mercoledì 28 Settembre 2022

Il Cosmo e il Sapere

La globalizzazione, da intendere come idea di interdipendenza e interconnessione planetaria, è molto più antica della sua accezione economica e politica; ed è molto più seria, se mi permettete, sia della sua riduzione a formula per progettare e valutare le conseguenze mondiali di qualsiasi decisione, sia della sua accezione macroeconomica, sbandierata come novità dei tempi postmoderni.

Chiedo la vostra attenzione su una speciale dimensione. Una dimensione remota, arcaica, originaria che ha di base un significato religioso, oltre che fisico, e coincide con le idee sulla creazione o le origini del mondo. Con una accezione antropologica che attraversa tutto il nostro pianeta.

Le varie ipotesi sulle origini hanno un tratto comune pressoché universale: il mondo è stato creato o ha avuto origine, nel suo complesso, come una totalità, anche se rispettando una determinata sequenza; nel caso del racconto biblico, ad esempio, l’opera ha occupato una successione spalmata su sei giorni, con il settimo, scelto dal Creatore come riposo, a seguito della creazione dell’essere umano in cui aveva riposto la sua fiducia. Il pianeta, dicono i racconti mitologici, anzi il mondo – parola che significa appunto totalità della superficie e delle profondità della terra – ha preso il via tutto insieme, anche se, ovviamente, dotato di estensioni molto variabili a seconda delle culture, delle religioni, delle tradizioni. Il mondo insomma nasce globalizzato.

Secondo un mito maya gli esseri umani, in origine, formavano un’unica grande tribù ai componenti della quale veniva dappertutto riconosciuta la medesima importanza. Le divisioni sociali iniziarono dopo, con la scoperta del fuoco: alcune tribù dovettero scendere a patti con le divinità per ottenerlo, dando in cambio i loro cuori, cioè le loro volontà, altre capirono che bastava sfregare legna per produrlo e che il problema era semmai di mantenerlo acceso e di non farselo rubare.

In questo mito c’è già potenzialmente una teoria economica e una teoria della comunicazione: la prima legata al possesso dell’energia e la seconda, di tipo intellettuale e comunicativo, legata ai meccanismi della conoscenza delle risorse e della loro diffusione. I miti del fuoco mostrano anche quanto siano remoti i paradigmi del potere, e precisamente la distinzione fra un potere gerarchico, che emana o discende da una precisa fonte, “inteso come capacità di influenzare gli altri” (F. Capra) e un potere invece ramificato, a rete, la cui organizzazione si basa sulla circolazione condivisa dell’energia e del sapere. Insomma, da una parte una visione centrata sulla gestione delle fonti – da dove viene il fuoco e come produrlo – dall’altra parte una visione tecnica su come mantenere accesa la fiamma e come distribuire il fuoco perché altri ne possano usufruire.

Nel mondo greco antico Hestia, la dea del focolare, presiedeva al compito di tenere acceso il fuoco, il che coincideva con l’esistenza di un domicilio, di una casa, di un luogo domestico, dov’era di competenza femminile il mantenimento sacrale della fiamma accesa, mentre maschile era il compito di procacciare il fuoco e di distribuirlo ad alleati e familiari. Nel tedesco moderno la parola Heim (che ha lo stesso etimo di hestia e dell’inglese home), usata spesso come terminazione di nomi di località, conserva il significato originario di patria, cioè di luogo sacro in cui il proprio fuoco è acceso.

Insomma, l’idea di globalizzazione risale, oltre che ai miti di creazione del mondo, ai miti del fuoco, dove ‘fuoco’ ovviamente sta per forza naturale, continuità del tempo, cultura. Ancora oggi non possiamo parlare di globalizzazione soltanto in termini di fonti e distribuzione delle risorse ma anche in termini culturali, cioè di condivisione di valori. L’idea che la globalizzazione esalti fattori economico-finanziari finisce per mettere in secondo piano, o annullare, i principi della condivisione etica e di progetto di mondo comune.

