lunedì 15 Agosto 2022

Immaginare un mondo più giusto: reportage dal Climate Social Camp di Torino

Il cielo aveva iniziato a ruggire già nel primo pomeriggio. Grossi nuvoloni neri si erano raggrumati sopra di noi, tingendosi di un colore impercettibilmente più scuro di ora in ora. Verso le otto di sera alle spalle della Basilica di Superga, che svettava su Torino maestosamente illuminata dai raggi dorati del tramonto, le nubi avevano assunto un colore grigio-bluastro, venato a tratti da lampi di luce bianca abbagliante. Quando le prime gocce di pioggia avevano iniziato a caderci sulla testa, nessuno all’interno del gruppo di discussione si era mosso. Eravamo rimasti seduti in cerchio, chi sulle sedie, chi accoccolato sull’erba, limitandoci ad alzare gli occhi verso l’alto ed osservare quello spettacolo divenuto così insolito negli ultimi tempi. Nel silenzio, la mente di tutti era stata attraversata dal medesimo pensiero: finalmente, la pioggia.

Un crocevia di esperienze sotto la Mole

Il Climate Social Camp si era aperto appena 36 ore prima, nel torrido clima che ha infuocato Torino in questo luglio 2022. Le temperature eccezionali, che in alcuni casi hanno superato i 40 gradi, hanno riarso tutte le principali zone verdi della città, lasciando dietro di sé solo campi di erba bruciata e terra indurita che si solleva in nugoli di polvere non appena smossa. Così, la zona del parco della Colletta dove gli attivisti dei principali movimenti per la lotta contro il cambiamento climatico hanno piantato le loro tende è ridotta a una distesa di erba secca e dura dal colore marrone spento, che scricchiola sotto i piedi ad ogni passo. Nonostante ciò, sono molti i giovani che si aggirano tra le tende a piedi scalzi e con fare allegro. Si tratta di oltre un migliaio di attivisti afferenti ai principali movimenti per la lotta al cambiamento climatico provenienti da ogni parte del mondo, riunitisi a Torino per una settimana di eventi, confronti, incontri e dibattiti. Il Climate Social Camp si svolge infatti in parallelo con il secondo incontro europeo di Fridays For Future (FFF), il movimento per il clima nato nel 2018 dall’iniziativa di Greta Thunberg, i cui incontri si svolgono quest’anno nelle aule del Campus Luigi Einaudi di Torino.

Ad aggirarsi per il campeggio, allestito in una delle più grandi aree verdi del capoluogo piemontese, sono persone di tutte le età, dagli adolescenti alle famiglie con bambini anche molto piccoli. C’è chi è partito in gruppo da molto lontano e chi, invece, pur vivendo a Torino ha deciso di pernottare in tenda insieme agli altri. Molti sono italiani, altrettanti gli stranieri. L’area sotto il tendone che ripara e delimita la zona mensa è una Babele di lingue, con l’inglese a dominare su tutte. Gli organizzatori dell’evento hanno fatto davvero di tutto per rendere l’esperienza inclusiva per tutti: a partire dalla possibilità di usufruire di un servizio di traduzione in simultanea per ogni incontro, al menù dei pranzi, in gran parte gluten free e vegetariani, all’attenzione riposta nell’assicurarsi che ogni persona fosse identificata con il corretto pronome in base al genere sessuale con il quale si identifica. Tutte piccole e pregevoli attenzioni, che riflettono la volontà di rendersi movimento davvero inclusivo e aperto al maggior numero di persone possibile in base al senso di appartenenza dei soggetti. A tratti, tale attenzione alla forma diviene talmente insistente da andare a discapito della sostanza, soprattutto durante le occasioni di dibattito, assumendo le venature di quell’entusiasmo vagamente arrogante e tipicamente giovanile che mi porta a domandarmi quanto, perlomeno nelle generazioni più giovani, il concetto di lotta sociale legata alla questione climatica sia maturato appieno.

Parola d’ordine: decolonizzare il pensiero

Eppure proprio il tema della giustizia sociale risulta fondamentale nell’intero svolgersi dell’evento, come si può dedurre dalla stessa denominazione di Climate Social Camp. «Giustizia climatica e giustizia sociale non possono essere divise l’una dall’altra» sottolineano gli attivisti, nel corso dell’assemblea plenaria di lunedì, «è necessario dare alla crisi climatica una lettura che ne comprenda tutti gli effetti socioeconomici e migratori». La scelta di Torino come sede per gli eventi non è, in tal senso, affatto casuale. «Benvenuti a Torino, capitale del settore automobilistico e dell’inquinamento, con più di 900 morti all’anno per l’inquinamento atmosferico. Benvenuti a Torino, città delle grandi opere che devastano e cementificano la terra e sfruttano il territorio e le persone che lo abitano. Come con la costruzione della TAV nella Val di Susa, un progetto che vuole facilitare la circolazione delle merci su rotaia ma lascia morire le persone che ne attraversano i sentieri». Un riferimento, quest’ultimo, alle decine di migranti che ogni anno muoiono nel tentativo di attraversare la frontiera tra Italia e Francia.

