stato di “salute” delle mafie in Italia nel secondo semestre 2021, specie se letta in combinato disposto con i contenuti dei più recenti passaggi legislativi sul tema e con gli effetti da essi prodotti sulle prospettive politiche che vanno delineandosi.

Se la ‘ndrangheta si aggiudica il primato di mafia più ricca e potente grazie alla sua opera di “mimetizzazione”, che trova il suo faro nel sistema del riciclaggio e negli investimenti nell’economia “sana” degli ingenti guadagni ottenuti con il controllo del narcotraffico, Cosa Nostra la segue a ruota nel mantenimento di un certo low-profile affaristico, conservando al contempo – per ragioni storiche – una fisionomia e un ventaglio di strategie molto differenti.

La Commissione provinciale di Cosa Nostra, nota storicamente per reggersi su una struttura unitaria, gerarchica e verticistica, è caduta in una fase di “costante inoperatività” dopo essere stata decimata dagli arresti. In una logica di progressiva “orizzontalizzazione” del potere, data dal “riassetto degli equilibri tra le famiglie dei diversi mandamenti in assenza di una struttura di raccordo di comando al vertice”, in questo momento “la direzione e l’elaborazione delle linee d’azione operative” appaiono essere “esercitate perlopiù da anziani uomini d’onore detenuti o da poco tornati in libertà”. Le figure considerate più autorevoli all’interno della compagine criminale palermitana sono infatti proprio quei boss che hanno ‘fatto grande’ Cosa Nostra e che, detenuti in regime di 41-bis, hanno scelto di non mettersi a disposizione della giustizia, mantenendo il silenzio su quello che sanno. Quanto scritto nella relazione dovrebbe quindi suonare come un vero e proprio “campanello d’allarme” dal momento che, dopo il devastante uno-due prodotto dalle sentenze della Cedu (2019) e della Corte Costituzionale (2021), l’ergastolo ostativo (il cosiddetto “fine pena mai”) destinato ai mafiosi più pericolosi che non collaborano con la magistratura è stato giudicato non conforme alla Convenzione europea dei diritti umani e alla Costituzione. In particolare, il 15 aprile 2021, la Consulta aveva investito il Parlamento del compito di approvare entro il 10 maggio 2022 una legge che recepisse i propri rilievi ma che, al contempo, preservasse il valore della collaborazione con la giustizia: il legislatore, però, non ha rispettato i tempi, rispondendo “assente” alla chiamata. La Consulta ha dunque deciso di prorogare il limite temporale, fissandolo all’8 novembre 2022, ma la crisi di governo ha dato il definitivo stop a un processo già di per sé difficoltoso a causa dello scontro politico sulla materia. I mafiosi, dunque, aspettano fiduciosi: se la Corte decidesse di non concedere altro tempo al Parlamento, la norma sull’ergastolo ostativo decadrebbe nella sua interezza e anche i boss più spietati e “silenziosi” potrebbero concretamente puntare all’ottenimento dei benefici penitenziari, fra cui i permessi premio e la libertà vigilata.

La relazione della Dia pone poi una lente d’ingrandimento sul ruolo ancora fondamentale nella compagine di Cosa Nostra del boss Matteo Messina Denaro, il quale “nonostante la latitanza, resterebbe la figura di riferimento per tutte le questioni di maggiore interesse, per la risoluzione di eventuali controversie e per la nomina dei vertici delle articolazioni mafiose anche non trapanesi”. Il superlatitante di Castelvetrano, che sfugge alla giustizia italiana dal lontano 1993, è il principale custode mafioso dei segreti sulla stagione delle stragi, attraversata dalle ombre sulla complicità tra la mafia e apparati deviati dello Stato: Messina Denaro fece parte della “Supercosa” (organismo ristretto capitanato da Riina e ‘distaccato’ da Cosa Nostra, formato dagli uomini di mafia più esperti e valorosi) ai tempi degli attentati di Capaci e Via D’Amelio; poi, dopo l’arresto di Riina, fu uno dei principali organizzatori della strategia terroristica di “destabilizzazione” con cui i punciuti esportarono le bombe al Nord e al Centro Italia. Nel 2019, l’allora procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho – oggi deputato con il Movimento 5 Stelle – affermò pubblicamente che quello sarebbe stato “l’anno della cattura di Messina Denaro”. Eppure, a 3 anni di distanza da quelle dichiarazioni, il pupillo di Totò Riina, che fu tra i principali responsabili degli eccidi degli anni ’90 e del “grande ricatto” bombarolo perpetrato da Cosa Nostra ai danni dello Stato italiano, è ancora in latitanza e risulta rivestire tutt’oggi un importante ruolo operativo all’interno dell’organizzazione.

In ultimo, la Dia – ampliando i margini del discorso alla battaglia contro tutte le organizzazioni operanti sul territorio – ha sottolineato l’importanza strategica della “aggressione ai sodalizi mafiosi anche sotto il profilo patrimoniale, arginandone il riutilizzo dei capitali illecitamente accumulati nell’ambito dei mercati economici per evitarne l’inquinamento”, considerandola “una direttrice d’azione importantissima che ha consentito sino ad ora di ridurre drasticamente la capacità criminale delle mafie evitando effetti che altrimenti sarebbero stati disastrosi per il ‘sistema Paese’”. Curiosamente, la messa nero su bianco di queste parole perentorie arriva a pochi giorni dalla polemica sui possibili effetti negativi della nuova riforma della giustizia sul sistema delle confische, innescata da una approfondita analisi redatta dal procuratore Francesco Menditto (uno dei massimi esperti in materia), poi ripresa da Libera. Le perplessità avanzate dal magistrato riguardano infatti le conseguenze nefaste che il meccanismo dell’“improcedibilità” concepito dalla riforma Cartabia, che fa decadere i processi che in fase di Appello o ricorso in Cassazione superano limiti temporali prefissati, produrrebbe sulle confische, arrivando addirittura a decretare il loro annullamento anche per chi sia stato condannato in primo grado.

Mentre continua vertiginosamente a calare l’attenzione dei governi e dell’opinione pubblica sulla tematica mafiosa, all’orizzonte si stagliano sfide epocali. Eppure, al momento, le premesse necessarie per combattere “ad armi pari” questa battaglia appaiono ancora molto lontane.

[di Stefano Baudino]

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