sabato 1 Ottobre 2022

Ordine dei giornalisti e Carabinieri siglano un patto “per l’informazione corretta”

«La firma del protocollo è un importante passo avanti nella collaborazione fra giornalisti e Arma dei Carabinieri, da sempre in prima linea nella difesa della legalità». Così il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Carlo Bartoli ha commentato il protocollo d’intesa siglato il 13 settembre scorso dall’Arma dei Carabinieri e dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, presso il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri a Roma. L’intesa punta a rafforzare la collaborazione tra l’Arma e i giornalisti per promuovere «la cultura di una corretta informazione professionale». Il protocollo ha tra le sue principali finalità l’organizzazione di incontri di studio per l’elaborazione di analisi, report e approfondimenti specifici su argomenti di interesse comune. «Le professionalità dell’Arma, unitamente a quelle dell’Ordine, da oggi collaboreranno ancora più in sinergia per formare giornalisti e Carabinieri ancora più responsabili e consapevoli dell’importanza di una corretta divulgazione delle notizie» ha spiegato il Generale dell’Arma dei Carabinieri Gen. C.A. Teo Luzi.

Un accordo simile era già stato siglato il 22 settembre del 2020 con la Polizia di Stato, con lo scopo di istituire incontri di studio o di ricerca, corsi e seminari organizzati rispettivamente dal Consiglio nazionale e dalla Direzione centrale della polizia criminale, aperti a funzionari e ufficiali delle Forze di polizia e a giornalisti iscritti all’Ordine.

Se dal punto di vista pratico la firma di questi accordi presuppone l’organizzazione di incontri di carattere formativo, dall’altra traspare chiaramente la volontà di imbrigliare la libertà del giornalista con regole e protocolli e, più in generale, monopolizzare la stampa, trincerandosi dietro la salvaguardia della “corretta informazione”.

L’attuale battaglia contro le fake news ha infatti battezzato il tentativo di creare un’informazione certificata: si vogliono cioè creare le cosiddette “notizie col bollino” degli autoproclamatisi “professionisti dell’informazione”. Si vuole far credere all’opinione pubblica che i media mainstream non solo siano autorevoli, ma siano infallibili, in quanto gli unici detentori della verità. Chi si discosta dalla narrazione ufficiale viene bollato come un disinformatore, giustificandone la censura, in modo da salvaguardare la collettività dal pericolo delle fake news.

Per consolidare questo processo si istituiscono task force e si siglano intese in modo da plasmare e omologare, attraverso corsi di formazione e aggiornamento, coloro che dovrebbe accertare e ricercare la verità: i giornalisti. Simili iniziative, come le precedenti task force sulle fake news, la Commissione d’inchiesta parlamentare e l’Osservatorio UE per monitorare i media, la proposta d’introduzione di disegni di legge contro la disinformazione e di regolamentazione comunitaria della rete, hanno come obiettivo non di garantire una migliore informazione, ma di filtrare, monopolizzare e censurare l’informazione indipendente e, più in generale, la Rete.

Diversamente da quello che si vuol far credere all’opinione pubblica, le fake news non provengono solo ed esclusivamente dalla Rete, ma vengono anche diffuse e promosse dagli stessi media di massa che si fanno promotori della battaglia in nome della “corretta informazione”; talvolta questi faticano a verificare la fondatezza delle notizie, mentre altre volte, sebbene la notizia in sé non sia smaccatamente falsa, la si manipola dandone una interpretazione di parte, facendo ricorso a un apparato ideologico o a una linea editoriale altrettanto schierata che, per chi si occupa di “news”, dovrebbe essere accantonato per perseguire invece l’obiettività. Radio, TV e quotidiani diffondono e hanno divulgato negli anni menzogne clamorose, hanno evitato accuratamente di rettificare notizie false, esagerate e tendenziose e hanno orwellianamente falsificato la realtà per farsi docile cassa di risonanza della propaganda.

Non c’è bisogno di protocolli o leggi speciali in tema di giornalismo od opinione, soprattutto se tali leggi sono connotate ideologicamente: esse comportano sempre restrizioni di diritti e libertà e si pongono come anticamere di risvolti più inquietanti. C’è semmai bisogno di maggiore consapevolezza, deontologia, imparzialità e senso critico da parte di coloro che dovrebbero non solo accertare la verità, ma vigilare su di essa.

[di Enrica Perucchietti]

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3 Commenti

  1. Ero abbonato ad un altro quotidiano che ritenevo “relativamente obiettivo!, ma l’ho ho disdetto anche perché necessito di fonti affidabili per le mie ricerche. D’altronde se da anni esistono degli accordi su un’informazione corretta e deontologia professionale nel mondo dell’informazione, ma non applicata da una moltitudine di quotidiani ormai controllati da centri di potere, non possono esulare dalla “voce del padrone”. E se affermano di divulgare la verità, evitano di enunciare le origini degli eventi, fondamentali per comprendere il vero senso della notizia.

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