È proprio nel corso di uno degli incontri più significativi dell’intero evento, dalla forte connotazione politica, che il legame tra giustizia climatica e giustizia sociale viene ribadito con maggior forza. Il titolo della conferenza è di per sé significativo: Territorial Struggle Movements, practices and perspectives, ovvero Movimenti di lotta territoriale, pratiche e prospettive. Ad intervenire sono i rappresentanti di alcuni dei movimenti per la lotta contro il cambiamento climatico del mondo, dall’Amazzonia all’Indonesia, passando per la Germania e i Balcani, insieme ai rappresentanti dei principali gruppi di lotta sociale e sindacale sul territorio italiano, come il Comitato No Grandi Navi, il Movimento No TAV, il collettivo di lavoratori della GKN e i portuali di Genova. Ad emergere con forza da quest’incontro è un tema su tutti: la necessaria decolonizzazione del pensiero e il rovesciamento dell’ottica ancora troppo eurocentrica e “bianca” dei movimenti per il clima nati in seno all’Occidente. Esteban Servat, attivista argentino del movimento Debt for Climate, ha le idee molto chiare su questo: il motore della lotta per il clima deve essere, afferma, la ricerca di connessione degli attivisti con i lavoratori provenienti dalle zone del Sud globale, che per gli effetti del cambiamento climatico e della lotta per la tutela della terra arrivano anche a perdere la vita. Questi non vanno intesi come vittime da difendere, ma come alleati con una voce potente in una lotta che deve essere necessariamente fatta di connessioni tra le parti. Diversamente, il rischio è di avere «un movimento climatico tra uomini bianchi».

I temi sparsi sul tavolo sono tanti, uno più significativo dell’altro: si parla di crisi del debito e debito climatico, di lotta operaia, di estrattivismo e di internazionalizzazione della lotta. «Voi siete privilegiati» dichiara Michelin Sallata, attivista indonesiana. «Voi dovete prendervi la responsabilità di fermare le vostre multinazionali. In cambio, noi vi promettiamo di difendere la terra». Il messaggio che riecheggia tra le righe di tutti gli interventi è il medesimo: è necessario andare oltre la protesta, servono azioni concrete che danneggino l’industria estrattiva. A portare esempio di come la lotta possa farsi concreta e permettere l’ottenimento di risultati sono i rappresentanti del Collettivo di Fabbrica GKN – gruppo di dipendenti della multinazionale britannica con alle spalle una storia pluriennale di roventi lotte sindacali per la tutela dei lavoratori – e dei vari movimenti sociali e di rivendicazione sindacale che prendono la parola. Picchetti, occupazioni, scioperi: le iniziative possibili sono innumerevoli. Vi è poi l’esperienza condivisa dal Comitato No Grandi Navi, il cui rappresentante racconta: «siamo arrivati a gettarci nel canale per impedire il passaggio delle Grandi Navi, e alla fine abbiamo vinto noi». Storie di corpi divenuti luoghi della resistenza, delle quali il Movimento No TAV, presente all’incontro, rappresenta un significativo esempio e che viene preso da altri movimenti da esempio, per il livello di organizzazione interna e coesione. Al termine di ciascun incontro la folla, riunita a cerchio al di sotto del tendone dedicato simbolicamente al grande scrittore nigeriano di epoca postcoloniale Ken Saro-Wiwa, esplode in uno scroscio di applausi.

Strappi e cuciture: alla ricerca di un compromesso

Evidentemente, ritenere che un movimento ampio e sfaccettato come quello della lotta al cambiamento climatico possa raggiungere un livello di organizzazione e coordinazione interna pari a quella del Movimento No TAV è del tutto irrealistico. In primo luogo perché mentre l’obiettivo dei No Tav è uno, ben definito e circoscritto – impedire la realizzazione di una grande opera – i movimenti per il clima, pur inquadrandosi in un obiettivo comune, hanno per forza di cose una miriade di traguardi differenti da inscrivere nei vari ambiti della loro dimensione planetaria. Riuscire a dare a un movimento tanto esteso e composito una direzione comune è missione pressoché impossibile. Senza dover pensare su scala globale, una tale difficoltà è emersa già nei tavoli di confronto organizzati nel corso del Climate Social Camp, risultando preponderante al punto da oscurare altre tematiche di dibattito proposte.

