martedì 9 Agosto 2022

Governi, FMI e aziende stanno già progettando l’Ucraina del futuro

Mentre l’esercito russo ha quasi raggiunto il pieno controllo dell’area del Donbass e la guerra sembra non voler volgere al termine, a Lugano – in Svizzera – si conclude oggi una conferenza di due giorni dedicata alla ricostruzione postbellica dell’Ucraina che prevede un piano da circa 750 miliardi di dollari. L’evento, programmato sin da prima dell’inizio dell’operazione militare russa, aveva come oggetto la discussione di riforme e la lotta alla corruzione, ma si è trasformato, successivamente, nella prima Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina. Non si tratta, tuttavia, di una conferenza dei donatori, ma come ha affermato il presidente svizzero, Ignazio Cassias, di una riunione per stabilire «le priorità, il metodo, i principi» della ricostruzione.

All’evento, co-organizzato dai governi di Svizzera e Ucraina, hanno partecipato il primo ministro ucraino Denys Schmygal, accompagnato da altri sei ministri del governo, parlamentari e politici regionali, oltre ai rappresentanti di 38 Paesi. Il presidente Volodymyr Zelensky, invece, è intervenuto in videocollegamento, affermando, tra le altre cose, che «la ricostruzione dell’Ucraina è il contributo più importante alla pace nel mondo». Presenti anche le organizzazioni internazionali, il settore privato (350 aziende) e la società civile (250 organizzazioni).

Il piano – che alcuni hanno già denominato il Piano Marshall per l’Ucraina – prevede finanziamenti provenienti dalla Commissione europea, sia nella forma di sovvenzioni che di prestiti, aiuti dagli Stati Uniti e l’utilizzo delle risorse confiscate alla Federazione russa e agli “oligarchi” russi. Si tratta di un progetto pensato su 10 anni – dal 2023 al 2032 – da attuarsi in due fasi: la prima, che va dal 2023 al 2025, prevede la realizzazione della maggior parte dei progetti (580) e costerà più di 350 miliardi di dollari. La seconda prevede un numero minore di progetti, ma con un costo superiore pari a oltre 400 miliardi di dollari.

Secondo il presidente svizzero, Ignazio Cassis, la ricostruzione «durerà anni, addirittura decenni» e le cifre da impiegare sono enormi: solo per i danni alle infrastrutture, il ministero delle finanze ucraino parla di 270 miliardi di dollari. Il primo ministro Schmygal stima i costi di ricostruzione in 750 miliardi, mentre il presidente della Banca europea per gli investimenti (BEI), Werner Hoyer, parla addirittura di 1000 miliardi di euro. L’FMI ha calcolato, inoltre, che per il funzionamento dell’economia di Kiev sono necessari 5 miliardi al mese, per un totale di 40-50 miliardi entro fine anno. Si tratta di cifre ingenti che, a detta del primo ministro ucraino Schmygal, proverranno soprattutto dai beni confiscati alla Federazione russa e agli oligarchi russi, «che sono stimati tra i 300 e i 500 miliardi di dollari». Altre fonti di finanziamento proverranno poi dalle Istituzioni finanziarie internazionali e, come accennato, dall’Unione europea che ha già versato finora 6,2 miliardi a Kiev. La Commissione pensa anche a un progetto simile a quello del Next Generation EU per il quale è prevista l’approvazione degli Stati membri. Non sarà, dunque, un progetto realizzabile nel breve periodo.

L’idea di Bruxelles è quella di mettere insieme donatori UE e internazionali per quanto riguarda la prima parte del finanziamento e di utilizzare l’emissione di eurobond per raccogliere fondi sul mercato per le fasi successive. Ciò significa che l’UE si impegna a diventare uno dei principali promotori e finanziatori della ricostruzione con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini economici per gli Stati membri. Il fine principale sembra quello di attirare l’Ucraina nell’orbita finanziaria occidentale, così da poterne influenzare le scelte politiche attraverso il controllo economico, attuando una sorta di commissariamento tipico degli organismi finanziari internazionali occidentali come l’FMI e che, del resto, caratterizza anche l’architettura istituzionale europea.

Tuttavia, la fase di ricostruzione appare, purtroppo, ancora lontana, considerato che la guerra è destinata a non finire nel breve termine e che il territorio ucraino potrebbe venire suddiviso in più parti con rapidi cambiamenti che andrebbero a riguardare anche gli assetti politici della nazione est europea. C’è inoltre da considerare che quello della ricostruzione potrebbe essere un modo, da parte delle imprese, di speculare: la ONG Public Eye, infatti, ha denunciato l’ipocrisia della Svizzera – dove si è tenuta la riunione – sostenendo che le aziende usano il Paese come «centro commerciale di materie prime non regolamentato» e sfruttano la mancanza di trasparenza sulle operazioni finanziarie.

[di Giorgia Audiello]

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