Ma prima di affrontare tutto questo non bisogna trascurare i processi che hanno portato al successo dell’idea culturale di globalizzazione. Un pensiero che è approdato negli ultimi decenni a varie visioni, dalla biosfera e dalla noosfera di Vernadskij, circa un secolo fa, al concetto di semiosfera di Lotman, negli anni Ottanta del Novecento, come meccanismo di permeabilità che permette la continuità tra formazioni simboliche, economiche, artistiche, fisiche collocate a vari livelli di organizzazione.

La biosfera è un meccanismo cosmico, che ha una precisa collocazione strutturale nell’unità planetaria… comprende tutto l’insieme della materia vivente e ha la funzione di trasformare l’energia. La noosfera si forma quando l’intelletto umano acquista in questo processo un’importanza dominante” (Ju.M. Lotman, 1984). Così l’universo semiotico è la totalità formata dai testi culturali che trasformano in informazione ciò che proviene dall’esterno.

La globalizzazione ha dunque a che fare con due ordini di grandezza: uno, il funzionamento delle reti di servizi, da quella idrica a quella elettrica a quella tecnologica e informatica, che ha portato alla creazione di macrosistemi agendo “in senso favorevole a un’omogeneizzazione delle culture della quotidianità nei Paesi industrializzati… cosicché le nuove modalità d’uso delle tecniche non differenzierebbero più le diverse culture” (A. Gras, 1993). L’altro ordine di grandezza riguarda la capacità di escogitare nuovi orizzonti di uno sviluppo “arborescente, non lineare” (E. Morin, 1977), cioè di pensare in termini di complessità una comunità planetaria e un nuovo Umanesimo: secondo Edgar Morin si tratterrebbe di rigenerare solidarietà e responsabilità ma questa linea è stata totalmente spiazzata dal progetto di una globalizzazione funzionale esclusivamente ai grandi centri di potere e ai gruppi ristretti che vi sono associati.

‘Umanesimo’ è diventata la parola di un tradimento, o quanto meno di un travisamento. La harmonia mundi medievale e rinascimentale si ispirava infatti a concetti astronomici e musicali, metteva in campo l’aspirazione al riconoscimento di una circolazione, reale e insieme spirituale del sapere, alla interdipendenza di tutte le forme di pensiero, alle corrispondenze tra cielo e terra, tra materia e spirito. Questo fu il clima che portò alla formazione delle Università e del pensiero enciclopedico, a partire dalla visione onnicomprensiva delle forme viventi nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio, nel primo secolo d.C., attraverso poi la sfida di Giordano Bruno, dove l’Uno e il Tutto vanno a coincidere, alla realizzazione della idea dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert nella seconda metà del Settecento, in cui è la Ragione la forza unificante.

Le aspirazioni al collegamento di ogni forma di conoscenza trovarono poi nelle tecnologie del trasporto delle merci, delle persone e delle informazioni, uno slancio pratico, economico, un cambio di prospettiva. Le linee ferroviarie e telegrafiche, il rinnovamento della organizzazione delle poste, l’elettricità a disposizione, il crearsi di una nuova idea di pubblico, e poi di massa, traducevano in termini di efficienza le aspirazioni enciclopediche ma perpetuavano, come ha notato Carolyn Marvin (Quando le vecchie tecnologie erano nuove, trad. it. Utet Libreria 1988), schemi di stratificazione sociale contraddittori con la disponibilità dei nuovi media. Ho in mente lo sguardo di quei francesi che nelle settimane dedicate alla nascente aviazione, seguivano, vicino a Parigi, il volteggiare dei primi aerei sopra le loro teste: era il 1909. Ho in mente le pagine poetiche pensate da Saint-Exupéry nel cielo dell’Argentina, dove pilotava il suo aereo su una linea postale partita dalla lontana Tolosa, e poi Sahara, e poi traversata marittima atlantica. Erano i primi anni Venti del Novecento, gli anni della velocità, dei primi voli intercontinentali.