Per poter discutere più approfonditamente di quanto emerso nel corso della conferenza i ragazzi si raccolgono in piccoli gruppi di circa una quindicina di persone l’uno. Curiosa di sentire quali siano le osservazioni affiorate in seguito ad un incontro così intenso, scelgo un gruppo in maniera del tutto casuale e mi unisco alla discussione. Questa, tuttavia, tarda ad avviarsi, poiché prima di iniziare a parlare ciascuno è invitato a dire il proprio nome, indicare il pronome con il quale vuole essere identificato e dire a quale collettivo appartenga. Dopo di che il moderatore trascorre svariati minuti a spiegare un complesso sistema di simboli da fare con le mani per manifestare assenso, dissenso o interrompere chi sta parlando senza fare rumore. Faticosamente la discussione prende il via, non senza diverse interruzioni del moderatore stesso quando ritiene che l’intervento intavolato non corrisponda al gesto fatto dalla persona che sta parlando. «Scusa, tu hai richiesto un chiarimento, ma quello che stai facendo sembra più un intervento», «Ti interrompo, ma quello che stai dicendo va fuori tema» e via così.

Adele, attivista afferente sia a FFF che a XR, ritiene che una delle problematiche fondamentali che divide il movimento per il clima sia «la mancata condivisione di pratiche e metodologie altrui». Il riferimento tra le righe è alle critiche ricevute da XR dopo che due attivisti di Ultima Generazione, costola di Extinction Rebellion, hanno deciso di attirare l’attenzione sulle proprie rivendicazioni incollandosi le mani allo speciale vetro che protegge la Primavera del Botticelli, il celebre capolavoro esposto nella Galleria degli Uffizi a Firenze. «La lotta ambientalista si muove spesso per compartimenti stagni, dimenticando che si lotta tutti per la stessa cosa» dichiara. Tali affermazioni vengono prontamente contestate da un’altra attivista, afferente al collettivo di Ecologia Politica, la quale sottolinea come «le pratiche rispondono a precise questioni teoriche» che differiscono di gruppo in gruppo per motivi quali il background politico e di formazione – Ecologia Politica è di certo tra i collettivi che maggiormente insistono sulla valenza politica della lotta per il clima, individuandone le radici profonde nel sistema capitalistico. Non si tratta, a suo parere, di «accettare o meno» una forma di lotta, ma di «capire se sia o meno condivisibile». La pratica della resistenza passiva, aggiunge, non è accettabile da tutti, «di certo non lo è per il mio collettivo, che si rifà a un preciso filone di pensiero».

È Esteban Servat, l’attivista argentino, a riportare brutalmente l’attenzione su di un piano pragmatico, riprendendo le posizioni già sostenute nel corso della conferenza. Perdersi in queste questioni, sostiene, fa perdere di vista l’obiettivo e «impedisce di vincere la guerra». «Perdere tempo sulle divergenze teoriche non ci permettere di vincere la battaglia: dobbiamo, semmai, imparare come diventare forza, come scendere a compromessi con le persone che non condividono i nostri modi di agire» dichiara infervorato. «Guys, I’m serious: we’re all fucked» esclama Esteban, senza mezzi termini. In effetti, avvitandosi sui principi teorici, che citano pur nobili obiettivi quali la decolonizzazione e la de-maschilizzazione del pensiero, la discussione si richiude sempre più su sé stessa, facendo emergere proprio quella difficoltà ad espandere i propri orizzonti e connettersi con l’esterno. Così, questioni impellenti che meriterebbero un dibattito adeguato, cadono invece nel vuoto: è il caso della domanda di un attivista serbo il quale, con molto entusiasmo, chiede al gruppo in che modo il medesimo fervente attivismo che sta osservando in Italia possa essere portato all’interno del proprio Paese, quali pratiche si possano mettere in atto. Nessuno avanza proposte, e l’interrogativo rimane sospeso in un silenzio imbarazzato.

Non solo Greta

Va detto, tuttavia, che la mancata centralità dei gruppi direttamente coinvolti nella battaglia è da attribuire anche a una certa rappresentazione che i mezzi d’informazione hanno riservato al movimento ambientalista contemporaneo, in particolare verso Fridays for Future. L’elezione di Greta Thunberg a volto e identità rappresentativa dell’intero movimento ambientalista ha aperto a una trattazione mediatica superficiale, che ignora la complessità delle reti che compongono la lotta contro il cambiamento climatico e che si estendono ben al di là dei confini europei.

Il numero degli attivisti, in svariati casi anche più giovani di Greta e localizzati nei Paesi del Sud globale, che hanno messo in atto iniziative per far fronte alla crisi climatica e ambientale è infatti a dir poco considerevole. La stessa Greta ha ripetutamente dimostrato – o, quantomeno, dichiarato – di essere consapevole della propria posizione privilegiata e di come un maggiore spazio di rappresentazione e di parola vada concesso a chi è coinvolto in prima persona dal cambiamento climatico, al punto di rischiare la vita. La scelta di identificare l’intero movimento ambientalista con una ragazza giovane, bianca e di buona famiglia ha l’inevitabile conseguenza di mettere in ombra le lotte portate avanti da coloro che hanno la pelle scura e si trovano nelle parti più povere del mondo, per i quali il cambiamento climatico è sinonimo di morte certa a causa della perdita della terra e quindi delle risorse vitali o a causa delle azioni repressive messe in atto da governi e multinazionali.

Così, quando uno degli attivisti del Sud globale sale alla ribalta, viene subito identificato come “la Greta Thunberg” del proprio Paese. “Le loro identità e il loro lavoro sono quasi del tutto cancellati da un mezzo d’informazione occidentale che raramente riconosce l’esistenza del progresso al di fuori della propria parte del mondo” sottolinea la scrittrice nigeriana Chika Unigwe. D’altronde, è servita una Greta Thunberg perché alle Nazioni Unite venisse organizzato il primo vertice giovanile sul clima. L’Occidente avanza la pretesa di essere l’unico polo di modernità e progresso possibile nel globo, arrogandosi di conseguenza il diritto di relegare “gli altri” ai margini della conversazione. Così, ricorda Unigwe, si rimane sconcertati scoprire che il primo Paese al mondo a vietare i sacchetti di plastica è stato il Bangladesh, nel 2002, mentre il Rwanda nel 2008 ha vietato l’utilizzo di plastica non biodegradabile.

D’altra parte, è vero che la figura di Greta si inserisce in un contesto di sempre maggiore visibilità dei giovani e delle donne nelle politiche ambientali e nell’attivismo, il cui peso è reso evidente anche dai messaggi di astio e disprezzo che molti leader e personalità di spicco nel mondo le hanno riservato – e che in alcuni casi sono giunti fino alle minacce di morte. La sua figura, inoltre, attribuisce una dimensione di genere alla lotta per il cambiamento climatico, restituendo così capacità d’azione a una categoria, quella delle donne, troppo spesso vista come vittima passive nella ricerca ambientalista moderna – soprattutto quando provenienti dal Sud globale impoverito.

Verso una giustizia sociale possibile

La frammentazione ideologica e il complesso intreccio di linee di pensiero del movimento per la lotta al cambiamento climatico contemporaneo sono tali da emergere con forza anche da un evento circoscritto come quello del Climate Social Camp di Torino. Si tratta di un grosso nodo che gli attivisti dovranno trovare il modo di dipanare in futuro, per farsi movimento davvero capace di ostacolare l’attività delle multinazionali e raggiungere una vera giustizia sociale e climatica. Se da un lato è vero che l’attivismo e l’ambientalismo non sono un’invenzione di Fridays For Future, dall’altro la dimensione interconnessa del mondo attuale può costituire un punto di forza per aprire nuovi orizzonti e raggiungere confini prima inesplorati, arrivando fino a quelle comunità ad oggi lasciate ai margini della conversazione e che dovrebbero, invece, costituirne il perno centrale. In quest’ottica, tuttavia, decolonizzare il pensiero dovrebbe anche significare assumere i popoli svantaggiati come compagni di lotta, uscendo da quella logica paternalistica che li vede come vittime dei poteri forti e riconoscendone il potenziale peso determinante nel percorso verso un mondo più giusto.

Tuttavia, ai movimenti va dato atto del fatto di essere costantemente alla ricerca di metodi nuovi per migliorare il proprio modo di agire. Il Climate Social Camp ne è un esempio: le discussioni sono molto partecipate, l’attenzione alta e la voglia di trovare soluzioni e migliorarsi è concreta. Eventi come questo, inoltre, permettono la creazione di una rete di legami che valicano le frontiere, mettendo in contatto realtà diverse il cui confronto non può che offrire opportunità di crescita. Giovani, meno giovani e giovanissimi si sono dati appuntamento qui perché uniti dall’obiettivo comune di cambiare il mondo, senza arrendersi all’ordine costituito. Perlomeno, cercano di fare qualcosa. L’entusiasmo non manca: lo dimostra la disinvoltura con la quale in molti si aggirano per il campeggio, incuranti della pioggia e dei lampi che saettano nel cielo. Il buonumore diffuso e il clima di festa mi mettono voglia di restare. La birra, per di più, non è niente male. E seduta in un angolo, al centro di quel crocevia di percorsi, vite, esperienze e sogni, provo all’improvviso un profondo senso di gratitudine.