Credo però, in ultima analisi, che una qualsiasi ricostruzione o proiezione del concetto di collegamento e di annullamento delle distanze, dovuta ai nuovi mezzi tecnici, sia sicuramente preparatoria ma del tutto qualitativamente estranea all’affacciarsi di una progettualità che investe l’interiorità dell’essere umano e le sue scelte. Un conto è portare istantaneamente un messaggio, un conto è dire “il medium è il messaggio”, come sosteneva McLuhan. Un altro conto è interferire nella volontà del mittente, nei suoi piani decisionali, nelle sue ragioni e nei suoi affetti. E ancora peggio stabilire, con mezzi fuori da ogni controllo di reciprocità, di scambio, di mediazione quale sia il bene per ognuno e per tutti.

La globalizzazione si presenta come necessario – e inevitabile – orizzonte visionario ma temo sia o possa diventare uno strumento di dominio.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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11 Commenti

  1. Articolo molto interessante che, in quanto astrofisico, mi interpella direttamente: molto stimolante esplorare il collegamento tra la cosmologia e la società, la politica, scoprire che questo collegamento esiste e pertanto ogni idea di cosmo “produce” una idea di umanità e viceversa.

    Ci sarebbe da approfondire sui citati modelli di sviluppo “arborescente” perché mi paiono gli unici che, scansando l’impossibile utopico (nessuna globalizzazione) forse se frequentati abbastanza possono aiutare a formare una “nuova cultura” che temperi gli effetti negativi, indiscutibili, della globalizzazione selvaggia governata solo dal fattore economico.

    Penso sarebbe anzi assai urgente lottare per un “cosmo più accogliente” quindi con dei modelli d’esistenza più umani, come provavo ad argomentare qui, https://www.darsipace.it/2022/01/31/la-rivoluzione-nel-cuore/

    Grazie molte per queste utili considerazioni!

  2. Quella che comunemente s’intende per globalizzazione in realtà non è altro che “americanizzazione”, dove una nazione tramite soft-power (e spesso e volentieri anche hard-power), impone il proprio stile di vita al resto del mondo. Personalmente per globalizzazione, quella vera, intendo qualcosa di simile ad un mazzo di fiori, dove non c’è un fiore più importante o più bello rispetto agli altri, e ogni fiore, tramite la propria unicità (insieme delle sue caratteristiche), contribuisce in modo indispensabile a rendere il mazzo di fiori bello, armonioso e funzionale.

  3. Bell’articolo Paolo. Condivido sia il pensiero di fondo che i riferimenti che porta.
    Aggiungo che quando si tratta di “investire l’interiorità dell’essere umano e le sue scelte” sono convinto che la possibilità di scelta ultima è sempre e soltanto nostra. Tocca ad ognuno di noi scegliere quello che è più comodo o quello che dà senso alla nostra esistenza. A volte coincidono, comunque la nostra umanità dipende dalla capacità di distinguere l’uno dall’altro.
    Il progetto globalista, in fin dei conti, non è altro che il continuo tentativo di sostituire in ognuno di noi quella capacità di distinguere con una serie di opzioni pronte da consumare, un po’ come guarda caso al supermercato.
    Ognuno di noi è quindi creatore della propria ricchezza e per ottenerla non ha alcun bisogno di dipendere da ideologie, progetti sociali, ecc.
    Su questo punto non esiste paradigma del potere che possa vincere, dobbiamo solo essere disposti a pagare il prezzo per la nostra integrità, qualunque sia. Come dice il vecchio adagio “se chiedi quanto costa vuol dire che non te lo puoi permettere”.

  4. Tutta la cultura è sempre più nelle mani di scienza, tecnologia e comunicazione. Le quali sono nelle mani di chi le finanzia. Ergo tutto il sapere e la sua condivisione è in mano al capitale finanziario, il quale altro scopo non ha che incrementare se stesso (profitto). Completamente fuori gioco sono etica, umanità, giustizia, spiritualità, socialità (beni comuni e relazioni umane). Tale teorema è stato ormai compreso da molta gente anche poco “intellettuale”, grazie alle incongruenze, le falsità e le atrocità vissute dalla “società civile” negli ultimi anni attraverso lo strumento della epidemia globale (pandemia).
    L’analisi descritta nell’articolo è perciò interessante, ma la conclusione mi sembra banale e fuorviante: la globalizzazione è già uno strumento di dominio; temere che lo “possa diventare” è ingenuo e insensatamente ottimistico.

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