[di Valeria Casolaro]

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5 Commenti

  1. grazie Valera C. e grazie anche ai detrattori che si sono letti il lungo articolo. Articolo che non mi sembra solo entusiastico. E’ il reportage dell’esperienza (soggettiva) di un fenomeno complesso che ha diffuso un senso di gratitudine. Hai detto nulla!
    Mi sembra che, almeno, non si possa negare la percezione di un certo coefficiente di aumento della consapevolezza, e questo è senz’altro positivo.
    Se poi: molti dei partecipanti sono figli di papà e mammà belli e viziati, se le multinazionali belliche e bancarie hanno sotto-sotto sponsorizzato l’evento per chiudere il cerchio terroristico(pandemia-guerra-clima)… ci metterei davanti un bel NONOSTANTE!
    Nonostante il lavoro delle élite guerrafondaie multinazionali… la consapevolezza sta aumentando…
    Vorrei ricordare la diffusione di LSD, ERO e sostanze varie, da parte della CIA nei concerti degli anni ’60 e ’70 (per scongiurare la crescita della consapevolezza) e vorrei ricordare l’invasione di extasy e pillole varie da rave-party… degli anni ’90-2000…(sempre anti-consapevolezza)
    Forse saranno minoranze, ma questi viziatoni, qualche anticorpo da mamma e papà, forse, l’hanno ereditato…
    ma poi… cosa c’era nella birra?

  2. Pur non condividendo appieno i giudizi a mio avviso eccessivamente drastici di chi ha commentato prima di me, e vedendo quindi diversi punti positivi nella vicenda (un gruppo di persone così variegato e grande non si può valutare in due paragrafi, tantomeno in una frase) temo che l’idea che queste iniziative finiscano per fare più il gioco dei poteri che si prefiggono di combattere che non raggiungere qualche reale obiettivo sia un rischio concreto. Per di più se perse dietro a questioni che il potere stesso cerca di imporci a tutti i costi (vedi la finta inclusività forzata).

  3. A me i toni entusiastici di questo articolo non sono proprio piaciuti.
    Anzitutto, perché la maggior parte di questi soggetti sono figli di papà che fanno dell’antagonismo (ieri di matrice anarco-comunista, oggi socio-ambientalista) la loro ragion d’essere per sfuggire alla noia e ribellarsi ai loro genitori, non perché gliene freghi qualcosa della causa in sé (che anzi conoscono in modo superficiale ed approssimativo, vedasi la palla del riscaldamento globale: che il clima cambi è chiaro, che sia colpa dell’uomo e che noi possiamo farci più di tanto un po’ meno).
    Secondo, costoro sono per lo più degli ignoranti che, nella fame di gesti eclatanti che li sottraggono dell’anonimato e che attirino lauti finanziamenti da speculatori e oligarchi vari (come altri movimenti antagonisti, vedasi le Femen), rischiano di danneggiare irreparabilmente la collettività (vedi, per esempio, il tentativo di incollarsi alla “Venere” di Botticelli, fortunatamente coperta da un vetro).
    Terzo, sono degli strumenti in mano alla politica corrotta del WOE e soci, la quale non esiterà ad usarli per imporre nuove restrizioni e limitazioni delle libertà fondamentali (“mangi troppa carne? Fai troppi chilometri in macchina? Ti chiudiamo in casa per salvare il pianeta!”) che, comunque le si voglia vedere, dopo tessere verdi e simili sono intollerabili, oltre ad imporre vincoli ambientali sempre più stretti alle piccole-medio aziende a favore delle grandi aziende e delle multinazionali che possono delocalizzazione e fare tutte le loro porcherie altrove.
    Infine, da un punti di vista escatologico non saranno di certo loro a “salvare il pianeta”, anzi per chi conosce le origini del movimento ecologista (leggere “Il lato oscuro dell’ecologia” di Larcher, ed. Lindau) casomai il contrario.
    Morale: dare tanto spazio e toni entusiastici a degli strumenti del WOE mi sembra inopportuno e dannoso.

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